Tra ambiente e politica, i molti modi di dire cultura. Intervista all'on. Fulvia Bandoli
 |
| L'on. Fulvia Bandoli |
D: Lei si è laureata in Filosofia presso l’Università di Firenze. Quanto ha influito la sua preparazione filosofica nell'interiorizzare, quale terreno elettivo di ricerca e lotta politica, quello della cultura ambientale?R: Lo studio della filosofia, delle filosofie, sicuramente mi ha aiutato ad esercitare la mente,
a mettermi su posizioni di critica dello stato di cose presenti, ad accettare con meno difficoltà la messa in discussione delle mie certezze - per altro pochissime -, ho avuto buoni maestri e questo lo ritengo un grande vantaggio di partenza. L’incontro con l’ecologia è stato naturale, perché è un modo di concepire il rapporto tra l’uomo e la natura, è un continuo esercizio alla ricerca dei limiti possibili, è anche una concezione del mondo.
D: Quale ecosistema, oggi, lei ritiene più ricettivo, in prospettiva, per un'evoluzione culturale "condivisa" e rispettosa delle differenze? Un nuovo terreno di incontri e scambi possibili, "non-luogo" che si stende oltre i tradizionali confini geoterritoriali delle differenze, oppure un'idea di "ambiente" futuro polverizzato nella interconnessione tecnologica, sempre più globalizzata e anonima, di monadi individuali isolate?R: Sicuramente il primo, se non vogliamo che il mondo e i conflitti vengano gestiti e controllati solo attraverso la forza delle armi, risposta che non mi sembra né giusta né risolutiva. La parola chiave per interpretare il futuro delle relazioni tra le persone, i popoli e gli Stati è INTERDIPENDENZA, l’opposto di qualsiasi unilateralismo, di qualsiasi barriera protettiva. Il punto di vista, come qualcuno mi ha insegnato, non è altro che la vista da un punto. Ecco, dipende sempre da dove guardi e a seconda del punto di osservazione si vedono cose profondamente diverse. Visto da qui il tema della povertà ad esempio può sembrare come un problema da risolvere in quindici o venti anni, come ci hanno detto all’ultimo vertice della FAO; visto dall’Africa ti rendi conto che tutto questo tempo rischia di far sparire quasi due generazioni di africani. Vista dall’Europa la direttiva sul Cacao sembrava un provvedimento minimale per risolvere alcuni problemi delle industrie; visto dai Paesi produttori di cacao era una misura che metteva in crisi verticale la loro economia interna.
D: Diversi sono i mezzi per fare e raccontare “cultura”: ci sono gli eventi in senso tradizionale (mostre, convegni, laboratori,…), i libri, i giornali, le tv… ed ora c’è anche il web. Secondo quali modalità è possibile produrre cultura di qualità in rete?R: Non sono un’esperta della rete anche se la uso frequentemente. Penso che anche in rete il parametro sia sempre quello della buona qualità. Anche se può servire più tempo per ottenerla.
D: Ed ora (in cauda venenum?) qualcosa sulla salvaguardia di Venezia, ma dal punto di vista delle questioni sin qui affrontate. Se cultura vuol dire conoscenza e circolazione di idee, crede che sia stata fatta una politica di divulgazione libera da pregiudizi e trasparente delle problematiche legate al tema della salvaguardia e, nella fattispecie, a quelle questioni che si chiamano “Marghera” e “Mose”? C’è stata, in altri termini, una condivisione di significati da parte di tutti intorno a questi temi tale da farci capire la portata delle questioni in ballo?R: Da quello che posso capire e che so direi di no. Spesso si sono formati due “partiti” anche su questi temi che hanno, invece, implicazioni misurabili e in gran parte scientificamente provate. Questo non ha aiutato le persone a capire o anche solo a partecipare alla discussione. Ma si può sempre recuperare, volendo, in qualsiasi momento. E sarebbe bene farlo perché la salvaguardia e la riconversione della chimica sono le due sfide principali che stanno di fronte a chi governa Venezia.
a cura di Silvia Pittarello e Roberto Ranieri (agosto 2002)