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Venezia, 'Terra di nessuno' fra utopie e disincanti... Conversazione con Silvia Salvagno e Alberta Toninato



La nostra ricerca ci porta stavolta a curiosare in casa, nell’associazionismo più attivo e sensibile verso una domanda culturale che ancora cerca impaziente, a Venezia, interlocutori seri e soprattutto “normali”, defilati dalle offerte business oriented della sua facciata più esteriore e posticcia; domanda che non cessa di interrogare le risorse messe in campo da chi, in questa città, ancora “fa cultura” investendo energie e talento oltre il bivio, tutto lagunare, fra tentazione di fuga e rischio di musealizzazione dell'esistente. Domanda che non cessa di manifestarsi, e che in questi ultimi anni ha stimolato le proposte di varie associazioni, specie nei settori apparentemente più “performativi” del teatro e della danza, con esiti assai eterogenei.

Ci siamo soffermati qui sull’esperienza singolare di due artiste veneziane, una danzatrice e un’attrice da molti anni attive sulle scene e coinvolte in numerosi progetti didattici, Silvia Salvagno e Alberta Toninato, le quali dall’ottobre 2001 hanno intrapreso insieme un’avventura coraggiosa e di largo respiro: la fondazione e gestione del Centro culturale Kairós. Così, a pochi metri da Campo San Barnaba, è nata una vera e propria scuola di danza e teatro, con i suoi corsi stagionali rivolti a bambini e adulti, accanto ad attività didattiche collaterali dedicate a stage di canto, Feldenkrais, Yoga, psicomotricità e altro ancora (i cui risultati sono confluiti nelle performance del 28 e 29 maggio 2004 al Teatro ai Frari al Teatro ai Frari, culminati con il Romeo e Giulietta di Shakespeare).

Abbiamo incontrato Silvia Salvagno e Alberta Toninato per parlare del loro lavoro, con un occhio di riguardo alla loro fatica teatrale intitolata “Terre di Nessuno”, un interessante pastiche scenico di azione teatrale e coreografica scritto da Alberta Toninato, per un’esplorazione qua e là irrituale di una “venezianità” nient'affatto scontata...

Lo spettacolo Una donna straniera e un amore in fuga nella città “bella e impossibile”. Città di tutti, e che tutti amano... Ma in realtà città di nessuno, che sfugge a ogni statuto che la costringa in un’immagine o in una parola. "Terre di nessuno" è uno spettacolo di teatro e danza diretto e interpretato da Silvia Salvagno e Alberta Toninato. Racconta per immagini e parole di grande forza emotiva una città che molti conoscono ma che pochi hanno il coraggio e la lucidità di evocare. Che racconta come Venezia sfugga a tutto: anche al possesso, anche all’amore. All’amore che si prova per lei e a quello che si cerca di costruire tra un uomo e una donna nel suo scenario mitico e irripetibile, attraverso una riflessione amara e una appassionata dichiarazione d’amore sulla Venezia dei veneziani e su quella vissuta da una "straniera" in cerca dell'uomo che ama. "Terre di nessuno" elabora un originale linguaggio teatrale che mescola e fa esplodere sulla scena il cabaret, la danza, la narrazione, senza sottostare a classificazioni di genere.

 
Da 'Terre di nessuno', riportiamo qui il breve recitativo a due voci che chiude lo spettacolo, nel quale l'itinerario interiore degli affetti, che traccia fin dall'inizio un'esile dimensione narrativa tutta coniugata al femminile, approda a definire un'idea di "venezianità" ambivalente, dove ripensare comunque a una qualche forma di resistenza...


1) Metti una sera "a tema"... Prologo a un’intervista

Di primo acchito, se non fosse per l’ora tarda, la processione ordinata di una trentina di giovani armati di zaino,

 
thermos e coperta sulle spalle, scandita da tappe regolari in cima a ogni ponte del percorso, con estrazione di un libro e lettura di un brano ad hoc nella irripetibile cornice visiva di turno, potrebbe far pensare a una variante un po’ “alternativa” di uno strano giro turistico per le zone meno conosciute di Dorsoduro, magari con lo zampino di qualche nuova moda nipponica. Niente di tutto questo; il gruppo è composto per lo più da studenti e indigeni, e si muove compatto per le calli e i campi che da San Barnaba, ove ha sede l’Associazione culturale Kairòs, portano verso est alla Punta della Dogana...
Nell'occasione, ciò che salta agli occhi è un senso paradossale di estraneità, che le convenzioni attuali d’uso e abuso di Venezia proiettano su una delle cose più naturali, a pensarci, che uno può fare in questi luoghi; assecondare docilmente le suggestioni di spazi che trasudano a ogni pietra cultura e storia; e farlo, qui, evocando altri luoghi, reali o immaginari, cui la letteratura abbia saputo trasporre sulla pagina i segni di altri possibili percorsi...
Chi conosce almeno un poco la storia di Alberta Toninato, factotum dell’associazione Kairòs accanto a Silvia Salvagno, sa bene che l’idea in apparenza stravagante di organizzare una serata letteraria “in movimento” fra calli e ponti, aperta a tutti, ha radici lontane, anzi, appare un tutt’uno con uno dei filoni di ispirazione più fertili del suo lavoro di ricerca teatrale; Venezia appare infatti, nella sua ultima opera, “Terre di Nessuno”, come incubatrice naturale di laceranti contraddizioni, “città di nessuno” che esibisce quotidianamente una sua lenta deriva verso continue appropriazioni materiali e espropri della mente; di qui, l’idea coraggiosa di pensare a forme di aggregazione che rifondino un rapporto autentico col luogo, rovesciando la coreografia ormai naturale di una dilagante incultura nel contenitore privilegiato di un viaggio simbolico; e se una qualche forma di resistenza alle trappole della “città di nessuno” passa anche di qui, per questi piccoli gesti collettivi di autocoscienza, non possiamo che darne volentieri testimonianza, augurandoci dal canto nostro che si ripetano sempre più spesso nel tempo...


2) L’intervista

D: Alberta Toninato, autrice, attrice, animatrice culturale; Silvia Salvagno, coreografa e danzatrice, apprezzata didatta… Come nasce la vocazione a “mettersi in gioco” sulle assi del palcoscenico?

Alberta: Be’, la mia vocazione a “mettermi in gioco” nasce molto prima della mia passione per il palcoscenico...

D: Cioè?

Alberta Toninato nel personaggio del giovane seduttore (da 'Terre di nessuno')
Alberta Toninato nel personaggio del giovane seduttore (da 'Terre di nessuno')
Alberta: Mi sembrava di avere sempre qualcosa da dire e da inventarmi. In ogni gruppo di cui ho fatto parte. E sono stati tanti... Finito il Liceo, avrei potuto iscrivermi, oltre che all’Università, a qualsiasi corso: di chitarra, di disegno, fotografia… taglio e cucito… avevo voglia di Fare.
Abitavo in campo San Barnaba e la scuola di teatro dell’Avogaria era a due passi. I miei compagni di corso volevano tutti fare gli attori. Io ridevo.
Ridendo e scherzando dal 1990 sono ancora dentro al teatro. Mondo-famiglia-vita in cui ho capito che cosa avevo da dire e come potevo dire quello che avevo voglia di dire. “Faccio teatro”, rispondo alla fatidica domanda “cosa fai nella vita?”, ma è una affermazione che mi imbarazza. E non perché, per snobismo, rifuggo alle definizioni. Ma perché davvero non so dare un nome a quello che faccio. Assesto di anno in anno il tiro, rinnovo sempre le mie inquietudini.
L’unica certezza è che, qualsiasi cosa io faccia, ho scelto di farla a Venezia.

Silvia: Già… Venezia rappresenta per entrambe, credo, una sfida importante. Troppo spesso la città viene considerata un meraviglioso involucro da riempire con iniziative dirette dall’esterno, che danno lustro agli organizzatori e che non lasciano molto alla città stessa. Troppo spesso gli abitanti di Venezia vengono dipinti come pochi e inadeguati a proposte culturali di ampio respiro. Attraverso le nostre attività abbiamo verificato quanto i veneziani abbiano bisogno di iniziative culturali e artistiche inserite nel contesto cittadino, alla portata di tutti… Riguardo poi alle “assi del palcoscenico” su cui mettersi in gioco, forse va sottolineato un aspetto non secondario, che differenzia il teatro dalla danza: l'aspetto performativo di quest’ultima, sebbene importante, non è indispensabile come nel teatro, in cui invece rappresenta il fine ultimo…

D: Il vostro ultimo lavoro teatrale, Terre di Nessuno, rappresenta una disincantata riflessione scenica sui molteplici volti di una venezianità un po’ alla deriva, tratto che rinvia alle motivazioni profonde del progetto Kairós; i personaggi sulla scena sembrano incarnare tipologie umane e “maschere” di un’identità lagunare nient’affatto scontata. Come nasce, Alberta, questa tua vocazione artistica alla riesplorazione, di spettacolo in spettacolo, del micro-mondo veneziano?

Alberta: - Un giorno, all’Hotel Monaco, un noto regista mi ha detto che il voler fare teatro e il rimanere a Venezia, erano chiari segni di schizofrenia. Ne risulta che sono schizofrenica; oppure che quello che faccio io non è fare teatro. Oppure che sono così testarda da voler dimostrare che quel signore aveva torto... Comunque il dilemma tra partire e restare è il mio tormentone. La voce di chi resta è, non a caso, il titolo del mio spettacolo a cui sono più legata. Nato nel 1996, non è ambientato a Venezia, ma tutti i personaggi parlano in uno strano miscuglio tra veneto e italiano. Poi ho iniziato ad avvicinarmi a Venezia dall’Oriente, seguendo le tracce del viaggio di ritorno di Marco Polo, in un monologo dal titolo Al Bunduqija – il nome con cui i mercanti arabi chiamavano Venezia. E infine ci sono arrivata. In Terre di nessuno mi sono presa tutto il tempo e lo spazio di parlare di lei, la Dominante...

D:...che è anche il nome dell’accordo di base da cui dipende ogni sequenza musicale...

Alberta: - ...insomma, da piccola ho sempre pensato che essere nata qui fosse un regalo della sorte. Il privilegio dei privilegi… ma lo sarà davvero? … ho iniziato a chiedermi crescendo, con la mia città che mi stava sempre più stretta. Solo che le catene e i vincoli da cui iniziavo a sentirmi soffocare erano d’oro, incastonati di pietre preziose, e ancora adesso non c’è giorno in cui, almeno per un istante, io non mi innamori della mia città. E poiché prescindere Venezia dai Veneziani non è possibile, ho iniziato a guardare e ascoltare questa strana fauna di cui faccio parte.

D: In “Terre di Nessuno” sembra una fauna piuttosto composita, dove il macchiettismo sembra adombrare una specie di dissesto antropologico...

Silvia Salvagno
Silvia Salvagno
Alberta: - I personaggi dello spettacolo sono quelli su cui mi cade l’orecchio quotidianamente. Tra divertimento, senso di appartenenza, estraneità e fastidio profondo. In questo spettacolo ho potuto dare sfogo ad uno dei lavori che amo di più: diventare Altri da me. Sono convinta che ognuno di noi contiene moltitudini (… ma questo deve già averlo detto qualcuno… Whitman forse?) e il teatro è una palestra per allenare queste moltitudini. Guardando, ascoltando, imitando gli altri.

D: L’interazione - integrazione fra teatro e danza, sulla scena, è un’operazione ambiziosa, e spesso assai rischiosa, per la tenuta di un impianto narrativo e simbolico che ravvivi l’attenzione del pubblico; eppure questo spettacolo, rifuggendo ogni cerebralismo, sembra riuscirci con grande naturalezza, nell'affiatamento di tecniche diverse...

Silvia: Di solito il mio lavoro si concentra sull’uso espressivo e “muto” del corpo; per me "Terre di nessuno" ha rappresentato una scoperta e una piacevole sperimentazione riguardo all'utilizzo della voce in scena…

D: Qui infatti ti esibisci anche in alcuni intermezzi teatrali...

Silvia: Molto spesso chi lavora espressivamente con il corpo fa tesoro proprio dell'assenza della voce per potenziare le qualità espressive e comunicative del movimento e del gesto. Ciò sviluppa nella danza la capacità di rendere visibili le emozioni e i sentimenti con il linguaggio universale del corpo. Grazie anche alla libertà interpretativa lasciatami da Alberta ho potuto prendere coscienza di come il testo in scena possa fungere da supporto e da completamento non solo al movimento danzato ma anche alla caratterizzazione fisica dei personaggi, al loro atteggiamento, ai loro gesti. Oltre quindi ad un'interessante e fruttuosa sperimentazione, il testo di Alberta mi ha permesso piacevolmente ed anche divertendomi di trovare una graduale confidenza con la parola e con il suo effetto scenico…

D: Insomma: il “testo” organizza un copione già definito, da sviluppare qui seguendo codici espressivi diversi, sulla scena …

Silvia: Ovviamente il testo è stato concepito prima della struttura coreografica, ma la resa scenica del testo e della coreografia hanno visto un percorso intrecciato e praticamente unitario in cui la costruzione ha preso forma da un unico processo creativo, in cui io ed Alberta abbiamo quasi sempre lavorato insieme. Proprio da questa modalità di condivisione è nato questo progetto, dalla volontà e dal desiderio comune di imparare l'una dall'altra, condividere il lavoro dell'altra e di trovarne uno comune.

D: Come nasce dietro le quinte, Alberta, uno spettacolo complesso e multiforme come "Terre di nessuno"?

Alberta Toninato nel personaggio di 'Maria Rosa' (da 'Terre di nessuno')
Alberta Toninato nel personaggio di 'Maria Rosa' (da 'Terre di nessuno')
Alberta: Detto di uno spettacolo simile, il “come nasce” è un po’ un miscuglio tra tutte le tecniche imparate in questi anni (…imparate?…incontrate!). E proprio qui prende corpo l’idea di “condivisione…”
Preparando uno spettacolo, la mia prima preoccupazione è quella di rendermi il compito semplice e possibile, occupandomi delle cose che mi piace fare, o che so fare, o che, se non so fare, ho voglia di imparare. La seconda preoccupazione è di pensare allo spettacolo che mi piacerebbe vedere se fossi una spettatrice. Di solito mi piace emozionarmi, divertirmi, ascoltare bella musica, vedere corpi che si muovono o danzano. Mi piace che uno spettacolo sia breve e intenso. Mi piace capire. Non nel senso che mi si debba spiegare un significato. Ma che devo percepire un senso in quello che vedo, anche se misterioso e sospeso… In Terre di nessuno l’organismo sulla scena prende lentamente forma nell’alternanza di momenti comici e momenti poetici, in un ritmo serrato, con una colonna sonora che mi emozioni e passaggi di danza che sostituiscono il testo, lo integrano, per raccontare la stessa storia. Il modo in cui questo verrà reso, quando scrivo il testo, è una meravigliosa incognita.

D: Insomma, un “percorso intrecciato e unitario”, che non rinuncia all’autonomia dei diversi piani espressivi… Come ha luogo Silvia, nella tua esperienza creativa, l'ideazione di una coreografia?

Silvia: Nella creazione coreografica il mio punto di partenza è quasi sempre la musica. Non in quanto rigido spartito cui attenersi, ma come prima ispiratrice, traccia su cui modellare il movimento.

D: E come si “modella” il movimento partendo da una traccia sonora?

Silvia: Come coreografa, inizialmente cerco nella musica che ho scelto le vibrazioni, le atmosfere da trasferire nel movimento, insomma, cerco la "qualità" del movimento. Tutto avviene attraverso una serie di improvvisazioni in cui lascio che il corpo, liberamente trascinato dalla musica, trovi la sua dinamica senza intervenire razionalmente su di esso. Successivamente fisso i movimenti che più ritornano o caratterizzano l'improvvisazione e da lì parto per un lavoro di elaborazione e di creazione successiva. Ciò su cui mi baso, comunque, sempre, è il "flusso del movimento"; quello che cerco è quasi una caratteristica liquida dei gesti, in una successione morbida dall'uno all'altro, evitando il movimento frammentato e cercando nella transizione, nel passaggio da una figura all'altra il senso vero della danza. Ritengo fondamentale il segno tracciato dal movimento nello spazio e proprio legando i singoli elementi della coreografia penso alla loro traccia nello spazio visualizzandone il disegno, come se non staccassi mai la penna dal foglio.

D: In Terre di nessuno, fatti salvi lo specifico teatrale e coreografico, si avverte il tentativo di creare una naturale complementarità fra i due codici; e non dev’essere facile scrivere il testo compiuto per una sintassi visiva così complessa...

Alberta: Quella del testo per me è un’incognita che trova da sola la sua soluzione; in ogni lavoro teatrale, il giorno del debutto, mi rendo conto che lo spettacolo non poteva che saltare fuori così. Che ogni intonazione, ogni movimento, persino l’inclinazione del riflettore puntato, erano già dentro le parole e aspettavano di adattarsi, comodamente, alle proposte delle persone che lavorano con me e alla parte di me che fa l’attrice. Ogni volta sono certa che questo accadrà anche perché lavoro con persone di cui ho una stima, una fiducia e una conoscenza profonda. Con persone con cui ho condiviso per anni il percorso e il senso del lavoro, che mi completano, mi stimolano e… mi sopportano! La solida formazione di danzatrice e coreografa di Silvia, accanto alla mia di attrice e regista, sono diventate il punto di forza del nostro binomio, sia sulla scena di Terre di nessuno, che nella nascita della nostra Associazione dedicata alla formazione. Ci accomuna una grande passione e serietà con cui affrontiamo il nostro lavoro e che vogliamo trasmettere a chi partecipa ai nostri corsi.

D: Ogni anno Kairós propone un proprio “percorso di avvicinamento” al teatro e alla danza, rivolto a chi voglia provare, per gioco o magari assecondando una qualche vocazione professionale, ad apprendere e sperimentarne le relative tecniche. Qual è il vostro approccio didattico nei confronti di chi vuole imparare a “fare l’attore”, o a “danzare”, oggi?

Alberta: - Nella sostanziale diversità tra un corso di danza (a cui gli allievi si avvicinano spesso per apprendere una tecnica, per mantenersi in forma attraverso una forma d’arte che non sia il fitness o lo step!) e un laboratorio di teatro (a cui invece ci si avvicina piuttosto per curiosità, per voglia di mettersi in gioco e conoscere meglio se stessi… e anche altre persone), la nostra Associazione si pone come risposta a chi cerca un luogo dove la ricerca, lo studio, la preparazione, il lavoro di gruppo e su se stessi sono più importanti dell’aspetto performativo… anche se i saggi finali sono un momento importante della nostra esperienza… atteso e preparato con una cura e un’attenzione che richiedono impegno e senso di responsabilità nei partecipanti.

Silvia: Sì, e questo vale in particolare per la danza. Come dicevo prima, qui l'aspetto performativo, sebbene importante, non è indispensabile come può esserlo nel teatro Nel mio lavoro quotidiano di insegnante di danza ciò che pongo come premessa fondamentale è il lavoro su se stessi come approfondimento delle proprie potenzialità fisiche ed espressive nel totale rispetto delle possibilità e necessità individuali. La danza contemporanea, infatti, a differenza della rigidità e severità della danza classica, lascia molto spazio all'individuo e, a cominciare dal training, punta sull'ascolto di sé come premessa per qualsiasi percorso. Conoscere il movimento, le parti del corpo in movimento, lo spazio utilizzato, l'energia e la dinamica, significa poter avere la padronanza di uno strumento e poterlo usare espressivamente: è questo il percorso in cui guido i miei allievi.

D: Stai dicendo che la dimensione spaziale della coreografia tende a coincidere con la percezione interiore del corpo, o è una sua proiezione…

Alberta Toninato e Silvia Salvagno
Alberta Toninato e Silvia Salvagno
Silvia: Direi che il risultato verso cui porto i miei allievi, ma anche me stessa, nel danzare ha a che fare con la conquista di un'assoluta confidenza con il proprio corpo in movimento, con la coscienza dei suoi limiti e delle sue potenzialità, spingendo al massimo quest'ultime affinché la coreografia non rappresenti una costrizione ma sia vissuta con piacere e libertà. Per questo non percepisco la differenza, nella resa qualitativa di una coreografia, tra l'esecuzione in sala o sul palcoscenico
Potrei dire che il fine ultimo per chi fa danza secondo me è quello di creare un "corpo pensante", o meglio di "pensare in termini di movimento" con le parole del teorico cui mi ispiro (Rudolf Laban). Questo rappresenta una conquista sia a lezione sia sul palcoscenico, di fronte a un pubblico.

D: Nell’approccio psicologico degli studenti ai corsi, vi sembra prevalga l’esigenza più intima di approfondire il rapporto con se stessi, oppure quella più esibita di rovesciare all’esterno una qualche domanda di visibilità?

Silvia: Molte persone che vengono ai corsi di danza partono dall'idea di lavorare per se stessi e per gioire di un'esperienza così totalizzante, quale quella di muoversi con la musica, al di là dell'esibizione di fronte a un pubblico. Devo comunque dire che molto spesso anche gli studenti più reticenti, una volta affrontato il palcoscenico, hanno riconosciuto il valore aggiunto dell'esibizione, in quanto verifica, riprova e nel controllo del corpo di fronte all'emozione, una conquista sempre positiva, una tappa raggiunta da cui ripartire per nuovi risultati.

Alberta: Uno spettacolo teatrale è soprattutto un lavoro d’ascolto. Questo è il mio approccio didattico, con cui fanno i conti le aspettative di chi si iscrive ad un laboratorio di teatro, che sono spesso eterogenee. Si tratta in fondo di un percorso collettivo in cui l’esigenza iniziale del singolo scopre nuovi spazi di interazione; molto spesso il viaggio si conclude con la coscienza che il gruppo è più importante del solista, che i brevi, miracolosi istanti in cui si raggiunge la verità o la credibilità sulla scena sono più importanti delle lunghe tirate con voce impostata e dizione impeccabile.

D: Teatro come educazione interiore, insomma, prima che aridamente gestuale o fonetica...

Alberta: Sì, e ogni volta che questo succede, torno a casa con la consapevolezza che quello che faccio ha senso. Che ha senso farlo soprattutto in una città “impossibile” come Venezia. Che Kairós non è il miraggio di una schizofrenica, ma una realtà in crescita, le cui potenzialità troveranno tutte il loro spazio, al tempo giusto!

D: Realtà che comunque mi sembra abbia assunto una sua collocazione precisa, nel tessuto veneziano…

Silvia: Kairós, nei suoi tre anni di attività, è divenuto gradualmente un punto di riferimento cittadino per chi pratica la danza e il teatro, senza dimenticare anche altre attività complementari, come lo yoga, il canto, ecc. Basandoci solo sulle nostre forze, io e Alberta abbiamo, con soddisfazione, conseguito un importante riconoscimento proprio da chi frequenta i corsi, attraverso un rapido incremento delle iscrizioni, della partecipazione e del coinvolgimento alle iniziative proposte… Come ho già detto, attraverso le nostre attività abbiamo verificato quanto si senta il bisogno, a Venezia, di iniziative culturali e artistiche inserite nel suo contesto cittadino, che siano davvero alla portata di tutti. E Kairòs conta di svilupparsi ulteriormente in questa direzione…

 

 

a cura di Roberto Ranieri (febbraio 2004)







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