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Poesia e anatomia del Cosmo. Le "Carte sanitarie" di Letizia Leone


Copertina del libro
Copertina del libro
Letizia Leone, Carte sanitarie, Roma, GiulioPerrone Editore, 2008


Il logos della scienza ha sempre offerto, nella molteplicità dei suoi segni di volta in volta depositati sul libro del mondo, innumerevoli occasioni di "incrocio" con la poesia, specie nel Novecento; dalla ricognizione allegorica della Naturalis Historia (es. la "Piccola Cosmogonia Portatile" di R. Queneau) alla rilettura delle innumerevoli interdipendenze di un "trattato" complessivo sul senso ultimo del mondo (es. "Libro di scienza e di nani" di E. Cavalli), la poesia può accostarsi alla scienza in un'ampia varietà di declinazioni possibili, sia che adegui lessico e semantica al nudo dato sensibile dei fenomeni, sia che all'opposto relativizzi dall'interno lo stesso codice che li descrive e classifica, nelle forme variabilissime di entrambe. La scommessa, in ogni caso, è quella di affidare alla poesia il segno indelebile di uno sguardo che prima di convergere su categorie e modelli razionalmente condivisibili, sia in grado di attraversare senza sconti le retrovie del soggetto che ne sostiene il peso, in virtù innanzitutto di una sua condivisione obbligata e "scientifica" delle regole prime di inizio e fine, nascita e morte; con la tentazione spesso (vedi Sanguineti) di attardarsi nel ring elettivo d'incontro/scontro fra soggetto e oggetto, minimo comune denominatore di ogni moto di pupilla, scatto di muscoli o atto di parola, quell'intrigante "circoscrizione" del sapere scientifico che "taglia" trasversalmente e senza sconti l'emissario stesso dello sguardo: l'anatomia del corpo umano.

Il bel libro di Letizia Leone "Carte Sanitarie", in questo senso, adotta una prospettiva particolare: i "segni" infracorporei della "divina anatomia del mondo" (p. 21), infatti, anelano a una ricomposizione significativa nella "materia stellare" (ibidem) che li comprende e trascende, a condizione di riattraversare per intero i "segni" che "enorme / l'occhio dell'uomo" (ibidem) ha depositato nel corso dei secoli e delle mutevoli filosofie della natura; non si dà quindi "gerarchia" di fonti rispetto alla fondatezza empirica dello sguardo, ma sincronia in un multisecolare "rispecchiamento", dalle molteplici connotazioni e rinvii interni. Nodo centrale dell'operazione, il richiamo simbolico all'Archeus di Paracelso, ove la corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo, anatomia del mondo e dell'uomo si fonda sull'unicità di un'unica "materia generatrice", alchemicamente scindibile nelle sue tre parti costitutive (Mercurio, Sale, Zolfo): "Perché c'è un tempo in cui gli astri rotolano / sottoterra, nei recessi di zolfo e di sale" ( p. 18); ma anche e soprattutto nella funzione veritativa dei "Quattro elementi" che ne derivano (Aria, Acqua, Fuoco, Terra) nell'investire di senso ogni dettaglio del corpo umano riflesso nello specchio della sua oggettivazione analitica. Paracelso stesso precisa la qualità "ontologica" dell'esserci rispetto all'Essere, quando afferma: "L'uomo è un'immagine in uno specchio, un riflesso dei quattro elementi e la scomparsa dei quattro elementi comporta la scomparsa dell'uomo. Ora, il riflesso di ciò che è esterno si fissa nello specchio e permette l'esistenza dell'immagine interiore: la filosofia quindi non è che scienza e sapere totale circa le cose che conferiscono allo specchio la sua luce".
Massima cui sembra direttamente attingere la stessa modalità d'assemblaggio della poesia di Leone; se lo "specchio" è condizione ontologica della res humana, dal vertice cristallino della "materia stellare" all'introflessione dello sguardo in un' "immagine interna" del corpo, spetta alla poesia riscrivere e cementare molteplici punti di contatto fra le parti elementari dei due campi, facendo propri i segni più eclatanti dei percorsi di un multisecolare tentativo di colmamento, da Maimonide a Galeno, da Avicenna a Malpighi. Ecco allora che lo specchio, nell'accezione paracelsiana di riflesso veritativo rispetto alla summa delle umane funzioni e sostanze, si fa luogo di incrocio inesausto di forme, nel rinvio a una Historia Universalis destinata a decomporre - ricomporre quest'ultime nell'ordine misterioso del Cosmo; come l'atomismo di Lucrezio assume l'unicum misteriosamente intercambiabile di ogni lettera dell'alfabeto rispetto all'organismo del verso, così, l'enucleazione e assemblaggio di parti e funzioni può paracelsianamente concorrere alla radiografia del Tutto, inverandone i segni sottotraccia.

Letizia Leone
Letizia Leone

Allo scopo, la poesia di Leone adotta una stringente concisione sintattica, dove l'incastro semantico fra gli elementi insegue spesso, nella precisione icastica del singolo verso, punti "esemplari" di equilibrio; fatti rari gli enjambement, il dettato paratattico scava in ogni "a capo" la misura e la tenuta di ogni "ponte" lanciato fra elementi irriducibili, forte dei puntelli di un discorso multisecolare sulla natura dell'uomo e del cosmo, posto innanzitutto a garanzia della continuità dello sguardo; annullando programmaticamente le distanze di "scala" fra macro- e micro-, dentro e fuori, attrazione molecolare e attrazione galattica.

Scrive Alberto Casadei nel suo blog: "La metaforicità profondamente fisica e materiale impiegata da Leone denuncia la pietrificazione del mondo, la sua intrinseca mortuarietà". Eppure, la dimensione "molecolare" del materiale metaforico disseminato nei testi sembra piuttosto assestarsi in una "fase zero" del processo di aggregazione e risalita dall'abisso dell'esserci alla cosmogonia dell'Essere, in una fibrillazione di processi che cova dietro il "cristallo" del verso: "C'è qualcosa del mare / nelle zone salate del sangue: / il lampo / aromi sottovento / il pulsare di attimi d'acqua / dove l'anima diminuisce" (p.54); "batte ventricoli / la musica di terra / fa vibrare ogni grotta d'umore atra / e la pianura amara lucida liscia / del fegato / luogo del fiore ventre dell'ira" (p.32). Una poesia di continue vibrazioni semantiche, tutt'altro che "pietrificate", come attesta la dichiarazione di poetica che apre uno dei componimenti "chiave", quello dedicato a Paracelso : "C'è amore intrappolato nei metalli? / Ogni giorno devi cercare la lingua segreta / di un altro mondo. E' tutto vivo intorno"


Roberto Ranieri





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