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Interviste
Le ragioni di una memoria "scomoda". Incontro con Luca Bravi
L'impegno di Luca Bravi in un'opera fondamentale di "disvelamento" storico delle grandi pagine buie del '900, qui la ghettizzazione subita in Italia dall'etnia Rom e Sinti, continua a produrre opere editoriali rivelatrici per la ricostruzione di una memoria storica troppo spesso tenuta ai margini, anche rispetto ad altre icone mediali di tragedie più "vulgate" e riconoscibili. Quest'ultima sua fatica, il saggio "Tra inclusione ed esclusione. Una storia dell'educazione dei rom e dei sinti in Italia" (Unicopli, 2009) ricostruisce un tassello importante della nostra storia. Ne parliamo con l'autore, da sempre in prima linea in una silenziosa battaglia per tenere alte le ragioni della "memoria", contro ogni forma di oblio collettivo.
D: Un saggio sulla travagliata "questione zingara", il suo, che getta una luce necessaria, come sempre molto documentata, su aspetti troppo spesso tenuti ai margini della coscienza collettiva... R: Il volume ricostruisce la storia dei rom e dei sinti inserendola nel contesto della loro tentata e continua rieducazione progettata dagli Stati-nazione. La cosiddetta "questione zingari", etichetta denigrante coniata e trasmessa attraverso i secoli, si inserisce in modo coerente all'interno di una più ampia storia sociale dell'educazione europea, perché segnata dal comune progetto occidentale di una rieducazione ossessiva di questa minoranza. Il fallimento dei progetti rieducativi tagliati sui cosiddetti "zingari" a partire dal XVII secolo produsse l'immagine del soggetto "non-cittadino" agli occhi della società maggioritaria: crescevano gli stereotipi dello "zingaro" nomade, asociale, ladro e l'antropologia positivista della fine del XIX secolo rendeva quelle generalizzanti etichette delle tare razziali ineliminabili. Si aprivano anche per i rom e i sinti i cancelli dei campi di sterminio nazifascisti. Gli stereotipi che segnarono il destino di morte di questa minoranza, la più numerosa all'interno dell'odierna Unione europea, si sono conservati con incredibile continuità all'interno della cultura dei "non-zingari" (tutti coloro che appartengono al gruppo e alla cultura maggioritaria occidentale). Tutto questo riguarda la società maggioritaria e la scuola del post-Auschwitz da essa progettata, perché proprio l'istituzione educativa ha spesso veicolato in passato e soprattutto in Italia, lo stereotipo dello "zingaro" in continuità con le etichette di stampo razziale coniate durante il fascismo. Negli anni Settanta l'istituzione pubblica italiana ha inoltre preparato insegnanti per lavorare in classi speciali riservate a rom e sinti continuando a rinforzare l'idea che gli "zingari" fossero stranieri e nomadi dotati di un'intelligenza inferiore rispetto al resto della popolazione civile.
D: Ogni lavoro di documentazione storica ha la proprietà di illuminare, attraverso il segmento temporale e socioculturale di cui si occupa, tratti peculiari ed elementi comuni ad epoche e luoghi differenti. Quale caratterizzazione ideologica e pratica ha avuto la via "italiana" di un tentativo di "normalizzazione" del "diverso" Rom e Sinti? R: Il tentativo di "normalizzazione" di rom e sinti in Italia è stato da sempre segnato dallo stereotipo diffuso a livello sociale dello "zingaro" nomade, asociale e ladro; caratterizzazioni massificanti che annullano la diversità individuale in nome dell'etichetta etnicamente connotata. Questi elementi vennero associati all'aspetto razziale nel periodo nazi-fascista ed il silenzio conservato sulle vicende della persecuzione dei rom e dei sinti e la mancanza di uno sguardo critico ha impedito di mettere in discussione e decostruire lo stereotipo. Per questo motivo la progettazione educativa e sociale rivolta ai rom e ai sinti ha continuato a conservare anche dagli anni Sessanta ad oggi le medesime etichette sottintendendole all'interno di un "razzismo democratico" alimentato a livello popolare ed a volte celato nella legislazione o nelle istituzione volte alla formazione dei giovani. Questa visione stereotipata dello "zingaro" ha prodotto la ghettizzazione ed il rifiuto oggi simbolicamente connotati dal "campo nomadi", un luogo che la cultura maggioritaria ha edificato per quei soggetti che immaginava stranieri e nomadi. Rom e sinti in realtà sono oggi soprattutto stanziali e per la metà dei centocinquantamila presenti in Italia (lo 0,2 dell'intera popolazione della penisola) di cittadinanza italiana.
D: In questo senso, lei pensa che la "questione ebraica" abbia assunto storicamente un ruolo di ulteriore innesco ideologico di un quadro di persecuzione - normalizzazione delle popolazioni nomadi, o vi è stato un parallelismo sostanzialmente equidistante fra i due fenomeni? R: La "questione ebraica" e la "questione zingara" si sono sviluppate parallelamente entrambe guidate dal "paradigma di Auschwitz": la "logica Auschwitz" non governò soltanto la morte nei lager, ma fu il comune denominatore di tutto quel processo di emarginazione e distruzione modernamente organizzato da nazioni condotte da un efficiente apparato burocratico che governò la macchina dello sterminio. La "questione ebraica" fu al centro del progetto di bonifica sociale voluto dal nazifascismo e colpì un gruppo presente e spesso con ruoli di spicco all'interno della società maggioritaria. Dall'altra parte i rom e i sinti si trovavano già ai margini e privi di strumenti di affermazione del diritto individuale. Ciascuno di questi perseguitati rappresentava in ogni caso un'aporia intollerabile da ridurre o rimuovere con la forza. All'interno di questo quadro indubbiamente l'antisemitismo occupava un posto centrale anche perché poteva contare su una tradizione d'odio religioso cristiano che Hitler seppe sfruttare con abilità. Entrambi i gruppi finirono significativamente il proprio percorso all'interno del lager di Auschwitz-Birkenau destinati alla morte perché definiti inferiori per razza, cioè delle vite indegne di vita. Rom, sinti ed ebrei vennero trasportati nei medesimi convogli verso i campi di sterminio nell'est dell'Europa.
D: Il concetto di "diversità" ha molte declinazioni antropologiche, può riguardare consuetudini sociali (nomadismo - stanzialità, ecc.), caratteristiche etniche (colore della pelle, ecc.), disabilità fisiche o mentali interne allo stesso gruppo sociale "dominante". Quale può essere il ruolo della memoria, oggi, per scongiurare il riaffioramento di un'idea di "identità" in senso oppositivo e discriminante? R: La memoria gioca il ruolo chiave di ricostruzione di molteplici storie. Possiamo immaginarla come un mosaico nel quale i tanti tasselli rappresentano le vicende di soggetti o gruppi diversi. Le tessere del mosaico rappresentano la ricchezza dell'intera umanità; più la memoria riesce ad arricchire di tessere il proprio mosaico ed a svelare anche il non-detto (spesso selezionato e rimosso dalla cultura maggioritaria) più risulterà in grado di sviluppare il percorso verso una memoria democratica e plurale che non offra il fianco al negazionismo o al revisionismo. La memoria oggi, in particolare quella dei genocidi attuati nel XXI secolo, deve farsi memoria di molteplici identità, dando voce anche a chi ancora subisce la ghettizzazione ed il rifiuto, testimoniando l'importanza dell'individuo di fronte alle facili categorizzazioni massificanti.
D: Il concetto di "educazione" porta spesso con sé quello di "normalizzazione", rispetto al modello imposto da un gruppo dominante, con l'aiuto fattivo del potere mediatico. Secondo lei quale ruolo può giocare, in prospettiva, la diffusione dei nuovi "custom media" partecipativi e "dal basso", attraverso la rete, perché possa affiorare un'idea di "diversità" come opportunità di arricchimento, oltre i poli di esclusione-inclusione? R: I nuovi strumenti di comunicazione, magari dal basso, potranno avere un ruolo positivo rispetto alla scoperta, all'accettazione, alla condivisione della diversità soltanto se sapranno offrire opportunità diretta alle minoranze escluse e ghettizzate di prendere la parola tramite la costruzione di un tessuto sociale, fatto di idee e di progetti positivi, condivisi socialmente al di là della propria appartenenza etnica, religiosa o nazionale. Una comunanza di idee che possa parlare, in modo nuovo e attraverso nuovi media, di quell'uomo planetario che Ernesto Balducci descrisse come l'abitante di una nuova terra etica, più giusta e più democratica.
a cura di Roberto Ranieri Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Interviste |
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