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Recensioni
Nel "Tramonto" di Renato Simoni la fine di un'epoca
Grande successo al Toniolo per l'allestimento della commedia di Renato Simoni "Tramonto" (1906), con la regia di Damiano Micheletto, in programma dal 3 al 7 febbraio 2010.
Nel presentare ai lettori del Corriere della Sera la figura di Renato Simoni, nel 1982 Roberto Monticelli, a trent'anni dalla morte, sottolineava le particolari consonanze con i fermenti culturali di inizio secolo che caratterizzavano, dietro la rappresentazione di un mondo provinciale chiuso e appartato, la sua opera di commediografo in lingua veneta; e cioè alcuni echi premonitori di Freud, fino a Pirandello e addirittura certi toni Ibseniani.
In questo senso, l'allestimento di Damiano Michieletto tende a privilegiare una specie di sospensione atemporale nell'incastro narrativo di personaggi e dialoghi, rispetto al quale l'elemento di spicco della scenografia, un gigantesco quadrante bianco d'orologio, assume quasi la valenza simbolica di un timer innescato su una tragedia personale annunciata, di cui tutti gli elementi scatenanti appaiono chiari fin dall'inizio. Vi è la dissoluzione di un mondo, ove il Conte Cesare incarna la sintesi non più sostenibile fra antiche prerogative di potere e una realtà umana e sociale in rapidissima trasformazione e acquisizione di coscienza; il "mondo alla rovescia", insomma, evocato a più riprese da Cesare, appare disallineato, fluttuante nei principi e nei fini, un po' come i contorni curvilinei di uno spazio domestico di pareti concave, senza riferimenti certi. Al centro, la crisi del protagonista, gli input adattativi maldestri all'affioramento graduale dell'altro da sé come soggetto pensante, non più oggetto di dominio ma titolare di parola e di diritti; sullo sfondo, la volatile persistenza di antiche regole di convivenza sociale e familiare, incarnate in primo luogo dalla vecchia madre sempre incombente e apparentemente inossidabile, su cui ruotano i cardini di tenuta di un presente precario e in progressiva dissoluzione. Nel breve contributo video tratto dalla prima del 3 febbraio al Toniolo, ecco un passaggio significativo dello spettacolo, in corrispondenza della conclusione del primo atto, in cui la crisi del protagonista si riflette specularmente sul crescente disordine nei rapporti con gli altri personaggi che animano il suo mondo di dominatore (es. il prete, il segretario comunale), nella progressiva dissoluzione di precedenti automatismi gerarchici: infine, non più centro del mondo, egli stesso vittima di affioramenti multipli di insostenibili livelli di autocoscienza, il Conte Cesare si trova a fare i conti con le crepe del proprio universo affettivo, fra un modello materno ormai prossimo al proprio "tramonto" anagrafico e storico, e una moglie divenuta di colpo "soggetto" titolare di vita propria, passata dalla luce riflessa della venerazione alla libera, devastante iniziativa del tradimento.
Ottima la prova dell'intero cast, con un Giancarlo Previati - Conte Cesare, a suo agio nell'oscillare fra gli strati confliggenti del proprio ego, progressivamente svuotato e relativizzato, fino a un rovesciamento consapevole fra realtà e convenzione che chiama in gioco, alla fine, l'unica sponda umana disponibile ad un riavvicinamento con la verità, la Baronessa sua moglie; a patto che la verità sia comunque lasciata tacitamente sullo sfondo di una rimozione, e riprenda corpo un'addomesticata apparenza. Rovesciamento che non regge il gioco pirandelliano di parti intercambiabili, e produce nuove fratture, fantasmi di vecchi tradimenti emersi a corrodere ciò che resta di una maschera disillusa per un istante ricreduta salvifica, e nuovamente fallimentare. Alla fine, applausi meritatissimi per tutto il cast.
Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Recensioni |
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