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Approfondimenti
Marzo organistico di Noale: una rassegna "controcorrente"...
A Noale di scena la XV edizione del Marzo Organistico "Controcorrente", di questi tempi, è un avverbio che spunta spesso a connotare iniziative fino all'altro ieri ritenute necessarie, e all'improvviso toccate dalla contagiosa volatilità del superfluo; dove la "corrente", in cose di cultura e di massmedia, richiama soprattutto lo sciabordio di effetti che la realtà percettiva dei vari reality, oggi, infonde nell'immaginario di chi fruisce - legge - ascolta i nuovi "fenomeni" e "prodotti" sul mercato, vedi il recentissimo monstrum sanremese di telecrazia musicale applicata. Così, volendo parlare di una rassegna di musica colta di altissimo livello come il Marzo Organistico di Noale, una delle poche nel Nord Est che individua l'organo come strumento laicamente rappresentativo di una formidabile e vitalissima tradizione musicale, fino al sottotraccia di un'esuberante creatività contemporanea, si può incappare in qualche spaesamento di troppo: e il "controcorrente" rischia quasi di evocare le virtù dell'anguilla di montaliana memoria, prestata dalle "pozze d'acquamorta" ai rivoli mediatici di un rumore di fondo sempre più assordante, impegnata a deporre uova nell' "a monte" indefinito di un rapporto, forse ancora possibile, fra esperienza sonora e attraversamento di "strati" di sé e del mondo. Il primo scoglio che ingombra la risalita controcorrente dell'anguilla, nel nostro caso, è innanzitutto la persistenza di un vulgato clichè che associa il suono d'organo da un lato a incombenze liturgiche, dall'altro alle atmosfere dark - gothic dei più svariati contesti, fra innumerevoli maledettismi d'annata sullo schermo e, altrove, abusatissime scorciatoie sonore d'effetto. Per provare a rimontare la corrente, senza per forza doversi rifare al trapassato remoto, forse è sufficiente citare qui i nomi di due giganti del ‘900, Carl Nielsen e Arnold Schönberg, accanto a due vicende esemplari: il primo, fra i sinfonisti più geniali e celebrati del secolo scorso, affidò il proprio testamento musicale proprio alle geometrie sonore dell'organo, incubatore di un pensiero musicale assoluto e senza fronzoli, sperimentando in Commotio le architetture di un'estrema sintesi di stile; mentre basterebbe citare le tarde Variazioni su un recitativo di Schönberg come un unicum misconosciuto nella sua produzione, nel quale destinò proprio all'organo le ragioni di uno spiazzante ritorno alla tonalità. L'organo, quindi, come protagonista assoluto di alcuni snodi decisivi della storia della musica del Novecento, oltre i fumi d'incenso delle cantorie e gli alias deformanti dei vari "fantasmi del palcoscenico"; con l'immortale retrovia del corpus d'opera bachiano a vegliare, da quasi tre secoli, sull'evoluzione dello stesso idioma musicale d'occidente, fra riattraversamenti e ritorni, nuovi spunti e inesausti contrappunti.
Ed accanto alla "contemporaneità", è proprio l'opera di Bach a percorrere con continuità i programmi dei quattro concerti previsti dalla XV edizione della rassegna noalese, curata anche quest'anno da Silvio Celeghin, presidente dell'omonima associazione (tutte le informazioni in www.marzorg.org); gli interpreti coinvolti, oltre allo stesso Celeghin impegnato ad aprire la rassegna presso la Chiesa Arcipretale (6 marzo, ore 20.45), si collocano nel firmamento d'eccellenza dell'ars organistica contemporanea, dal tedesco Arno Hartmann (Chiesa di Moniego, 13 marzo), allo statunitense James Edward Goettsche (di nuovo Noale, 20 marzo); con una punta ulteriore di suspense per l'arrivo di un autentico, celebratissimo (oltralpe) fuoriclasse come lo svizzero Guy Bovet (Noale, 27 marzo), musicista che pone da decenni innato talento e tecnica vertiginosa al servizio delle pagine più intense del repertorio, senza rinunciare a un proprio incontenibile estro improvvisativo, attraversato spesso da vivaci digressioni umoristiche. Trattandosi d'organo, almeno una parola va spesa sugli strumenti, con un occhio ben vivo al contesto; assai remote infatti appaiono, nelle nostre città, le possibilità di ascoltare dal vivo partiture posteriori al ‘700 (lasciando fuori la triste pagina dell'800 organistico italiano, con le arie d'opera lanciate alla caricaturale conquista delle cantorie di chiesa) su strumenti almeno sufficienti per estensione di tastiera e numero di registri; risultando prevalente, un po' ovunque, la logica della conservazione a oltranza di corpi d'organo antichi, sottratti all'uso e abbandonati a una missione puramente decorativa. Fra le eccezioni di rilievo, in Veneto, l'organo "Ruffatti" di Noale e il "Pizzo Brasson" della vicinissima Moniego, qui in gran spolvero di sonorità e meccanica, offrono caratteristiche foniche interessanti, contemperando all'ascolto precisione del dettaglio e ampiezza del fronte sonoro, con parecchi decibel in "canna" per una coinvolgente soddisfazione d'ascolto; ed una menzione particolare, da parte nostra, per il Clarone da 16 piedi che a Moniego mette letteralmente alla prova, nell'organo pleno, le coronarie di ascoltatori particolarmente empatici... Scritta nel 1993, la Toccata Planyavska di Guy Bovet, qui eseguita dallo stesso autore (fonte youtube: eliofus), presenta alcune peculiari caratteristiche: in primo luogo l'amplificatio dinamica è graduale, scolpita dall'incalzare ritmico per sincopi e tempi rubati, prima che dal materiale tematico; quindi il perpetuum mobile assume, a differenza del modello francese otto-novecentesco, caratteristiche rapsodiche di incastro fra elementi fortemente dissonanti, ben lungi dall'effetto di "sfondo" armonico avvolgente e circolare. tipico del genere, pur senza arrivare alla radicale scomposizione operata da Jean Guillou. Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Approfondimenti |
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