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Un "memento" poetico tra passato e futuro, Le "Kalendae" di Silvia Zoico


 
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Silvia Zoico, Kalendae,-arum, Venezia, I quaderni di Sinopia, 2010


La vertiginosa rincorsa dei dizionari agli aggiornamenti del lessico, accanto alla registrazione del nuovo, dovrebbe talvolta soffermarsi sulle modificazioni d'uso dell'esistente; così, di fronte alla parola "poesia" sarebbe il caso di osservare almeno una sosta tecnica, per precisare un po' meglio di che cosa si parla.
Alfonso Berardinelli suggerisce di suo qualche indizio: «Io non credo nella poesia. (...) Credo che oggi il più insidioso e temibile nemico della poesia sia la poesia stessa, o meglio la sua idea, il suo mito (...), un valore che appare tuttora garantito di per sé come eccellente.»
Altrimenti detto: parlando di versi e di autori contemporanei, nello sconfinato orizzonte dell'edito, converrebbe sempre operare un accurato distinguo fra forma e intenzioni, oggetto linguistico in sé e svuotato rituale espressivo; e volendo rincorrere  le tracce superstiti di quel mito "ancora eccellente", fare magari di necessità virtù, in una paziente rabdomanzia di indizi che riportino a qualche "costante poetica" che faccia la differenza. Su tutte, forse, l'onesta riapertura di una "sfida" millenaria alle resistenze del linguaggio, e alle scorciatoie della prosa, per dire qualcosa di intrinsecamente unico e non ripetibile.

In questo senso, la sfida di Kalendae, -arum (Venezia, Sinopia, 2010), il nuovo libro della veneziana Silvia Zoico, affila le armi di un intrigante "corpo a corpo", condotto senza esclusione di colpi, fra il meticoloso assemblaggio di una forma poetica "alta" e la vertigine rasoterra di una "storia condivisa" di crescente disumanità, nel suo viraggio da patrimonio comune di anticorpi a ferita psichica del soggetto; sfida che brandisce con rinnovata pietas un significante centrale, e cioè quel luogo di "lacerazioni" per eccellenza rappresentato nel corso dei secoli dal corpo femminile, vero baricentro etico dell'intero percorso.
Di verso in verso, il poemetto chiama le proprie geometrie ad assorbire e rilanciare, attorno a quel corpo, l'urto di traumi e continue oscillazioni; ecco allora che Zoico piega la struttura strofica delle stanze, ciascuna di dodici versi in forma di doppia sestina invertita, a perimetro ove incastonare inedite collisioni del lessico, sfruttando le clausole in rima come detonatori di senso. Così, mens può assuonare con lap dance, Abu Ghraib con indice Mib, Deuteronomio con manicomio, in una radiografia di equivalenze fonetiche che relativizza, non senza ironia, distanze concettuali e temporali incolmabili, rimbalzando fra le stagioni della storia e le s-ragioni di divinità distratte, cronicamente inadempienti.

Autrice assai colta e non facile (il suo "Testa e croce" vinse nel 2007 il Premio Anna Osti per l'edito), Zoico si rivela anche qui tessitrice di architetture verbali levigate e polisense, forte di uno sguardo "alto" sempre pronto a inabissarsi nel singolo dettaglio, o particolare anatomico rivelatore, non appena il suo "carmen sanguinis" può far ricircolare fonemi e sdrucciole nel «carnem levare del monte di Venere / prima che sanguini il giorno di cresima».

a cura di Roberto Ranieri

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