dal 17 al 20 novembre alle ore 21:00 con Ornella Muti, Duccio Camerini, Mimmo Mancini
il 18 novembre anche alle 16:30
il 21 novembre alle ore 16:30
di Gianni Clementi
regia di Enrico Maria Lamanna
(Premio Siae - Eti - Agis - I edizione 2007)
BIGLIETTERIA
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Note dell’autore
Gianni Clementi
Note di Enrico Maria Lamanna
Era l’anno della nevicata a Roma, quella del ‘56, anno in cui prende corpo la storia de L’Ebreo, premio Siae – Eti – Agis scritto da Gianni Clementi.
Era da un po’ che io e Gianni ci inseguivamo: quel suo saper raccontare storie, semplicemente storie, quel suo amore verso il dialetto romano, alzato finalmente a lingua, erede di Monicelli, Risi, ma ancor più di Age e Scarpelli e di Suso Cecchi D’Amico.
E così, io che amo la drammaturgia contemporanea, sempre pronto a creare i classici del 2000, resto folgorato da Gianni e parto con L’Ebreo. E ne ricreo i sapori, le atmosfere di una Roma che fu, quella del ’56 appunto, nel pieno dopoguerra, ma dove però la capitale era in mano ad una classe di “cafoni arricchiti”, che vivevano di usura e di proprietà usurpate o acquisite dagli ebrei padroni di palazzine per la città di Roma e nel ghetto, che lasciavano in consegna alla servitù i propri averi prima di essere deportati, con l’impegno di riaverli al ritorno. Molti non sono tornati, pochi sì. Ed ecco la storia di Clementi: cosa succede se improvvisamente una famiglia proletaria si trova proprietaria di svariati beni, e la ricchezza li rende avidi, cattivi e sciacalli, che cosa succede se sempre improvvisamente si ripresenta l’Ebreo, legittimo proprietario, a richiedere dopo 13 anni i propri averi?
Mi trovo ora a dirigere Ornella Muti, al suo debutto teatrale. Per Ornella alias Francesca alias Immacolata (la protagonista) trovo un registro popolare, violento, arrabbiato, e se in Notturno di donna con ospiti di Ruccello l’Adriana di Giuliana De Sio al finale rivelava una Medea metropolitana, qui l’Immacolata di Ornella, sotto la neve che imbianca la capitale, rivela una lady Macbeth de nonatri, dolorosa e folle, vendicativa e selvaggia.
Con grande umiltà, Ornella ha indossato i panni di Immacolata, lasciandosi guidare nel dedalo ironico-tragico del personaggio pronto a tutto.
E se il marito rappresenta una Roma che fu, e Tito una Roma naif forte e greve, Immacolata è certamente il nuovo che avanza, che perde il concetto di valori e si accanisce anche contro se stessa.
E il percorso sonoro di questo spettacolo ci porta attraverso un film in bianco e nero, un po’ del tipo Poveri ma belli, ma anche un film dove Immacolata diventa pure una creatura della cinematografia di Aldrich degli anni ’60, e penso alla perfidia di Olivia De Havilland in Piano, piano, dolce Carlotta, ma dove riecheggia, invece, l’urlo della Magnani «Francesco!... Francesco!...», l’urlo della sopravvivenza.
A Giuliana, la mia amica di sempre.