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La fiaba sulla scena. Incontro con Carlo Presotto

Teatro Momo


Carlo Presotto
Carlo Presotto

Il Gatto con gli stivali; o un teatro "in punta di piedi" per i più piccoli


Sin dai primi anni di esordio, la compagnia La Piccionaia - I Carrara, rivolge il suo sguardo al mondo dell'infanzia, sperimentando poetiche che contribuiscono alla formazione dell'"anatomia spirituale dei bambini", come la compagnia stessa definisce, con felice sintesi, tale delicato processo.

Tra i mondi che la compagnia ha deciso di visitare, oltre a quello dei ragazzi, si segnala anche il disagio sociale, l'infanzia violata, le carceri, ciascuno affrontato attraverso attività laboratoriali e di formazione didattica per allievi ed operatori.


Il gatto con gli stivali, in prima nazionale questo 24 ottobre, è la favola che la Piccionaia - I Carrara porta in scena al Teatro Momo di Mestre, inaugurando la rassegna Domenica a teatro, quest'anno alla sua 17° edizione.

Abbiamo cercato di capire insieme a Carlo Presotto, regista e drammaturgo dello spettacolo, come una favola così antica può oggi diventare veicolo di trasmissione di contenuti concreti aggiornati all'oggi, oltreché occasione felicemente didattica, attraverso il teatro.



D: Il Gatto con gli Stivali è una fiaba che risale al 1618. Cosa secondo lei è rimasto costante in questi secoli, da far sì che ad oggi sia ancora tanto attuale?


R: La fiaba de Il Gatto con gli stivali ha in sé il tema del totem animale che rintracciamo sin dai tempi degli aborigeni australiani. Nella sua struttura troviamo un motivo antichissimo delle narrazioni tradizionali: l'aiutante magico impersonato nell'animale parlante, presente già nelle culture nomadi dei cacciatori e tra gli indiani d'America. L'animale parlante accompagna l'uomo da migliaia di anni e in particolare il gatto parlante appare in Italia intorno alla metà del ‘500 nelle fiabe contenute nel "Cunto de li cunti" dello scrittore Giambattista Basile e in quelle della raccolta di  Charles Perrault "Histoire ou contes du temps passé", che contiene tra l'altro la favola in questione.

Credo che quindi il filo conduttore che rende favole tanto antiche ancora così contemporanee è quello antropologico, che ha guidato e continua a guidare intere generazioni di bambini, e non solo.



D: Portare in scena una favola rivolgendosi ai ragazzi significa entrare nel loro mondo, e cercare di lasciarvi un segno. In che modo secondo lei il teatro può essere utilizzato per entrare in un'area così delicata?
Il Gatto con gli stivali in un'illustrazione di Paolo Dominiconi
Il Gatto con gli stivali in un'illustrazione
di
Paolo Dominiconi


R:
Il teatro è il luogo in cui una comunità di attori-spettatori condivide qualcosa in tempo reale. Non è una trasmissione d'informazione, ma un'esperienza nella quale si spera avvenga un processo di trasformazione. Perciò il teatro si presta moltissimo ad entrare nei processi formativi ed educativi della persona: si pensi ai momenti di grande fervore del teatro, in cui questo veniva riconosciuto al livello pubblico come una dimensione educativa e formativa della società come avveniva ad esempio nel teatro greco e nelle società orientali.

La favola è quindi uno degli strumenti possibili per entrare nell'area dell'infanzia e per farlo bisogna essere consapevoli che il bambino è uno spettatore con un proprio "panorama immaginario". Non è uno spettatore minore, ma uno spettatore "altro" con il proprio modo d'interpretare la realtà e la favola può essere un'utile guida per aiutarlo, ma non l'unica.

Perciò gli artisti che fanno teatro per ragazzi, oltre a possedere conoscenze attoriali di base devono avere la capacità di ascoltare e dialogare con i piccoli spettatori. C'è da sottolineare inoltre che questo tipo di teatro non si rivolge solo al piccolo pubblico, ma anche ad una comunità di operatori che sono le famiglie o le scuole; deve quindi saper parlare sempre ad entrambi i livelli (adulto/bambino) all'interno di una realtà educante. Perciò bisogna essere molto consapevoli di cosa succede all'interno di questo mondo: i tempi di attenzione dei bambini della scuola materna sono molto diversi da quelli di un ragazzo delle scuole medie, c'è una diversa consapevolezza dell'uso del linguaggio e della parola dopo gli 8 anni rispetto alla maggiore sensorialità che il bambino ha prima dei 7. Questi sono tutti elementi che fanno parte di un bagaglio di pedagogia che quasi sempre gli artisti del teatro ragazzi mettono a fuoco con una densa attività di laboratorio, come nel caso di questo spettacolo che nasce proprio dal lavoro con una scuola primaria di Vicenza e la collaborazione con 2 scuole primarie di Mira.



D: Esistono allora delle suddivisioni interne al teatro ragazzi a seconda della fascia di età dei piccoli spettatori?


R: Solitamente quando parliamo del teatro ragazzi ci rivolgiamo ad aree di pubblico, perciò uno spettacolo coinvolge raramente più fasce d'età insieme: ci si rivolge a 3 fasce principali (area prescolare, area primaria e area adolescenziale), accomunate tutte dall'essere formate da una comunità di spettatori mista tra bambini ed adulti. La parte adulta è molto importante perché il bambino tende a rielaborare lo spettacolo con l'adulto attraverso domande e racconti successivi ed in questa fase post-spettacolo l'adulto partecipa con la propria opinione e la propria percezione, che a volte può influire su quella del bambino. E' infatti dalla metà degli anni ‘80 del 900 che il teatro ragazzi sta attento a sviluppare questa tematica, cioè la consapevolezza che lo spettatore bambino è sì uno spettatore puro, ma è pur sempre all'interno di una rete di relazioni "adulte".



D: Sin dagli anni '80 la vostra compagnia opera in ambiti in cui è necessaria una grande sensibilità, oltre che una solida formazione. Quali sono i requisiti che dovrebbe avere chi ha a che fare con realtà complesse e disagiate?

Foto di scena da Il Gatto con gli stivali
Foto di scena da Il Gatto con gli stivali

R: La Piccionaia in questo momento comprende 5 compagnie di produzione, ognuna delle quali che persegue una propria poetica, una propria ricerca. Spesso chi lavora col teatro per ragazzi si trova su territori di confine, ha a che fare con situazioni di conflitto come quelle del disagio sociale e del disagio psichico.

E' ovvio che lavorare in un carcere e lavorare con bambini sono due cose molto diverse, ma in  comune hanno il far parte del "teatro sociale"; cioè di un tipo di teatro che non si definisce per i linguaggi artistici che usa, ma per le comunità con le quali si relaziona. E' un teatro che si discosta da quello tradizionale basato sull'attirare il singolo spettatore, perché scegli di definirsi intorno ad un'intera comunità di spettatori.



D: Dietro ogni favola, c'è sempre un intento pedagogico che l'autore cela in avvenimenti e personaggi surreali. Qual è per lei l'insegnamento che questa fiaba cerca di far arrivare al piccolo pubblico?


R: In questo caso tutto ruota intorno alla figura dell'aiutante magico, che rappresenta per il bambino la capacità di ascoltare se stessi di fronte alle prove che ci pone la vita. L'aiutante magico è una sorta di amico immaginario (incarnato qui dal gatto) che aiuta il piccolo a trovare se stesso e a trovare la forza di agire in determinate situazioni, anche quelle per noi apparentemente più semplici. E' questo secondo me l'insegnamento che Il Gatto con gli stivali propone ai bambini: l'ascolto della propria coscienza per trovare dentro di sé la forza di reagire di fronte alle difficoltà, per capire cosa si vuole realmente e come fare per ottenerla. Così il bambino avverte che di fronte ad un problema non è solo, che anzi può contare sugli altri, ma sopratutto su di sé.



D: Avere un pubblico la cui età media è tra i 5 e i 15 anni dev'essere emozionante, ma anche una dura prova di resistenza per un lavoro teatrale. Come reagisce il giovane pubblico nello star seduti e in silenzio finché non finisce lo spettacolo?


R: Lavorare con i ragazzi è una scelta. Ciò che accade sul palco, fa letteralmente "risuonare" la platea. Questo accade sempre in teatro anche con un pubblico di adulti, ma con quello di bambini il risuonare te lo senti direttamente addosso. Addirittura nei piccolissimi, quando sono molto coinvolti dall'azione, si muovono imitando l'attore, nei movimenti, negli sguardi, nei suoni. La scelta di fare teatro per ragazzi è perciò una scelta di verità: un mettersi in gioco primariamente, in modo radicale, senza nascondersi dietro giustificazioni intellettuali a cui invece spesso gli adulti si appellano. Il piccolo pubblico è molto più naturale e se lo spettacolo non funziona, se non sei sincero, non ha pudore nel fartelo chiaramente sentire; se ciò accade, diventa molto difficile proseguire lo spettacolo perché senti su di te la sua disapprovazione.



Carlo Presotto nello spettacolo Favole al video-telefono
Carlo Presotto nello spettacolo
Favole al video-telefono

D: Qual è secondo lei il miglior metodo che permette a uno spettacolo di teatro per ragazzi di ottenere equilibrio tra ludico e didattico senza cadere in banale comicità o pedante moralismo?


R: Un elemento importante da precisare è che la didattica è una dimensione che ha a che fare con la scuola, mentre il teatro si occupa di produrre esperienze che facciano crescere, che emozionino e che trasformino. Esperienze in cui il bambino possa riflettere e dalla riflessione attraverso la propria percezione, evolversi. Il gioco tra ludico e didattico si modula a seconda della tematica; esistono anche spettacoli molto seri, che giocano sulla poetica o sul dramma, non è necessario che il teatro ragazzi sia un teatro leggero. Proprio recentemente ho visto un spettacolo della compagnia Babilonia Teatri, creato per bambini e che affronta il tema del dolore ("Baby don't cry"). Come ho detto prima, gli strumenti per arrivare ai ragazzi sono vari, possono essere la favola tradizionale o la lettura degli ingredienti delle cotolette di pollo, come abbiamo sperimentato con uno spettacolo recentemente portato in scena, in collaborazione appunto con i Babilonia Teatri.

Concludendo con un'ultima riflessione, posso dire che in questo momento il teatro ragazzi è molto richiesto ed è in atto una grande trasformazione legata alla trasformazione della comunità con cui lavora. Trasformazione legata alla crisi, ma non in senso semplice del termine, ma nel senso di rapporto tra teatro e scuola perché la scuola sta attraversando un periodo fortemente critico. Mi sembra quindi che stiamo vivendo un momento molto particolare per assistere a cosa succede sul palcoscenico, perché il teatro proprio quando si avventura nei luoghi della crisi comincia a diventare ancor più interessante.


Testi a cura di: Staff ufficio
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