Ornella Muti, "mantide" perfetta con un finale a sorpresa...
Ornella Muti
La serata d'esordio al Toniolo deL'Ebreodi Gianni Clementi, con Ornella Muti magnifica protagonista e padrona indiscussa della scena, ha raccolto un successo calorosissimo, con ripetute chiamate finali ad un terzetto di protagonisti in autentico stato di grazia.
Grande attesa, a Mestre, per la prova di una "debuttante" teatrale già entrata da decenni nella storia del cinema, alle prese con una figura femminile di accesa sensualità e morale depravazione, non certo semplice. L'aspetto più incisivo della prova di Ornella Muti nel ruolo torbido di Immacolata, la diabolica serva arricchita protagonista assoluta del testo di Clementi, è dato probabilmente dalla disinvoltura di un registro espressivo in grado di trasmettere, con naturalezza e senza sbavature retoriche, l'assoluta normalità del male. Normalità dei suoi meccanismi psicologici, senza bisogno di carrellate retrograde sui guasti interiori che ne motivano l'affioramento; conta solo l'"ora e qui" di un fortino domestico da difendere a oltranza, specchio di una propria posizione sociale acquisita e non negoziabile. Complice un romanesco vivo, sguaiato non al punto da comprometterne l'indispensabile tensione espressiva, Immacolata persegue l'autodifesa del suo nuovo "status" di possidente immobiliare (frase tormentone: "io indietro nu' cce torno!") minacciato dal ritorno del suo antico padrone, attraversando ogni sfumatura psichica, nonché variante tattica, della rimozione fisica e mentale dell'altro, pur di non vedere dissolta la sua nuova maschera di "emancipata" dalla miseria: "Lady Macbeth de noantri vestita alla Grace Kelly", così la definisce il regista Lamanna, con la sponda di un apparente controcanto etico, debole e perdente, di un bravissimo Duccio Camerini, il marito pronto inizialmente a cedere al fantasma dell'Ebreo, fino a quando abbocca alla smania vendicativa inoculatagli da Immacolata; figura maschile ambigua, la sua, cui il fantasma dell'Ebreo di volta in volta presenta il conto morale di minaccia incombente e senso di colpa, fino a divenire il fantasma di un proprio competitore adultero, adeguatamente dipinto da Immacolata a misura della sua inettitudine, nemico quindi da abbattere senza indugio. Nessuna forzatura sopra le righe, tutto scorre liscio a delineare l'innesco di un'ossessione familiare via via più stringente e patologica, nei suoi meccanismi interattivi fra dominante e dominato, fino ad un finale dai toni surreali, di cui non vogliamo togliere il gusto a chi avrà il piacere di assistere allo spettacolo.
Nel breve contributo video, tratto dalla serata d'esordio al Toniolo, uno dei momenti topici della commedia: il riaffacciarsi improvviso della presenza "aliena" dell'Ebreo alla porta, con le reazioni disordinate e convulse di Immacolata e del marito intestatario dei beni, il "mediocre" Marcello Consalvi, e il primo scambio di battute rivelatrici di uno sconvolgimento familiare che trascinerà le rispettive esistenze, in un crescendo grottesco di situazioni, verso il baratro finale. Da non perdere, all'inizio, un assaggio della verve romanesca irresistibile di Mimmo Mancino, l'amico "stagnaro" legato ai comuni trascorsi sociali della coppia, e via via irretito e coinvolto nei piani criminali della "mantide" Muti, fino al colpo di scena finale.