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"Famelica farfalla". L'ago della memoria e il filo della poesia.


copertina del libro
copertina del libro

In occasione del “Giorno della Memoria 2012”, l'Ateneo veneto presenta il libro

FAMELICA FARFALLA
di Silvia Zoico (Novi Ligure, Puntoacapo 2010).
Poema in ottave per quattro voci di sopravvissuti alla Shoah

Letture di brani a cura dell’autrice Silvia Zoico
Interventi di Gilberto Pizzamiglio e Roberto Ranieri


Di seguito, l'intervento di Roberto Ranieri

 

"Io sono qui anche perché ho avuto la fortuna di seguire un po' piu' da vicino la genesi di questo libro, fin da quando ne circolavano brani e stralci in un corpo selezionato di lettori, come capita spesso a chi scrive versi, in varie modalità cartacee e elettroniche; così in quella fase ho potuto percepire un primo sentore di "echi di ritorno", magari nel commentario spicciolo che segue letture un po' di fretta. L'impressione era che non fosse una cosa troppo "commentabile"; nel senso che le categorie di sensibilità estetica normalmente associate a un testo "poetico", qui, parevano risultare insufficienti, mostrare dei limiti. Ricordo che qualcuno si lasciava scappare anche qualche riserva, sull'aspetto apparente di "memoriale privato" di quella scrittura, quindi per molti versi, o meglio molto pochi "versi", poco compatibile con una vocazione non solo tendente a una qualche "universalità", ma anche pianamente comunicativa. Qualcun altro non riusciva ad associare la struttura di poema in ottave ritmicamente e fonosintatticamente frazionato e irregolare ad un qualche modello formale esteticamente compiuto, e mentalmente addomesticabile.

Poi il libro è uscito. Si sa come funzionano  le cose di poesia, in Italia. Già trovare un editore disposto a investire di tasca propria su un libro di poesia è una fortuna insperata, figuriamoci quando vengono a mancare, come in questo caso, i cliché attrattivi variamente legati al "sentire" o all'"amore" che periodicamente si cerca di rimettere in campo per guadagnare alla poesia i cosiddetti "non addetti ai lavori".

 

Silvia Zoico
Silvia Zoico

Eppure, la Famelica Farfalla grazie a Puntoacapo ha visto la luce, e ha cominciato un suo volo radente piuttosto fortunato, di riconoscimento in riconoscimento, "piazzandosi" in alcuni dei concorsi di poesia piu' prestigiosi del 2011, assai diversi l'uno dall'altro per sensibilità, formazione dei giurati, consuetudini di gusto. Menzione d'onore al Premio Lorenzo Montano, ad esempio, che è un prestigioso approdo letterario propenso a valorizzare gli aspetti piu' "strutturali" del fare poetico, soprattutto nelle sue connessioni alla contemporaneità; poi ancora sul podio al Premio Gozzano, orientato invece ad accogliere suggestioni poetiche piu' "pure" e meno legate ad aspetti in qualche modo ideologizzanti; sul podio anche al Premio Anna Osti, anche questo un appuntamento annuale con la poesia di assoluto prestigio, che l'autrice del resto già aveva attraversato con successo anni fa con Testa e Croce, il libro d'esordio.
Colpisce insomma un dato oggettivo: si tratta di un testo capace di imporre le sue qualità in una varietà di approcci possibili, purché gli si dedichi una lettura che non si fermi all'impatto angoloso delle prime ottave, rischiando poi di rimbalzare via di fretta. Questa poesia ha una "non canonicità" che non significa sperimentalismo ma, come accade spesso negli esiti piu' convincenti di ogni espressione artistica, sembra assumere su di sé l'onere e il rischio di una "forma" unificante che metta insieme elementi divaricatissimi; che qui sembrano richiamare da vicino il famoso "interdetto" adorniano di un "dopo Auschwitz" negato alla letteratura, infiltrando ciò che resta di forme e canoni poetici nel corpo sanguinante delle "storie" che compongono i suoi quattro capitoli.
Vari commentatori, in primo luogo gli estensori non occasionali delle motivazioni dei vari premi, mettono in evidenza questo contrasto fra "l'affiorare sanguinolento della memoria" (Francesco Carbognin, motivazione premio Osti) e una misura letteraria unificante superstite, qual'è appunto il poemetto in ottave, compreso il suo schema rimario "classico" ABABABCC; tuttavia a me sembra che per comprendere l'operazione letteraria di Silvia Zoico bisogna fare un passo indietro, e tornare per un attimo proprio alla lettera della famosa affermazione di Adorno. «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie», diceva Adorno. Se si trattasse solo di un'operazione di forma, e cioè di un tentativo letterariamente raffinatissimo di far collidere e funzionare in un unico corpo il campo dell'orrore non dicibile e il contenitore rassicurante di una qualche forma poetica, il discorso probabilmente si fermerebbe alla superficie, e cioè alla qualità e alle raffinatezze retoriche dell'incastro.

Paul Celan
Paul Celan

A me sembra invece che Silvia Zoico abbia preso di petto l'assunto adorniano, nella sua lettera e persistenza virale nel dibattito culturale e metapoetico del ‘900, e abbia scelto non tanto la via dell'assegnazione di un "primato" ideale o reale alla parola e a un suo potenziale poetico resistente agli urti della storia, quanto il rovesciamento del rapporto fra orrore e ars retorica. Nella poesia di Silvia non si dà infatti centralità a una funzione poetica che assembla i materiali della lingua e della storia secondo un filtro di soggettività, l'"esthesis" di chi scrive; filtro che, in altri casi, per esempio in Celan, permette di rendere estraibili e dicibili alcune schegge precise e circoscritte dell'esperienza, diretta e indiretta, altrimenti relegate ad un rapporto con la parola che le renderebbe inventario, o magari all'opposto le fonderebbe un unico urlo inarticolato. Qui è la cosiddetta "funzione poetica" del linguaggio che si mette a servizio della storia, all'azzardo umile di una risalita dal "micro" al "macro", dalla storia individuale alla storia con la S maiuscola; e il primo presupposto dell'operazione non è quello di "ricreare", semmai quello più umile di mettersi in ascolto.
Le "fonti" dei racconti che compongono i quattro capitoli, infatti, secondo me assumono una centralità assoluta nella genesi di quest'opera; "fonte" non come elemento di presunta autenticità da scandagliare a ritroso e testimoniare in un contenitore formale che la renda digeribile, e permetta una sua rappresentabilità; al contrario, occasione d'ascolto che assume su di sé la prima funzione di filtro linguistico rispetto ai fatti, codifica luoghi date e personaggi dietro la lente di un'interposizione che, per risultare già essa intrinsecamente poetica, assume caratteri di familiarità, approfittando pienamente ad esempio di un carattere privato di "consanguineità". La poesia di Silvia Zoico non potrebbe semplicemente essere, forse, se non ci fosse questo ricircolo autogenerativo di storie che risalgono dal proprio sangue, prima che dalle suggestioni dirette o mediate di quello a suo tempo versato.

Così, il poeta si mette al lavoro. Non reinventa scenari letterariamente suggestivi o persuasivi di un'iconografia reale o psichica preesistente; no, inventaria e mette da parte ad uno ad uno ogni singolo elemento, notizia, citazione, toponimo; non estrae dal cozzo della lingua, di contesto in contesto, gli stridori formalmente piu' accattivanti o di effetto, fa piuttosto un'operazione preliminare di microchirurgia sulle etichette fonetiche di quei luoghi, assorbe il plurilinguismo dei dati in possibili ingredienti non per gli effetti speciali della lingua, ma per adattare la lingua all'intarsio infernale del loro valore intrinseco di segnaposti dell'orrore.
In che modo la funzione poetica sulla pagina può adattarsi alla terribile humanitas, già amorevolmente filtrata a monte, di quei quattro percorsi? In vari modi, ad esempio incrociando le rime, spezzettandole, svariando sugli omoteleuti, sfibrando gli enjanbement fra i versi e le ottave. Qui però mi piace sottolineare di più l'aspetto ritmico; infatti una delle caratteristiche del poemetto, e cioè l'irregolarità prosodica degli endecasillabi, sembra adattarsi con flessibilità ai campi semantici del testo, nella loro estrema varietà fra i cosiddetti "a maiore" (accento in sesta) e "a minore" (accento in quarta), e poi quelli non canonici di quinta, e poi quelli dattilici e giambici. Quando il verso ingloba elementi umani, anche dolorosissimi, l'endecasillabo tende a regolarizzare il ritmo sulle sue varianti canoniche; quando entrano in scena ad esempio i toponimi, una specie di cifratura multilinguistica applicata ai gironi dell'inferno, ecco che affiora spesso l'endecasillabo anomalo con quinta tonica, l'accento più che "zoppicare" sembra adeguarsi alla dimensione mentalmente scoscesa e inaccessibile di quei luoghi, nella topografia dell'umanamente possibile, in chi li ha vissuti.

Si tratta insomma di una microchirurgia poetica che sutura lacerazioni originarie, attraverso parole che non aggiungano botox o silicone a una bella forma da ostentare all'esterno, ma misurino grafema per grafema le intercapedini dove poter far presa con piu' efficacia, per permettere alla "memoria" di emettere suoni e nomi, riprendere forma di volta in volta un organismo nuovo, come un inedito aggregato molecolare che renda palpabili e levigati echi di ustioni, concrezioni stinte di amori e umori corporei.

Il risultato, tuttavia, non sembra calibrato per far rifulgere di singole perle le lenti dei microscopi degli "addetti ai lavori"; chi abbia sentito dal vivo l'autrice leggere il testo, ha assistito a qualcosa di veramente speciale, empaticamente in grado di sprigionare un'attenzione quasi fisica, colpire non tanto antenne di frequenze intellettualmente asettiche, ma "membrane" sensibili piu' profonde, pozzi di raccolta di risonanze quasi corporee. La poesia di Silvia Zoico, per riaffiorare da quei pozzi, come da tutti i filtri e le operazioni linguistiche utilizzate in quell'umano e disumano recupero, deve riguadagnare il suono del racconto, prendere corpo verbale; solo lì, nella viva voce, ogni architettura pare riprendere una dimensione naturale di flusso; ipometrie o ipermetrie, dattili o spondei, canoni e eccezioni ai canoni si mescolano per riprendere la natura di una voce piana che racconta, pesando ogni parola per non perdere il filo di una memoria che avvolga, senza soffocare, come sulle cadenze di un Filò che riguadagni a un fuoco benefico le trame di una comunicazione minima fra vivi e morti, sommersi e salvati, ancora possibile."

 

Roberto Ranieri


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