Gli occhi di Lajkó. Sguardi incrociati su Breuer
La mostra dedicata all'arte di Breuer (dal 23 Ottobre 2004 al 30 Gennaio 2005, Centro Culturale Candiani) vista attraverso gli occhi curiosi di una visitatrice in cerca di sottili emozioni...
di Maiten PanellaLajkó ci guarda. Dall'ingresso alla sala espositiva del Centro Culturale Candiani, i suoi occhi penetranti ci osservano. Le sue mani, mani così espressive, mani di creatore, ci fermano. Una voce decisa ci sussurra: "
Attenzione! prima di entrare, mettete da parte i pregiudizi: questa non è una mostra ordinaria. State attenti, perché vi verrà svelato il mio mondo attraverso un serio approccio alle mie opere. Al complesso delle mie opere, non solo a quelle più famose. Il percorso vi avvolgerà pian piano in un clima particolare e vi verranno aperti degli ampi sentieri: dalla creatività alla precisione, dal godimento culturale a quello estetico. Lasciatevi andare, ne vale la pena. Le mie opere sono molto di più che la sedia Wassily... Se guardate attentamente, potrete avvicinarvi alla mia mente, sfiorarla e chissà persino riuscire ad accarezzare il senso delle mie creazioni."
E Lajkó non mente.Vedere la mostra che il Centro Candiani, in collaborazione col Vitra Museum, ha realizzato sull'opera del
designer ed architetto ungherese Marcel Breuer ("Lajkó" per i suoi amici ) significa né più né meno assistere ad una mostra di architettura e
design fatta su un progetto pensato e ideato con il massimo rispetto intellettuale, accessibile ad addetti e profani.
Il
percorso, con un ingresso sul versante architettonico ed una chiusura centrata nel
design, si struttura in maniera da promuovere equilibratamente ambedue i filoni creativi.
L'obiettivo? Riscoprire, ripensare, ricalibrare le sue opere architettoniche in relazione alle sue creazioni di
design. Perché, sebbene sia certo che in Europa Breuer è più noto come
designer ( il creatore della sedia Wassily, lo studente del Bauhaus o l'assistente di Gropius ), pochi riescono a vederlo nella sua altra importante e determinante dimensione creativa: quella di architetto.
E vero che è nato forse "tardi" nella professione, giacché la sua
Harnischmacher House a Wiesbaden viene costruita quando già esistevano tanto la
villa Sabota di Le Corbusier, il
Meisterhausser di Gropius quanto il
Barcelon Pavilion di Mies van der Rohe.
Infatti, le sue architetture sono sempre state segnalate come "di grande significato epocale" (in relazione alla sedia Wassily) senza però mai arrivare ad essere incluso veramente nella cosiddetta "prima generazione dei modernisti". Tutt'altro, il nome Breuer si può di solito trovare a fianco degli architetti modernisti "del dopoguerra", le opere dei quali furono sempre considerate degli esiti incerti. Ed è qui dove sorge impetuosamente il messaggio del Vitra: Lajkó è stato indiscutibilmente
uno fra i primi creatori appartenenti alla generazione di architetti modernisti ed ecco le prove che ci portano alla conferma:
Architettura
Prima parte
Cosa troviamo? Innanzitutto, dei materiali omogenei: edifici di concreto rinforzato, pleniluni di solitudine, veri monoliti. Ma è qui dove l'architetto gioca ad essere artista, dove sorge impetuosa la sua creatività, e vediamo nascere l'uso dei paraboloidi-iperbolici ed altre forme mai usate prima, forme che rendono più leggera la forza delle strutture e, nello stesso tempo, riempiono di plasticità le sue linee rigide.
Lo scopo allora non è soltanto la tenuta delle strutture, bensì l’armonia plastica che porta al bello. Eppure Lajkó non abbandona la sua formazione originale, e incorpora questo semplice tocco maestro di gusto, ma non altro, di modo tale che le sue forme non si vedano troppo contaminate dall’innesto ingombrante di altri elementi.
La fabbricazione in serie, (leitmotiv della Bauhaus ) degli elementi delle facciate concorda con la massima di Breuer: “
l’architettura deve essere in grado di creare formazioni che sopportino la ripetizione “.
Il carattere unico ed espressivo dei suoi edifici è il risultato di forme "cristalline " che demitizzano lo spirito di rigida ripetitività e sprofondano le sue radici nell'evitare la perdita dell'equilibrio naturale, come accade nel linguaggio visivo di Paul Klee.
L'opus architettonico viene esposto tramite dodici plastici appositamente realizzati per Venezia. Quel che colpisce di più è la chiarezza espositiva che ci sommerge nella sua mente ad ogni modello, schizzo, pianta o fotografia, e ci tiene per mano in tutto il percorso. Ogni plastico ci serve anche come documento, pur rappresentando una particolare soluzione poi riutilizzata da Breuer in altre opere sue.
Ed è così che lo spettatore si trova davanti un quadro piuttosto completo, con la possibilità di fruire dinamicamente dell'esperienza architettonica, di capirla e di sentirla in tutte le sue dimensioni.
Il design
Seconda parte
Parliamoci chiaro: Breuer è, innanzi tutto, un architetto; i suoi disegni si presentano pieni di linee costruttive, chiaramente esposte; ecco perché le sue creazioni non si devono inquadrare solo dal punto di vista della dimensione funzionale, il che viene evidenziato dall'uso che fa delle
textures, vero ponte tra i suoi due filoni creativi.
Nella sezione intitolata
motivi si chiude la retrospettiva presentando gli elementi chiave del vocabolario progettuale di Breuer: oltre alla protrusione, le bande orizzontali e i rettangoli reclinati che contribuiscono ad una vera trasformazione della luce.
Non si ferma qui la sua vicenda artistica anche perché si trova con i diversi elementi: cemento armato, legno, compensato, tubo d’acciaio, alluminio e cuoio che mette alla prova nella ricerca senza sosta della necessità indiretta del vuoto, sorgente assoluta del bello.
Molti pezzi originali, diventati col tempo leggendari, dimostrano con quanta raffinatezza Breuer fosse in grado di discernere le opportunità strutturali e progettuali offerte dagli elementi più diversi.
Abbiamo finalmente capito il mondo creativo di Lajkó. Dopo aver navigato a “vele spiegate” nel suo universo e, prima di uscire, guardiamo ancora il suo volto e lo ringraziamo profondamente per averci arricchito col più importante dei concetti: quello dell'opera utile, eppure bella.
Maiten PanellaVai alla scheda della mostra