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«Scusate sono un timido» di Giampaolo Bonzio


Copertina del libro
Copertina del libro
Recensione di Francesca Sartori 


Il racconto di una vita dedicata alla cronaca

Gli Specchi Marsilio, 2005 Venezia


Il mondo del giornalismo allo specchio, per riflettere su missione, funzione sociale, corpo e anima di una professione che ogni giorno di più sembra deformarsi agli input di nuovi massmedia e tecnologie. Con una testimonianza affettuosa, semplice e pulita, Gianpaolo Bonzio racconta una vita dedicata alla cronaca: quella di suo padre Giovanni Bonzio, Gibo per tutti.
Pioniere di una professione ancora “in crescita”, Gibo eredita redazione e passione dal padre Roberto e, con la targhetta del Gazzettino appesa al cancello di casa, comincia con passione e tenacia a raccontare quello spazio urbano che è la terraferma veneziana.

Una lingua di terra non ancora indipendente da un punto di vista amministrativo, ma comunque cuore pulsante di un’industria che nel giro di pochi decenni avrebbe costituito il boom economico del Veneto, tra polemiche, aspettative, errori madornali. Bonzio delinea con poche parole, a volte sue a volte del padre, la storia di una Mestre cresciuta senza controllo e senza una progettualità ben determinata; un piccolo paese che s’ingrandisce all’ombra della storia di Venezia, supporto economico di una città che nonostante la funzione rappresentativa, già cominciava a svuotarsi dei suoi stessi abitanti.

Ed è tra lo smodato sviluppo economico e gli anni di piombo del terrorismo, che Gibo s’inventa una pagina di cronaca dedicata a questa Mestre in espansione, mostro di cemento fagocitante, popolato da una fauna di provenienza varia; ed è attraverso le pagine scritte di una testata locale che una cittadina prende coscienza di esistere… raccontando le proprie storie, i propri protagonisti.

Dicembre 2001: il dibattito in Municipio in occasione del ventennale della morte di Gibo.
Dicembre 2001: il dibattito in Municipio in occasione del ventennale della morte di Gibo.
Se da un verso questo “racconto di una vita dedicata alla cronaca” vuole essere un omaggio alla grande professionalità di un uomo, da un altro punto di vista la lente d’ingrandimento si sposta verso un obiettivo diverso: un confronto tra il giornalismo contemporaneo e quel giornalismo più locale e sanguigno nato tra le macerie del dopoguerra. Nella seconda parte, infatti, dedicata esclusivamente al dibattito, giornalisti quali Gian Antonio Stella, Gigi Riva, Adriano Favaro, Edoardo Pittalis, Luigi Bacialli, Maurizio Paglialunga, Maurizio Dianese ricordano, nel ventennale della scomparsa, l’amico e collega Gibo e testimoniano le trasformazioni subite dal mestiere nel tempo, tra contraddizioni, polemiche e innovazione. Circondati, spesso schiavi di una tecnologia ad altissima velocità, i cronisti d’assalto si trovano costantemente lacerati tra la necessità del contatto umano con gli eventi e quella dell’immediatezza, in concorrenza costante e spietata con la macchina televisiva, soggiogati e spesso vinti da un pubblico che al “pezzo” ormai di routine sceglie l’ascolto distratto.

Ma aldilà del cambiamento forzato e inarrestabile della fruizione dell’informazione, resta la funzione: la testimonianza umana e schietta della cronaca, la partecipazione diretta agli eventi, il pieno e totale coinvolgimento di chi dopo dovrà narrare agli altri un’altra storia.


L'autore
Giampaolo Bonzio (Mestre 1964) lavora nella redazione de Il Gazzettino. Oltre che di cronaca si occupa di musica. Come autore ha realizzato programmi radiofonici di musica di matrice neroamericana anche per la Rai del Veneto e collabora con la rivista di critica musicale Jam.


Per saperne di più:
Marsilio Editori



Quattro chiacchiere con l’autore

D: La redazione, un’eredità di famiglia… come nasce la passione per il giornalismo? Quanto l’esperienza di padre e nonno ha inciso nella Sua scelta della professione?

R: Sicuramente il giornalismo si respirava nell’aria a casa mia. Primo della nuova generazione a intraprendere la strada è stato mio fratello Roberto, più vecchio di me, fin dal liceo convinto a seguire le orme paterne. Per quanto mi riguarda invece, la scrittura è stata una passione successiva, probabilmente una reazione ad un ambiente da sempre vissuto in famiglia a cui, in un certo senso, cercavo di “sfuggire”. Infatti prima c'è stato lo studio in giurisprudenza, successivamente le collaborazioni come critico musicale con alcune radio e riviste, infine la consapevolezza di voler cominciare a pubblicare. E così, da un sorta di porta d’ingresso laterale, anch’io mi sono accostato alla professione, pur avendo scelto un campo d’interesse diverso dalla cronaca. E’ curioso, gli amici per primi si stupivano di questa mia reticenza al mestiere…

D: Come cittadino e come giornalista, in cosa è cambiato il rapporto tra la città e il giornale, inteso ovviamente come testata locale, rispetto agli anni in cui lavorava Suo padre?

R: Il libro nasce proprio da questo, da un dibattito voluto e organizzato da me, in ricordo del ventennale della morte di mio padre, ma non per celebrare un uomo, che per quanto straordinario un uomo resta. No, l’intento è sempre stato porre l’accento, la lente d’ingrandimento, sulla professione, per riflettere e capire attraverso le testimonianze di chi ha vissuto il giornalismo da protagonista negli ultimi vent’anni, come questo mestiere sia mutato; come al giorno d’oggi si debba adeguare a un mondo che lascia davvero poco spazio al rapporto umano tra cronaca e avvenimento.

D: Sicuramente singolare era il rapporto creato da Gibo con i “grandi ricercati” della zona… Scavando un po’ nella memoria, ricorda se Gibo nel seguire un certo tipo di cronaca si sia mai sentito in pericolo? O abbia mai temuto per la propria famiglia? Come viveva la famiglia l’attività di cronaca?

R: Gli anni del terrorismo hanno sicuramente segnato la serenità di mio padre. Come riportato nel testo in più occasioni, sono stati trovati nei covi dei terroristi riferimenti alle forze dell’ordine, schede su poliziotti e cronisti, con riportato l’elenco completo delle loro abitudini. In casa sono arrivate qualche volta telefonate strane, minatorie, ma devo ammettere che probabilmente la professionalità di mio padre ha fatto in modo di tenere separate le due realtà, permettendo a noi di vivere senza accorgerci troppo della tensione che si respirava nelle strade.

D: E per quanto riguarda il rapporto con la polizia? Dalle pagine traspare un forte senso di collaborazione tra stampa e agenti, pur mantenendo ognuno il proprio ruolo. Crede che al giorno d’oggi questo rapporto sia cambiato? C’è ancora uno scambio diretto oppure i cronisti si rifanno ormai solo alle agenzie di stampa?

R: Certamente il mondo è cambiato. Dall’inizio degli anni ’80 i confini sono diventati più labili, il giornalista non è più considerato come una volta l’“autorità”, la voce. Forse una volta la professione poteva apparire più per così dire “artigianale” e in questo senso la parola scritta dal giornale, tramite diretto, ufficiale con la polizia, era riconosciuta come più che affidabile. L’ampiezza, la velocità, la molteplicità delle informazioni oggi dispensate al pubblico - soprattutto via cavo - rischia di confondere, di sembrare spesso e volentieri contraddittoria o inesatta. Il ruolo del giornalista oggi è in bilico tra la pressione delle agenzie di stampa e il timore di diventare banale copia dei telegiornali. Sicuramente il dibattito all’origine di questo libro è stato un momento per tirare una linea di confine tra passato e presente, per sottolineare i contrasti dell’informazione contemporanea. Da un lato oggi c’è una grandissima libertà che sicuramente vent’anni fa non poteva esistere, ma allo stesso tempo la velocità dei mezzi rischia di dissolvere questo vantaggio così difficilmente acquisito.

D: Come hanno accolto i partecipanti al dibattito quest’iniziativa, prima di confronto diretto e successivamente editoriale?

R: Sicuramente c’è stata una risposta più che positiva: la maggior parte degli invitati al dibattito erano sia giornalisti che hanno vissuto in prima persona il passaggio che stiamo cercando di delineare, che giornalisti provenienti anche da esperienze molto diverse. Sentivo quindi una grossa responsabilità nel presentare i fatti, gli avvenimenti del passato, con la maggior aderenza possibile alla realtà. Pur conoscendo molti di loro si può dire da sempre (avevano sempre frequentato la casa paterna), in questo particolare frangente era importante la loro opinione di testimoni diretti di un epoca. Posso ritenermi soddisfatto delle reazioni.

D: All’interno del suo libro ci si aspettava di trovare un’appendice con qualche articolo significativo di Suo padre. Per quale motivo non ha pensato d’inserirne alcuno?

R: L’idea del libro, come già detto, nasce da un confronto e non da una commemorazione. Non voglio e non mi sento la persona più indicata per scrivere celebrazioni su mio padre. La sua carriera doveva essere uno spunto, un punto di partenza per una riflessione più ampia; quindi sì all’interno della prima parte ho inserito brani dei suoi articoli, ma una vera e propria appendice sarebbe stata fuori luogo in questo contesto.


Recensione e intervista di Francesca Sartori

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Testi a cura di: Francesca Sartori
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