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La luna di Malcontenta di Giampaolo Rugarli
Per saperne di più: Marsilio Editori La parola all’autore [ Giampaolo Rugarli ha una voce gentile, parla al telefono con quel tono affabile e dolce di una persona apparentemente in pace con se stessa, uno scrittore che usa la parola scritta e vocale allo stesso affascinante modo. Parla della sua età, un'età importante che ha vissuto esperienze forti, spesso difficili, ma da cui è uscito “vincitore”, anche se con qualche tacca in più sullo smalto. Di seguito il sunto di una conversazione amabile, intensa, delicata. ] D: Dal romanzo traspare un senso un po’ amaro di capitolazione nei confronti sia della vita che della sorte dell’editoria. Si sente davvero così pessimista nei confronti del “libro cartaceo”? Crede che questo destino fatale sia figlio del mercato o della scrittura in Italia (pensando a personaggi del libro come Marinelli e Monsignor Spellanzon)? R: Una domanda abbastanza complessa: le rispondo in due modi. C’è una certa amarezza nei confronti della vita, ma perché è dovuta ad un eccesso di amore, nel senso che la vita che ci è data da vivere è davvero poca, ce ne sarebbe bisogno di molta di più. Nascere. Morire. La fondamentale contraddizione, un interrogativo che può trovare soluzione e conforto solo nella trascendenza, naturalmente per chi ci crede. L’editoria in Italia non va poi così male, soprattutto per quanto riguarda le grosse case editrici; ma per ciò che riguarda la narrativa italiana, ecco qui si ci sono parecchi errori, parecchie storture... Per cui molti autori di grande pregio sono spesso sacrificati, isolati, mentre altri che a mio avviso non meriterebbero tutto il chiasso mediatico che recano intorno, sono invece portati in palmo di mano. Ed è proprio qui l’errore: perché il pubblico non è stupido e dopo un po’ si ribella, si accorge di essere stato ingannato, tradito e diserta la libreria. D: Le zone di Marghera, Fusina, Malcontenta rappresentano un decadimento sociale che si rispecchia nel decadimento affettivo dei protagonisti. Perché la scelta di ambientare questo crepuscolo della vita proprio qui? Quanto c’è dell’autore in queste zone? R: Ho vissuto un pochino in queste zone, per delle settimane, forse addirittura dei mesi, e quindi una volta ero abbastanza pratico dei luoghi. Ma per farle capire Le cito un dato: quando è scoppiata l'ultima guerra Venezia era considerata una grande città; anche oggi ma in modo diverso. La popolazione di Venezia credo sia al momento al di sotto delle 50.000 anime, poiché la città non ha fatto che cedere inesorabilmente popolazione ai dintorni. La laguna, le barene, l’entroterra sono un emblema splendido di questo decadimento, di questo sfollamento, di questa grande diaspora e questo tipo di ambientazione si adattava benissimo alla storia che volevo raccontare. D: Nel romanzo l’amore diventa una sorta di maledizione che mortifica l’uomo, mentre sentimenti più moderati, quali l’affetto e la tenerezza, diventano l’unica via d’uscita per tornare a vivere. È forse la solitudine a muovere verso l’amore? L’uno è conseguenza dell’altra? R: Parlare d’amore è una cosa complicatissima e credo di essere la persona meno adatta a tenere una ipotetica “corrispondenza rosa” con le lettrici e i lettori… La mia sensazione è questa, negli ultimi anni si è affermato un neologismo che sarebbe stato assolutamente impensabile quando io ero ragazzo: “fare sesso”. Inteso esattamente così, come andare in un caffè e mangiare un pasta, una brioche, una fetta di torta… Questo “fare sesso” è completamente disgiunto dalla vita emotiva, sentimentale, emozionale. È un’esperienza fisiologica che viene vissuta con molta naturalezza, senza complessi, senza farsi delle colpe. Il che è sicuramente un bene. Ripensando alle mie esperienze personali, la prima volta che toccai il petto di una ragazza a quattordici/quindici anni - con il pullover sia ben inteso! toccai solo la lana ed in modo estremamente fuggevole - pensai d’aver commesso dei peccati spaventosi, di sprofondare in un abisso di perdizione! Ecco, sfrondare certi atteggiamenti, dovuti principalmente alla religione e al costume, è sicuramente una buona cosa, però temo che allo stesso modo si sia perso tutto quel che l’immaginazione presta all’amore e che, io credo, a conti fatti sia la cosa più bella. Io non penso che essere innamorati sia un sentimento in due, un sentimento condiviso o condivisibile; ci si illude che sia così, in realtà ciascuno sogna per proprio conto, segue una sua direzione, veleggia, e questo è molto bello. D: Effettivamente l’attuale mercificazione del corpo umano, soprattutto di quello femminile, porta via molto all’illusione romantica dell’amore, proprio a causa di questa mancanza di “scoperta”. Per cui nel romanzo la figura del vecchio che recupera sensazioni mai immaginate prima con Giulia, in fondo fa sorridere e ricorda il piacere della rivelazione… R: Infatti: nel romanzo ho voluto ribaltare i ruoli. Normalmente nella letteratura corrente è l’uomo più vecchio, esperto, anziano a sedurre la donna e ad iniziarla ai “misteri del talamo”. Qui la situazione è completamente rovesciata, è il vecchietto che viene smaliziato dalla giovane. D: Una volta il mal d’amore era tale e basta, con i suoi limiti e la sua dignità. Oggi si parla più che altro di “depressione, nevrosi, fobia, monomania”... a volte sembra di sentire una nota polemica nei confronti della psicanalisi. R: Ho scritto molti articoli sui giornali in feroce polemica contro psicologia e psicanalisi, non credo possa esistere una scienza dell’anima, credo che ci sia una dose larghissima di mistificazione e inganno. Riconosco certamente a Freud e a pochi altri tutto quello che possono aver intuito in modo assolutamente geniale, però pretendere di fare una scienza di pensieri, sentimenti, fobie, emozioni, è addirittura impensabile. Ma purtroppo questi signori tengono banco, persino sulle prime pagine dei giornali, sono ovunque. D: … Una speculazione sulla complessità dell’anima dunque? R: Sì, non c’è dubbio. Tanto è vero che in un altro luogo ho scritto che una volta esisteva il romanzo d’appendice, mentre adesso esiste la saggistica d’appendice e va a ruba! Saggistica che con l’aria di indottrinare, di dire cose molto profonde, in realtà riporta solo banalità, quando non sciocchezze. Ho scritto una commedia un po’ polemica sull’argomento, s’intitola Il Cavaliere e la vendita della saggezza (Guida Editore, 2002). Il cavaliere è il primo ministro ovviamente, il cavaliere per antonomasia, non c’è che lui oramai. La commedia è preceduta da un saggio in cui si ragione proprio su queste cose. Lo mandai a Berlusconi con una lettera molto garbata, suggerendogli di presentare il libro insieme; lui mi rispose con molto garbo, facendomi tanti auguri per la pubblicazione, pur sorvolando sulla presentazione congiunta. D: Sempre a proposito di questa diversità nel cogliere i sentimenti e nel vivere i sentimenti, soprattutto per quelli legati all’amore, il protagonista si dice molte volte figlio di un’altra generazione, la generazione della guerra, delle difficoltà. Anche Lei come autore si sente figlio di un’altra generazione? R: Non c’è alcun dubbio. La mia generazione è quella dei sopravvissuti, derelitti alla deriva, e Oriana Fallaci (che però è un po’ più vecchia di me) non credo proprio faccia testo. La Fallaci ha una vena eroica che la pone in un protagonismo eroico in ogni situazione. Io invece, in quanto appartenente a questa generazione, sono pieno di frustrazione, mi sento umiliato, provato dalla fame della guerra e della miseria (desideravo un pezzo di pane, alla lettera), sono esperienze che lasciano un segno purtroppo. Quando mi trovavo vicino a Como per ragioni di sfollamento (Milano era stata bombardata in modo terribile), per andare a scuola attraversavo la città ed era normale trovare cumuli di cadaveri esposti, con il soldato fascista che faceva la guardia, il cartello con insulti variopinti che additava questi partigiani al ludibrio della gente che passava… Ecco, questo faceva parte dell’educazione media inferiore. D: Lei parte come avvocato e poi ad un certo punto decide di diventare scrittore… R: Non proprio, io ho sempre scritto, d’altronde ai miei tempi era impensabile dire “faccio lo scrittore” o “faccio il giornalista”, dunque sono entrato nell’ufficio legale di una grande banca - in cui ho anche fatto carriera amministrativa - sono diventato direttore della sede di Roma e da ultimo direttore del servizio studi della stessa. In questo modo ho avuto la possibilità di fare un tirocinio economico, seguendo e come autore e come editore anche pubblicazioni molto belle (in quel contesto lavoravamo assieme a Laterza Editrice). D: Quindi due carriere che Lei ha seguito in parallelo, che l’una poi sia cresciuta e l’altra esaurita è un caso … R: In un certo senso. Vi sono infatti anche parecchi miei scritti giuridici. Scrivevo comunque sempre, un po’ di contrabbando, finché ad un certo punto mi trovai in rotta di collisione con la direzione generale e l’amministrazione della banca: avvisai delle irregolarità che denunciai all’autorità giudiziaria, ma come spesso succede passai da accusatore ad accusato. Sciolsero la struttura che dirigevo, mi misero a disposizione – in altri termini mi relegarono ad un ala del palazzo in ristrutturazione - e poiché ero dirigente e mi spettavano ancora dei privilegi, fui trasferito qui con la mia segretaria che sferruzzava, mentre io scrivevo Il superlativo assoluto, il mio libro d’esordio (esordio dovuto a Claudio Magris, mi piace ricordarlo sempre per stima e affetto). Poi, essendosi verificata questa frattura, decisi di dimettermi relativamente giovane e cominciai a scrivere a tempo pieno. Forse lo scrittore è stato più fortunato del direttore di banca e dell’avvocato. D: Un ultima domanda: cosa rappresenta per Lei la scrittura? R: La scrittura mi serve per concedermi tutto quello che non ho avuto e che probabilmente non avrò mai. Voglio essere sincero. Quando scrivo - naturalmente parlo di narrativa - è come se partissi completamente per la tangente, me ne volo in un altro mondo dove le cose vanno a modo mio, sogno ad occhi aperti. Le cito dei versi di Rilke, nella traduzione grossomodo a memoria di Vincenzo Errante, dei versi in cui il poeta si pronuncia sostanzialmente contro il bacio: le mie braccia un abisso profondo in cui sparve ogni amante novella tu sola dal fondo rinasci ogni giorno più bella perché mai ti strinsi sul cuore durerà questo amore Credo siano molto belli e molto veri. C’è una grandissima verità. Per me scrivere è ritrovare in questo mondo, quello che nella realtà materiale, nella realtà attendibile, o non esiste o non si trova. Un mondo parallelo, il mondo del sogno. Può darsi che io sia uno spirito religioso, anzi sicuramente, anche se sciaguratamente tra me e dio c’è un grosso ingombro che è la Chiesa. Recensione e intervista di Francesca Sartori Pagina: 1 2 Testi a cura di: Francesca Sartori Sezioni del magazine: Lo SfogliaLibro |
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