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Blood from a stone di Donna Leon
Donna Leon nasce nel New Jersey e all’età di 23 anni si trasferisce a studiare in Italia, a Perugia e a Siena. Lavora come guida a Roma e successivamente insegna in alcune scuole americane in Svizzera, Arabia Saudita, Iran e Cina. Ormai da molti anni vive a Venezia, dove insegna Inglese e Letteratura Americana. La sua recente serie di gialli ambientati a Venezia, con protagonista il Commissario Brunetti, spopola da tempo e le hanno permesso di vincere il premio CWA Macallan Silver Dagger for Fiction. Altri titoli della serie del Commissario Brunetti: Death at La Fenice, Death in a Strange Country, Dressed for Death, Death and Judgment, Acqua Alta, Quietly in Their Sleep, A Noble Radiance, Fatal Remedies, Friends in High Places, A Sea of Troubles, Wilful Behaviour, Uniform Justice, Doctored Evidence. Per saperne di più: www.groveatlantic.com Curiosità Dai romanzi di Donna Leon è stata tratta una serie televisiva prodotta in Germania (Il Commissario Brunetti, di Sigi Rothemund, TeamWorx Television & Film Gmbh) diventata nel giro di poco tempo un vero e proprio cult. Ogni anno la produzione sbarca in laguna per girare tra campi e campielli i nuovi episodi delle avventure del noto commissario. Quest’anno la troupe ha cominciato a girare alla fine di marzo e proseguirà probabilmente fino alla fine di maggio, cercando tra i passanti locali preziose comparse per l’ambientazione veneziana… Che almeno i copioni siano tradotti? Donna Leon: mistero svelato Nessun mistero avvolge la figura della scrittrice americana e della sua creatura. Nessun “complotto” muove dietro la mancata pubblicazione in lingua italiana del vasto filone poliziesco dedicato al commissario Brunetti. Andando a leggere da cima a fondo la sua ultima fatica, Blood from a stone, sorge spontaneo un gesto simbolico di pacificazione, un seppellire l’ “ascia di guerra” avventatamente sollevata contro questa strana scelta editoriale. Donna Leon, a differenza di quanto letto in fonti diverse su web, in fondo ama il nostro paese e come straniera lo osserva e lo esplora da anni. I personaggi narrati nei suoi romanzi, siano essi protagonisti o figure secondarie, rispettano pienamente non solo l’idea che evidentemente uno straniero si fa degli italiani, ma l’immagine stessa che gli italiani hanno di sé. Così accanto a segnali di intolleranza razziale, più o meno violenti, c’è sempre la maggioranza “buona” che esamina a fondo i perché e i per come e non trova ragione di distanza tra nord e sud, tra Europa e Africa, tra Italia e Balcani. Allo stesso modo accanto all’ideale stereotipizzazione del veneziano - peraltro mai caricata od offensiva - si accompagna, sempre e comunque, un occhio critico puntato sugli “ospiti” veneziani, le numerose tipologie di turisti che ogni giorno e in modo diverso calcano le calli lagunari.
Forse Donna Leon invidia un po’ il non appartenere davvero a questa realtà che la accoglie da anni, ma che non la riconosce come autoctona. Forse solo la apprezza e la guarda ancora con la giusta distanza emotiva per descriverla. Se una critica si può fare - e questa con sincera benevolenza – è piuttosto la forma: il commissario Brunetti, rispetto alle aspettative, non corrisponde affatto al modello di detective scaltro, acuto, in un certo qual modo “rapido”, a cui la narrativa poliziesca ha abituato il pubblico di lettori. Il libro manca totalmente di quella tensione psicologica che obbliga il lettore ad “inchiodarsi” letteralmente alla pagina; di quella “fame atavica” di dettagli che riga dopo riga dovrebbe creare il Grande Puzzle del delitto, con chiavi di lettura differenti, possibilmente a volte fuorvianti. L’azione è lenta, l’apporto di dettagli che determinano l’ambientazione veneziana appesantisce la narrazione, e se lo spaccato di realtà quotidiana rappresentato alla fine risulta attendibile rispetto al modello originale, questa scelta va certamente a scapito del ritmo del romanzo che a tratti si presenta fiacco e sicuramente mai avvincente. Una scelta narrativa originale rispetto ad un genere thriller senza dubbio più diffuso? Può darsi. Fatto sta che il buon Brunetti, con tutta la sua pacatezza e umanità, purtroppo non riscuote né l’ammirazione né la simpatia di una brillante Miss Marple… per dirne una. Non solo, l’intervallare la narrazione con parole italiane in corsivo rende pesante la lettura e spesso e volentieri suona fuori luogo: se parole come “calle” o “campo” possono avere un senso come citate in originale, ci si domanda quale sia la necessità di riportarne altre quali “telefonino”, “operatore ecologico”, “questura”… E' triste ammetterlo, ma la nostra lingua non rientra sicuramente tra le più conosciute e studiate nelle scuole di tutto il mondo! Che significato può avere “operatore ecologico” per un americano, un tedesco o un giapponese?.. Aldilà della polemica, leggendo Blood from a stone l’impressione predominante è che questo tipo di letture sia sicuramente evocativo per uno straniero che, attraverso le pagine, può assaporare non tanto lo svolgimento delle indagini quanto l’atmosfera atipica della vita in laguna; differentemente un pubblico italiano, ben uso a un certo modus vivendi, cercherà la suspense, il mistero, l’enigma… e nei libri di Donna Leon semplicemente non lo troverà! Scelta editoriale dunque? Probabilmente sì, ma verosimilmente più della casa editrice, il cui fiuto per gli affari avrà stabilito a priori quale bacino d’utenza avrebbe consacrato questa nuova pubblicazione e quale invece l’avrebbe lasciata passare in sordina… Recensione di Francesca Sartori Pagina: 1 2 Testi a cura di: Francesca Sartori Sezioni del magazine: Lo SfogliaLibro |
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