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Interviste
Vivaldi icona del genio musicale barocco nel film di Jean-Louis Guillermou
R: Nel mio film cerco soprattutto di ristabilire la verità storica, con un’attenzione particolare ai rapporti fra Vivaldi e la Chiesa, partendo da un dato inoppugnabile: il Patriarcato di Venezia, a quel tempo, ha cercato di contrastarlo in tutti i modi, affidandogli innanzitutto un incarico assai umiliante, anche se in apparenza ambìto, come doveva essere quello di insegnante di violino alle orfanelle della Pietà. Sarebbe come se oggi il più grande giornalista in circolazione fosse costretto a insegnare l’italiano agli stranieri che passano in Piazza S. Marco. Questo è il nodo narrativo prevalente, per certi versi drammatico, del film...
R: L’affinità nasce semplicemente, a monte, dalla mia passione musicale per entrambi: Vivaldi resta uno dei geni immortali della storia della musica. In epoca moderna è stato scoperto e rivalutato a partire dagli anni ’50, con alcune nuove acquisizioni filologiche davvero sorprendenti: oggi si dà per certo che alcuni capolavori da camera fino a poco tempo fa pacificamente attribuiti a Bach, sono in realtà opere di Vivaldi. E la cosa non stupisce, dato il favore particolare del compositore tedesco per la scrittura strumentale del grande genio veneziano, a più riprese trascritto per svariate destinazioni timbriche. D: Vivaldi grande musicista sacro, eppure, come si è visto, in un rapporto di accesa conflittualità col Patriarcato veneziano. Nel film è presente questo aspetto così intimamente contrastato della sua biografia musicale? R: La storia nel film prende le mosse da un Vivaldi ormai trentenne, con alle spalle gran parte della sua produzione sacra, Stabat Mater e Cantate comprese. Io penso comunque che a Vivaldi interessasse innanzitutto comporre, ponendo la propria creatività al di là di vincoli etici troppo rigidi. Credo che Vivaldi scrivesse musica senza che la religione, in sé, influenzasse minimamente la qualità delle partiture. Nel mio film, comunque, è più rappresentato il Vivaldi operista. Che per altro sconta, in vita, una evidente limitazione impostagli nella scelta dei soggetti: non ha infatti il diritto di usare libretti d’opera, come più tardi Mozart o Verdi, cosicché le sue storie sono molto semplici, imbevute di mitologia e atmosfere agresti. Non dimentichiamo che Vivaldi, negli ultimi anni, matura un tale disgusto per il clima oppressivo veneziano che inizia a prendere contatti con L’Austria per dirigere lì le proprie opere, pronto ad andarsene... D: Strano che, nel paese del melodramma, questo aspetto importante della produzione vivaldiana risulti ancora quasi sconosciuto... R: Quando mi si dice che gli italiani sono appassionati di lirica, e quindi non possono apprezzare questo versante della sua produzione, perché ritenuto “arcaico” e poco espressivo, la cosa mi fa sorridere: vi sono dei passaggi, nelle sue opere, degni del miglior Verdi o Puccini. La verità è che la figura di Vivaldi resta a tutt’oggi assai problematica; non dimentichiamoci che l’80 per cento della sua opera è andata perduta, mentre una buona parte di quella esistente è nelle mani di privati americani; cosa che, per inciso, mi sembra scandalosa.
R: C’è una cosa in cui tutti i musicologi sono concordi: Vivaldi viveva in una città come Venezia, per otto mesi all’anno in preda alla frenesia di carnevale, e poteva avere sicuramente delle tentazioni, ma si può escludere che sia mai passato all’atto. Era un prete, anche se non celebrava messa, ed era troppo intelligente per inseguire questo tipo di attrattive. Quelli che accennano all’ambiguità di figure femminili al suo seguito, ignorano una elementare dato storico: si trattava in realtà di nobildonne impegnate a finanziare le sue opere, che gli stavano alle calcagna per conto dei loro stessi mariti, per recuperare i soldi... Vivaldi compose circa ottanta opere, ce ne restano oggi solo undici; è stata fatta una stima dei costi di produzione per ciascuna di esse, che rapportati ai parametri attuali equivarrebbero a circa 30.000 euro. Vivaldi guadagnava, in base a questa simulazione quantitativa, 2000 euro all’anno; dove trovasse gli altri soldi è un mistero, o forse è il caso appunto di rivolgersi allo stuolo delle sue finanziatrici personali... D: Il rapporto fra musica e cinema si nutre continuamente di occasioni di attraversamento reciproco, in cui l’arte dei suoni stimola suggestioni visive prima inesplorate: una musica che da sola ha sfidato i secoli, a un tratto, può ricevere un “volto”, un’espressione destinata a rimanere indelebile nella memoria degli spettatori, come l’Amadeus di Milos Forman o il Tchaїkovsky di Ken Russell. Come sente questa responsabilità un regista chiamato a dar vita ad un genio come Vivaldi, così radicato nell’immaginario musicale collettivo? R: Quello che mi interessa, in questo film come anche nel caso di Bach, è l’aspetto schiettamente propedeutico; cerco insomma, con i mezzi limitati a disposizione, di fare un buon servizio alla musica, invitando il profano all’ascolto di opere immortali, che magari sente per la prima volta, associate alle immagini sullo schermo. Nulla di più. Penso alle masse che oggi vivono senza ascoltare musica classica, perdendo un’occasione formidabile per far sviluppare la propria sensibilità. Allora fare un film come questo diventa implicitamente un modo per lottare contro il crescente appiattimento sullo strapotere dell’ elettronica di consumo, da internet ai videogiochi; ed è anche un grido di dolore contro l’insensibilità dei politici, affinché allo straordinario affollamento odierno di tutti i conservatori e le scuole di musica, sia in Italia che in Francia, non corrisponda più un perdurante disinteresse istituzionale; con lo smantellamento continuo di ensemble ed orchestre, la riduzione di spazi educativi sui media, l’arroccamento della musica colta in luoghi d’elite non accessibili alle nuove generazioni. Io combatto tutto questo con i miei pochi mezzi a disposizione, ma fino all'ultimo... Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Interviste |
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