Teatro del Parco Piccoli Palcoscenici 2002
Laboratorio teatrale Scopri che attore sei! del Teatro del Parco Mestre Studio sul III Canto dell'Inferno
Mestre, Teatro Momo
il 13 Giugno 2002 ore 20:30
Studio finale del Laboratorio Teatrale Scopri che attore sei! del Teatro del Parco
Condotto da Massimo Munaro e Fiorella Tommasini
Liberamente tratto dal Terzo Canto dell’Inferno della “Divina Commedia” di Dante Alighieri
Musiche e regia: Massimo Munaro
Interpreti
Cristina Barbiero
Marta Battiston
Carlotta Benetti
Elena Bertocco
Elisa Bertocco
Michele Bertolucci
Davide Cagnin
Sara Canavese
Diego Cazzador
Valeria De Robertis
Giulia Fasan
Diana Ferrantini
Cristina Fiorente
Agamennone Ghigi
Fanny Liotto
Margherita Marchiori
Annagaia Marchioro
Susanna Marin
Piera Maurizio
Jolanda Napoli
Virginia Paparozzi
Francesco Puglia
Pietro Tamaro
Alessandro Ticozzi
Elisa Tiozzo
Martina Viola
Terribili parole si leggono scritte al sommo della porta infernale: ribadiscono il concetto della dannazione eterna, cancellano ogni luce di speranza. Nelle tenebre fitte s’aggira un tumulto confuso di voci irose, di altri lamenti, di pianti senza tregua; e l’animo del pellegrino è oppresso dall’angoscia e dalla paura.
In quel vestibolo d’Inferno gli ignavi, che non seppero operare il bene per viltà, corrono senza posa dietro un’insegna, stimolati da schifosi insetti, che rigano di sangue il loro volto; e il sangue, misto con le lacrime, offre un pasto, ai loro piedi, a una turba di fastidiosi vermi. Non salvi e neppure propriamente dannati, ugualmente disdegnati da Dio e dai diavoli, la condizione di questi ignavi stimola il fiero disprezzo di Dante; e il disprezzo si traduce nell’invenzione di una pena, che scolpisce in simboli evidenti la miseria, il grigiore, la vergogna della loro esistenza opaca ed ignobile. Più oltre, sulla riva trista dell’Acheronte, si accalcano le ombre in attesa di esser traghettate alle sedi infernali. Piangono e bestemmiano la loro sorte; ma la volontà di Dio le stimola ad affrettarne il compimento e tramuta il timore in desiderio. Caronte, il diabolico nocchiero, le raccoglie nella sua barca per trasportarle sull’altra riva del fiume; si rifiuta invece di lasciarvi entrare Dante. Poi la terra trema e il vapore, che se ne sprigiona, produce un lampo abbagliante, sì che il poeta vien meno.
C’è sempre qualcosa in un testo poetico che rimane irriducibile ad un senso univoco, o che, piuttosto che fare appello alla nostra ragione, si rivolge, senza nessuna mediazione possibile, direttamente ai nostri sensi. E’ questo ad avere reso estremamente popolare un autore altrimenti arduo e impossibile come Dante Alighieri. Se il terzo canto dell’Inferno, fra gli altri, è inciso in maniera indelebile nella nostra cultura, ed innanzi tutto nella nostra cultura popolare, è perché questa parola poetica possiede una forza ustionante e definitiva che riverbera ben al di là del suo significato razionale. Una parola che continua a riverberare potente anche in questi nostri tempi moderni.
Lavorare su questo canto con un gruppo di adolescenti, dopo la felice analoga esperienza dello scorso anno, ha avuto così il sapore di un tuffo ignoto in qualcosa di arcaico che pure ha profondamente a che fare con le nostre vite. La scrittura scenica che abbiamo operato non vuole né sottolineare né chiarire il senso delle parole, il loro significato, quanto proporsi come ulteriore riverberazione poetica. In teatro la parola, il verbo, deve farsi carne.
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