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Recensioni
Marco Paolini rilegge sulla scena il capolavoro di Mario Rigoni SternSeguono alcune note sullo spettacolo messo in scena da Marco Paolini al Teatro Toniolo dal 9 al 13 febbraio 2005, una rilettura teatrale de Il sergente nella neve, romanzo capolavoro di Mario Rigoni Stern.
Marco Paolini presta la sua arte di affabulatore a un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1953: Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern. Si tratta del racconto autobiografico dell’allora sergente Rigoni, impegnato nella sanguinosa campagna di Russia durante il secondo conflitto mondiale. Ambientato nell’inverno 1942-43, affronta uno degli episodi più drammatici nella storia del nostro esercito: la ritirata dei soldati attraverso le innevate pianure della Siberia. Ormai allo sbando e circondati dall’Armata Rossa, i personaggi del racconto, reali e non di fantasia, cercano di sopravvivere durante la ritirata, passando da un villaggio all’altro con alterne fortune. Li guida un giovane sergente, che diventerà poi lo scrittore del romanzo. E proprio grazie alla sensibilità dell’autore, facciamo la conoscenza di esseri umani profondamente sconvolti dal conflitto, ma che mantengono fino in fondo la propria dignità: così il tenente Cenci, molto amico di Rigoni e generoso in battaglia; il caporalmaggiore Moreschi, sempre di buonumore nonostante tutto; Tourn, alpino piemontese che nasconde con allegria la paura; Lombardi, cupo e taciturno; il caporale Pintossi, calmo e flemmatico… piccoli grandi uomini che affrontano un’avventura spesso senza via d’uscita.
Marco Paolini, ne "Il sergente", eccelle per le sue doti innate di affabulatore, soprattutto per la capacità di dare un ritmo alla narrazione quasi ipnotico, con una declinazione tutta personale della tecnica mimica e verbale. La sua presenza scenica si nutre soprattutto di interrogazioni sospese, pause preparatorie per una risposta successiva reiteratamente mancata, una soluzione rassicurante che non arriva, se non per continui accenni, traslazioni, metafore.
Per l'occasione Paolini ha infatti abbandonato la forma teatrale di docudrama (tipo “Vajont”) per concentrarsi sul “racconto” del libro, inframmezzandolo con i ricordi personali di una propria ricognizione delle tracce del Corpo d'Armata italiano, come lo stesso Rigoni Stern fece trent'anni dopo la guerra. In tal modo, Paolini privilegia il versante puramente affabulativo sull'inquadratura storica, in certi tratti necessaria, accostando dettaglio particolare e "link" universale al male assoluto; inseguendo, in questo, più un equivalente scenico delle suggestioni letterarie del libro che un tentativo di ricostruzione storica. Da cui discende l'assenza pressoché totale, e sorprendente, di paralleli o confronti espliciti con l'insensatezza delle varie situazioni belliche sparse oggi per il mondo; dando la parola ai protagonisti e alle situazioni della vicenda come simboli assoluti di una lucidissima follia, quella della guerra, cui fa da sponda, come sempre, fra i disgraziati chiamati loro malgrado a realizzarla, il più intimo e universale sentimento di fraternità umana. Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Recensioni |
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