Rispetto agli sperimentalismi talvolta vertiginosamente anticipatori della produzione strumentale del "prete rosso", le partiture vivaldiane dedicate all’opera possono "suonare" allo spettatore moderno più conservatrici, ancorate come sono ad elementi testuali e scenografici fortemente intrisi di stilemi e atmosfere del teatro barocco, e assai lontane dalla sensibilità operistica moderna, classica o romantica che sia; il che pone non pochi problemi al regista che voglia riprendere in mano, oggi, un'opera con le caratteristiche de La Fida Ninfa, per farla rivivere sulla scena privilegiando le ragioni della “tenuta” dello spettacolo sui vincoli imposti dalla filologia.
Lo sa bene Marco Bellussi, giovane regista forte di una decennale esperienza internazionale, impegnato nell'allestimento dell'opera vivaldiana il 15 e 17 settembre 2004 a Ca' Rezzonico, che ci spiega: «”La Fida Ninfa" è un'opera tipicamente barocca, pur con qualche peculiarità di rilievo, come il finale nel quale escono di scena i cantanti-protagonisti per lasciare spazio a Giunone ed Eolo; anche qui, a differenza dell’opera tardo-romantica cui siamo abituati, e nella quale non c’è soluzione di continuità nel succedersi degli eventi, prevale un andamento frammentario, a tratti difficile da seguire; ai recitativi d’intreccio si frappongono infatti arie che interrompono di colpo l’azione, spiazzando spesso il pubblico.»
D Un’opera insidiosa, insomma...
R Il libretto di Maffei è reso da Vivaldi privilegiando innanzitutto il concertato vocale sugli assoli: terzetti e quartetti ne fanno infatti una sorta di opera corale, il che conferisce al tutto un piglio piuttosto dinamico. C’è però una particolarità nello sviluppo melodico delle arie: rispetto al consueto schema A - B - A, con l’alternanza “tema - inciso - ripetizione del tema”, qui tutti i nuclei tematici sono bipartiti: AA - B - AA. La cosa funziona, ma può creare a tratti un certo effetto di ridondanza. Va detto poi che si tratta di un’opera estremamente impegnativa dal punto di vista vocale: non richiede voci “grandi”, ma tecniche e molto controllate.
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| Marco Bellussi |
D Cosa significa mettere in scena, oggi, un’opera barocca?
R Io credo che un’opera vada innanzitutto “raccontata”, aiutando il pubblico a capire ciò che accade sulla scena, a seguire passo passo gli sviluppi della narrazione, con meno intoppi possibili. Personalmente trovo assai limitante, in questo, il cosiddetto approccio “filologico”, che fa spesso dell’opera un oggetto astruso, e cerca di recuperare qualcosa che ormai, anche nella più fedele delle ricostruzioni, non ci appartiene più.
D Un esempio concreto?
R Prendiamo la recitazione. Io adotto da sempre una recitazione moderna, con una postura di scena più naturale possibile, evitando gli stereotipi posturali della filologia, che associano una data posizione del corpo a un determinato sentimento. Già questo aiuta non poco a sciogliere i nodi di una sintassi visiva, sulla scena, già per suo conto complicata dalle difficoltà del testo e dalle convenzioni piuttosto manieristiche del dettato musicale. Che peraltro il genio di Vivaldi ravviva di folgoranti intuizioni.
D Quanto conta, in questo senso, proprio per raggiungere questa “naturalezza”, la sintonia fra regista e direttore d’orchestra?
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| Modello della macchina di scena ideata per 'La Fida Ninfa' |
R Conta sempre moltissimo, specie quando il rapporto fra declamazione e notazione musicale, come nel barocco, diventa fondamentale per la tenuta sonora e visiva dell’intera azione scenica. In questo senso, la collaborazione con il maestro Volta è davvero esemplare. Lui è un grande specialista nel trattamento dei recitativi, che sottopone ad una lettura sillabica concentratissima in ogni dettaglio espressivo. Il che poi si riverbera naturalmente nelle singole scelte di gestualità e movimento, armonizzando in questo modo il percorso sonoro a quello scenico di regia. Una sintonia piena, insomma, sempre auspicabile in questo lavoro, ma ovviamente nient’affatto scontata. E in tema di collaborazioni, citerei anche, qui, l'ottimo lavoro di Marino Bortolotti, autore degli splendidi bozzetti di scena.
a cura di Roberto Ranieri (agosto 2004)
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