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Fondamenta 2003, 'Senza più'. Reports del 2 ottobre


La conversazione d'apertura della 5° edizione di Fondamenta, "Senza più", ha rilanciato a più voci l'idea condivisa di un’ “assenza”, con cui la stessa idea di contemporaneità oggi è costretta a fare i conti, nonostante i robusti anticorpi culturali spesi ad esorcizzare il rischio di una nostalgia per un passato irraggiungibile / inesistente.

In particolare, il contributo iniziale di Mara Rumiz (l'ex Assessore alla Cultura che tenne a battesimo la prima edizione di Fondamenta, nel ’99), si è soffermato sull’interfaccia più mediaticamente visibile di una perdita, quella dei valori morali chiamati a legittimare le scelte di chi opera nella politica e nel sociale; il che si riflette in una "crescente difficoltà delle istituzioni di pensare ed agire in funzione della collettività"; parole che, più che assumere una particolare colorazione politica, intendono piuttosto denunciare un processo diffuso di involuzione di valori e riferimenti, più o meno camuffato da progresso, che di giorno in giorno si nutre trasversalmente di nuovi indizi e conferme; ed è proprio da qui, per Daniele del Giudice, che occorre ripartire e riaffinare le armi pacifiche di una resistenza culturale efficace; rilanciando, in questo, l’adeguatezza di una formula aperta come quella di Fondamenta, dove ogni tassello rinvia sotterraneamente all’esigenza vitale di una visione d’insieme; visione che oggi manca, secondo lo scrittore veneziano, proprio ad un pensiero in grado di muoversi “alternativamente” fra centri d’attrazione diversi, che non scarti il diverso (in senso culturale, antropologico, ecc.) ma se ne nutra;
Daniele Del Giudice
Daniele Del Giudice
e la necessità di ripartire dai processi elementari del pensiero, quasi al di qua dei codici stessi che denunciano vari livelli di assenza in superficie, vale a scongiurare un ristagno retorico e inutilmente nostalgico, per “ridisegnare” non tanto il contesto, ma sue le singole particelle significanti, con estrema umiltà. E nutrirsi dei motivi di diversità appare l'unica strada oggi percorribile, come sottolineano Enzo Bianchi e Isabella Camera d'Afflitto auspicando rispettivamente spazi sempre nuovi di confronto interreligioso e multiculturale con il mondo extracattolico ed arabo, perché la cultura occidentale rafforzi una propria identità di scambio e interazione feconda delle differenze.A “particelle” particolari, attraversate da livelli di complessità che oggi la scienza rende sempre meno indistricabili, rinvia l’introduzione di Mario Rasetti nella stringa tradizionalmente dedicata alla ricerca scientifica; processi neuronici come la memoria o l’apprendimento, investigati con livelli di approssimazione sempre maggiori a nuovi paradigmi di meccanica quantistica, impongono una rilettura fortemente critica e problematica delle categorie culturali su cui si fonda la percezione di sé e del mondo che ci circonda; uno slancio vertiginoso in avanti di strumenti e tecnologie, chiamato a confrontarsi con la necessità di un paziente moto a ritroso, nelle profondità del concetto stesso di esistenza, o meglio oltre le convenzioni millenarie su cui si fonda quello stesso concetto, per ridisegnare un futuro etico possibile e condiviso…

Jeremy Rifkin
Jeremy Rifkin
La lectio magistralis di Jeremy Rifkin coniuga vertiginosamente al presente, nella prefigurazione per contrasto di un futuro ormai alle porte, il senso di una “mancanza” che riguarda soprattutto uno sguardo a medio e lungo termine sull’evoluzione in atto della cultura planetaria in fatto di energia; e tratteggia un quadro estremamente lungimirante e analitico, con un rigore scientifico che gli permette di smussare eccessive spigolature ideologiche. Rifkin, infatti, non muove da una lettura della contemporaneità disillusa e utopistica, ma da una fenomenologia dell’utilizzo energetico che attraversa costanti e diffrazioni multimillenarie, fin dalle prime forme organizzate di aggregazione sociale; di più, fonda una connessione strettissima fra risorse energetiche disponibili e costruzione dei rapporti economici e dei legami sociali. In estrema sintesi, Rifkin traccia un’interdipendenza dimostrabile fra modelli di accesso energetico e forme di organizzazione politica; l’utilizzo di carburanti fossili, infatti, ha comportato una centralizzazione delle modalità di erogazione, istituendo un processo economico modellato sul rapporto fra soggetto erogatore ed utenti, assoggettati ad uno stesso circuito di produzione ed estinzione progressiva delle risorse.

L’inaugurazione pressoché certa di una nuova fase rivoluzionaria, nei prossimi anni, nonostante molti siano convinti che esista petrolio a sufficienza per il fabbisogno di oltre quattro decadi, coinciderà per Rifkin con un “picco” di produzione petrolifera globale che alcuni
Jeremy Rifkin a Fondamenta
Jeremy Rifkin a Fondamenta
fra i più accreditati geologi collocano già alla fine di questo decennio, in coincidenza con l’esaurimento di metà delle risorse disponibili, per poi cominciare un rapido declino. Il bivio che si prospetta nelle strategie di accesso e utilizzazione energetica, appare oggi quello fra il ricorso a materiali sempre più "sporchi", con la disastrosa conseguenza di accentuare il surriscaldamento del pianeta e infliggere un colpo mortale al già vacillante ecosistema terrestre, e un radicale ripensamento del rapporto fra produzione e fruizione energetica, che passa attraverso l’introduzione di una nuova cultura, quella dell’idrogeno.

Rifkin infatti indica una via d'uscita a questo drammatico scenario: un nuovo regime fondato sull'idrogeno, se adeguatamente sfruttato, potrebbe diventare il "carburante eterno", inesauribile e del tutto esente da emissioni inquinanti. Soprattutto, questa seconda via “salvifica” utilizzerebbe le acquisizioni di un’altra rivoluzione culturale, riguardante la comunicazione: il web, la rete policentrica che connette l’uno all’altro milioni di utenti, offrirebbe l’hardware e il software più naturali per una condivisione reticolare delle fonti energetiche, in uno strutturatissimo punto d’incontro di molteplici strategie di produzione e vendita; e la partita di giro non coinciderebbe più con il mercato delle tariffe e dei protezionismi, ma con l’energia stessa destinata a incanalarsi “qua e là” a misura delle esigenze individuali, offrendo sempre nuovi spazi per inedite forme di autogestione di fabbisogni e strategie.

 
Interessante infine la visione d’insieme offerta da Rifkin sui nuovi scenari politici legati alle differenti opzioni strategiche; posto che è in atto un investimento complessivo, da parte dell’industria automobilistica, di sette miliardi di dollari sull’idrogeno, e che quindi non avrebbe più fondamento l’idea di una ricerca di facciata sull’energia alternativa a copertura di crescenti interessi petroliferi, attualmente assistiamo alla contrapposizione di due modelli antagonisti: una via europea, caldeggiata da Prodi, favorisce l’idea di una contrattualità diffusa e generalizzata, mentre gli Stati Uniti pensano ad una perpetuazione di forme di accentramento oligopolistico; il discrimine riguarda soprattutto il ruolo di rigenerazione energetica garantito dall’idrogeno, e la possibilità o meno di gestirlo in un processo “dal basso verso l’alto”. L’Italia, secondo Rifkin, con la diffusione capillare di piccole e medie imprese nel proprio tessuto produttivo, offre il modello di sviluppo ideale per assecondare questa processo rivoluzionario. Forse il cambiamento è più vicino di quello che possiamo pensare…

a cura di Roberto Ranieri


Quello che manca
La minaccia della barbarie
Lectio magistralis di Guy Coq



Una metafora estremamente calzante dà inizio all’intervento del filosofo francese Guy Coq. La civilizzazione è l’orlo di una montagna, dove sia lo spazio di salvezza e dove il precipizio non è conosciuto. La barbarie è un male crescente e strisciante che si sta insinuando nelle trame della civiltà moderna, portandola lentamente alla disgregazione. Storicamente si tratta di un processo per nulla eclatante, semmai attuato attraverso
Guy Coq
Guy Coq
piccoli passi che si trasformeranno in drammatiche conseguenze irreversibile senza un intervento cosciente e coscienzioso dell’uomo.
Coq testimonia l’appartenenza ad una corrente filosofica (quella dei Personalisti) che già dagli anni ’30 credeva nella ricostruzione della civiltà, in una sorta di nuovo Rinascimento. La fine del XX secolo ha esposto l’uomo ad una consapevolezza differente: momenti drammatici della storia del Novecento, lo stesso terribile 11 settembre, sono solo fatti, catastrofi che dimostrano come non sia più fondamentale il tentativo d’inventare una nuova civiltà per l’uomo, quanto stare in guardia rispetto ai passi inevitabili che il genere umano sta compiendo, ad una velocità allarmante, verso la barbarie.
La crescente assenza di senso civico e culturale in una società che si definisce evoluta e in continuo sviluppo, nasconde in realtà un orrido volto disumano che si concretizza in alcuni aspetti esemplificativi del negativo decorso storico.

Tra questi aspetti deleteri dell’umanità le peggiori manifestazioni sono isolabili in tre elementi: il totalitarismo, la distruzione del rapporto dell’uomo con l’altro e il male, inteso in senso strettamente filosofico e spirituale. Il totalitarismo rappresenta la distruzione della sfera politica e personale dell’uomo, l’elemento negativo per eccellenza del XX secolo. La presa di potere del partito unico, così come l’interferenza dello Stato nella proprietà privata, sono solo gli aspetti più eclatanti che caratterizzano un fenomeno in cerca di unificare una civiltà, anche se l’unico triste finale rappresentato dal totalitarismo è la distruzione del rapporto tra gli uomini. L’esasperata competizione creata dal regime, porta l’uomo a riconoscere nell’Altro il nemico e a distruggerlo. In questo senso s’inserisce l’elemento del male, quale contrario esatto del bene sul piano collettivo. Il male considerato dal punto di vista spirituale è contagioso e opposto al concetto di umano, poiché l’ingiustizia non può che portare altra ingiustizia e dolore, in una sorta di contagio universale, come una macchia che si estende sotto forma di virus incontrollabile e rigenerante (l’esempio più triste e drammatico è la situazione del Ruanda, in cui la distruzione del rapporto uomo-prossimo sembra, ad oggi, un fenomeno inarrestabile).

Ma se la visione del presente sembra un cortina buia nel futuro dell’uomo, una via di speranza si prospetta ancora all’orizzonte: l’accortezza di piccoli passi da evitare, piccoli momenti in cui l’uomo senza rendersene conto perde il controllo della propria civiltà costituita a fatica nel tempo. Ci sono degli elementi già in atto verso questa frammentazione delle culture da combattere: il crescente disprezzo per la politica, il crollo dei valori comuni, le società fragili, l’educazione come sistema ai limiti del possibile.
Cosa succede con la distruzione della politica? Un disprezzo crescente ed evidente pone un grave problema ai filosofi che credono la democrazia possibile solo attraverso la politica, la sfiducia verso i partiti porta alla distruzione della politica e quindi della democrazia. I problemi sono sempre gli stessi, appartenenti alle stesse categorie: politici, etici, morali. L’occultamento delle poste in gioco nell’Europa dell’est, ad esempio, ha cercato di celare la problematica assenza di valori sotto le spoglie di un disastro economico in realtà secondario alla crisi più grande. Un mito pericoloso deve essere sfatato per sfuggire al processo di distruzione: la democrazia non è naturale, non è un processo reversibile, una ruota; la credenza dell’esistenza spontanea e naturale della democrazia mette in pericolo la stessa. E il mezzo più meschino, costantemente usato dal potere temporale, nei secoli e nel tempo, è sempre uguale: la distruzione della coscienza storica. Si arriva a credere che tutto possa diventare democratico. Impossibile. Per esistere una politica democratica deve esistere alla base una società democratica con delle fondamenta già presenti e ben consolidate. Altrimenti non si può evitare un impoverimento delle democrazia stessa. La democrazia diventa quindi una delle grandi utopie, le grandi utopie della fine del IX secolo, ma oggi i grandi racconti del rovesciamento dell’ordine mondiale si sono esauriti. Si allarga la sensazione di una perdita di speranza e di utopia, intesa come ideale; e poiché alcune hanno portato il totalitarismo, non ci si lascia più mistificare da esse e si perdono anche le speranze. Perdendo insieme la coscienza delle condizioni in cui la democrazia può vivere e fiorire.

Guy Coq e Enzo Bianchi
Guy Coq e Enzo Bianchi
L’assenza di orizzonti provvisori e relativi dell’impegno politico cancella progressivamente la presenza di identità collettive. Il difficile processo di unione europea si confronta con una deistituzionalizzazione dell’Europa che non può e non deve cacciare le identità storiche per non privarsi della propria linfa vitale. Se crolla l’ideale dell’impegno politico, si rende necessario ricostruirlo su basi differenti, a prescindere dal concetto di cittadinanza, non necessario in una politica lungimirante in grado di connettere gli orizzonti nazionali con l’assetto internazionale. Anche la Sinistra non ha saputo identificare l’enorme disagio comune della società, una società che ormai disprezza la politica.

In una simile eclissi dei valori comuni della società, chi ancora li considera viene tacciato di moralismo. Non si può ignorare questa assenza di materia morale: qual è dunque il collante della nostra società? Ora che non c’è più l’agglutinante di origine cattolica, la società è estremamente frammentata e il rischio è che non si riunisca più. Se è ormai diventato impossibile il riconoscimento nei valori di una religione unica, diventa impellente riconoscere la necessità di alcuni valori comuni. Analizzare anche nei sistemi educativi i valori per trovare attraverso l’esperienza umana e parole a volte molto antiche i motivi della coesione. Ci vuole un orientamento guida che non è e non può essere l’economia. La frammentazione eccessiva dei valori si configura come la minaccia più grave perché farà diventare la nostra società una società violenta.

I diritti dell’uomo, carte, leggi, normative, le dichiarazioni universali dei diritti dell’uomo e del cittadino (1989)… anche le migliori normative stanno in piedi solo per l’esistenza di alcuni valori condivisi. Con la scomparsa della coscienza non ci sarà normativa che potrà proteggere l’uomo da se stesso. La lettura moderna dei diritti dell’uomo li ha resi individualisti rispetto alla lettura del 1989. Deve esistere una coerenza dei valori comuni, deve esistere un uomo moderno che tenga conto che non esiste un dio unico in grado di controllare le sorti dell’umanità. Ci deve essere un’illuminazione della coscienza, non un addestramento della stessa.

Questi cosiddetti valori comuni devono trovare la strada per coordinare il particolare con l’universale. Il rispetto verso la persona umana è il fondamento della libertà. Il rispetto della persona umana nasce da questo tipo di fondamento comune che non nasce necessariamente dalla sola religione ma anche dalle filosofie orientali, ad esempio, o da culture anche lontane. Una effettiva coesione delle società moderna, non può più fondarsi sull’elemento divino. Siamo nel mondo moderno, viviamo in una società attaccata da forme di globalizzazione ogni giorni più disparate. Si presenta una difficoltà di sopravvivenza, in cui nulla giustifica, a livello di politiche democratiche, il fatto che decisioni economiche possono spezzare società. Questo porta all’estrema difficoltà a parlare di memoria comune, anche se le società si formano da radici simboliche e storiche comuni. Conquiste fragili, ma anche grandi errori nella difficile costruzione di una Europa che cerca di plasmare un futuro a volte attraverso la rottura della memoria che più ci rappresenta come europei.

La paura nasce dal rifiuto e dal senso di negativo nei confronti dell’ordine stabilito da una potenza dominante, poiché il sistema totalitario è capace di far cadere anche le migliori intenzioni (vedi stalinismo). E così dilaga anche una crisi di ordine antropologico, una crisi dell’idea della vita, in cui l’evoluzionismo è un rischio. Non si può parlare dei geni umani derivanti dai geni delle scimmie: la differenza specifica dell’essere umano non è nella genetica. Esiste infatti un principio di compassione universale, poiché il genere umano è l’unica specie che si pone il problema di vivere secondo dei principi etici. Ma se non esiste natura umana, in nome di cosa si devono creare dei limiti? Si può ed è giusto creare un superuomo?

È un problema di etica e di educazione, un’educazione oggi al limite dell’impossibile. Tema gravissimo, a causa dell’eterna contraddizione tra democrazia ed educazione. L’individuo democratico vuole essere libero e rifiuta l’autorità che lo obbliga a formarsi secondo elementi non scelti da lui stesso, una costruzione esterna che l’individuo rifiuta come imposta. Ma oltretutto la società democratica vuole essere indeterminata, vuole una memoria del passato con cui entrare in relazione per guardare al futuro. E l’uomo senza la coscienza del passato e la speranza del futuro è sradicato. Per questo è fondamentale un sistema educativo che crei una coscienza in grado di desiderare e creare la democrazia, di supplire ad alcune grosse carenze: l’educazione morale, l’informazione politica, il senso e significato (riflessione sulle religioni nelle scuole pubbliche), l’impoverimento delle finalità della scuola (civiltà da mantenere e garantire), lo sprofondamento delle istituzioni scolastiche (la scuola non è più vissuta come uno spazio simbolico).

Piccoli pericolosi passi in direzione della barbarie. Con due atteggiamenti al pari rischiosi: il pessimismo e l’ottimismo esasperato, entrambi semplificazioni esagerate della realtà in cui manca totalmente il senso della razionalità e della speranza. Il domani esiste, ma va costruito e preparato. Modellare il domani dà speranza e serve per preparare l’azione, pur non avendo paura di credere all’esistenza del male e della morte.
In fondo ciò che succede oggi nel mondo è la difficile sopravvivenza della civiltà.

Report a cura di di Francesca Sartori

Ibrahim Nasrallah, Isabella Camera d'Afflitto, Alberto Rossatti
Ibrahim Nasrallah, Isabella Camera d'Afflitto, Alberto Rossatti
Il reading poetico di Ibrahim Nasrallah ha chiuso la prima giornata di incontri regalando al pubblico un esempio straordinariamente convincente di come la poesia possa ancor oggi parlare con forza di "contemporaneità", proprio quando i massmedia tendono quotidianamente ad appiattirne conflitti e contraddizioni in un rumore di fondo sempre più indistinto; la parola poetica, quando asseconda la sua vocazione a "resistere" all'effimero recuperando il tono di una clausola definitiva di suono e senso originario, rinnova il suo piccolo grande miracolo.
Merito di una scrittura concisa, dalle reminiscenze vagamente simboliste, eppure aderente alla realtà di cui parla attraverso il filtro di una memoria che non distacca, ma innerva piuttosto di senso nuovo ogni dettaglio; così le scene di guerra dal fronte israeliano-palestinese si infittiscono di ramificazioni descrittive in cui convivono orrore e normalità apparente, deflagrazione e fioritura di colori e stagioni. Merito anche di una traduzione italiana sintetica e antiretorica, felicemente resa dalla lettura tesa e efficace di Alberto Rossatti.

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