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Fondamenta 2003, 'Senza più'. Reports del 3 ottobre


La seconda giornata di Senza più si apre nel segno dell’invito a un “viaggio”, declinato in due accezioni divaricatissime, eppure complementari. La prima lectio magistralis dell'astronomo gesuita George Coyne ci porta per mano sulle tracce di itinerari cosmici potenzialmente convergenti verso la vita, in una prospettiva ontologica che coniuga problematicamente Cristianesimo e scienza; partendo da un approccio didattico alle più recenti acquisizioni dell’astronomia e della fisica molecolare, il percorso si snoda attraverso la ricognizione suggestiva di vari oggetti cosmici, incasellati variamente nelle categorie spaziotemporali che li dispongono divolta in volta in un flusso coerente di eventi; i quali per Coyne trovano nelle regole di un universo come il nostro, straordinariamente fertile e ricco di variabili interattive, una propria immanente ragion d’essere; il pensiero scientifico insomma, concatenando cause ed effetti in una ghirlanda infinita di possibilità combinatorie, sembra procedere per suo conto senza scomodare le categorie della necessità o della finalizzazione, soprattutto in senso teologico.

Solo questo, per Coyne, garantisce una salutare divaricazione fra le ragioni della fede, individuali e personalissime, e quelle della scienza; con la conseguenza di rivedere lo stesso concetto teologico di onnipotenza divina, se essa si identificasse tout court con una corsia preferenziale in cui si incanalare, per qualche via eterodiretta, la meccanica degli eventi celesti; in quanto
George Coyne
George Coyne
già la materia, lasciata ai propri processi combinatori, possiede in sé la potenzialità di un’evoluzione verso moltepici soluzioni, di cui la vita non rappresenta che uno dei livelli conosciuti di complessità. Significativamente, nelle presentazioni grafiche a corredo dell’intervento di Coyne il posto occupato dall’uomo appare come semplice tappa di un processo evolutivo coerente, a partire dal formarsi remoto della materia stellare miliardi di anni fa; e proprio questa relativizzazione, con il divaricarsi sempre maggiore dei limiti di rappresentazione scientifica di eventi e combinazioni, rende più forte l’esigenza di separare spiritualità e meccanicismo.

Il che si traduce innanzitutto nel pieno rispetto per le caratteristiche cognitive della “macchina” cerebrale dell’uomo, nella quale è già insito il miracolo più arduo, quello di poter rappresentare concettualmente gli ordini di grandezza relativi al nostro universo, computandone caratteristiche fisiche e limiti; Coyne pone volutamente sullo sfondo, senza approfondirle, le ragioni
 
individuali della sua scelta e pratica di fede, specificando di volta in volta, specie nel dibattito finale, il “titolo” culturale o teologico cui agganciare la prospettiva del discorso; la spiritualità ha a che fare, insomma, con un livello di rappresentazione che non sfida ma circumnaviga i tranello del linguaggio, con uno statuto del credere che non contraddice, semmai fortifica le categorie della comprensione fenomenologica. Il che non può non trovare una sponda concettuale esplicita nell’osservazione conclusiva di Mario Rasetti, a proposito della vertiginosa estensione concettuale dell’idea fisica di meccanicismo quantistico, che rinvia direttamente al titolo di una sua lectio magistralis fondamentale del ’99, a Futuro necessario: Materia che pensa, materia che vive.

Gamal Al-Ghitani
Gamal Al-Ghitani
L'idea del "viaggio" come esperienza umana fondamentale, che lega l'uomo al luogo ad una necessità vitale di interiorizzazione, percorre fin dall'inizio l'intervento di Gamal Al-Ghitani, ed assume i toni di una singolare evocazione analogica, che svaria da un'idea di luogo come garanzia condivisa di identità originaria-protettiva, alla categoria tutta spirituale di luogo come continuum spaziotemporale della coscienza, che permette di evocare di volta in volta il proprio passato, rideclinandone dettagli e superfici visibili a contatto con i nuovi approdi spaziali dell'esperienza; idea che potrebbe introdurre alla perfezione l'interdipendenza fra esperienza di viaggio e scrittura in un osservatore dei luoghi per eccellenza come Bruce Chatwin, cui si inaugura nel pomeriggio l'attesa mostra fotografica al museo Correr.

a cura di Roberto Ranieri



Gestire la complessità
La mente dei robot: scienza, fantascienza o salvezza?
Lectio magistralisdi Igor Aleksander


Massimo studioso sul tema dell’intelligenza artificiale, Aleksander presenta una lezione che vuole mettere un po’ d’ordine sul senso comune della coscienza artificiale, mettendo in rilievo cosa distanzia al giorno d’oggi la letteratura dalla realtà.
Il robot fa parte della serie di caratteri della letteratura (da Guerre Stellari, a Frankenstein, Golem, Hal, Robbie e altri personaggi creati dalle geniali personalità di Asimov, Clarke, Dick etc.), ma cosa hanno davvero in comune queste figure? Fondamentalmente sono abbastanza coscienti, hanno cioè una mente in grado di interagire con gli esseri umani. Ma l’idea della coscienza nella scienza appare quantomeno azzardata, anche se l’intelligenza artificiale è un campo di ricerca vecchio di ormai 50 anni e al giorno d’oggi le macchine coscienti sono uno studio metodico.
Igor Aleksander
Igor Aleksander
La psicologia moderna ha esaminato a fondo il problema della coscienza, intesa come sensazione interna che dà la consapevolezza dell’esistenza, e non come una sorta di guida morale. Parlare di coscienza porta un rischio intrinseco estremamente grave: si finisce per cercare le molecole di essa, si dimentica il punto vitale della questione e cioè cos’è che fa un organismo cosciente. Bisogna far attenzione, poiché spesso gli scienziati dimenticano quali sono i veri limiti: non sono importanti le componenti ma i meccanismi. Max Velmans dice in un suo libro di non fare distinzione tra coscienza, mente e anima dal momento che questi termini vengono utilizzati in modo differente dalle persone. Essere cosciente significa pensare, essere cosciente del mondo esterno, del passato del presente del futuro. La mente è la capacità totale di un cervello di avere pensieri.

In rapporto a questo come si costruiscono le macchine? Per quanto strana possa sembrare la risposta, costruire una macchina implica un profondo processo d’introspezione. Per anni l’introspezione è stata evitata dagli psicologi poiché in psicologia non esiste mai certezza di un fatto; ma nella progettazione di macchine pensanti questo strumento è diventato essenziale fonte d’ispirazione per la ricerca.
Il pensiero, la sensazione interna e fisica dell’esistenza di una realtà esterna, del “mondo”, ha bisogno di trovare degli assiomi. Attraverso degli strumenti scientifici si può vedere cosa succede fisicamente nel cervello durante l’attività del pensiero, ma il dilemma è la relazione tra ciò che avviene nel cervello e ciò che significa il pensiero. Qualsiasi cosa di cui si è coscienti, deve essere fisicamente correlata a qualche processo nel corpo e nel cervello. Il cervello umano è composto da 10 bilioni di neuroni, un dato impressionante considerato che ogni galassia contiene al suo interno lo stesso numero di corpi celesti. Se fondamentale è la rappresentazione di ogni evento nel nostro cervello, un tale numero di neuroni rende possibile la rappresentazione/memoria di un altissimo numero di “eventi” o “esperienze” che composti in infiniti modi danno vita ai pensieri, alle sensazioni, alle emozioni.
 

Esistono dei modelli di comportamento dei neuroni che rappresentano l’attività cerebrale in modo semplice e diretto:

- il processo di locking figura il modo in cui il neurone è attaccato a qualcosa al di fuori del corpo, dando così la sensibilità alla posizione delle cose al di fuori;

- attraverso il depictive il cervello crea una rappresentazione ben realistica del mondo esterno;

- infine il feedback avviene nel momento in cui i neuroni, successivamente al processo di depictive, riconoscono una forma conosciuta e possono così mantenere una rappresentazione anche ad occhi chiusi.

In seguito l’esperienza e la memoria di essa sarà strettamente legata all’attenzione (ad esemplificazione un filmato con dei ragazzi che giocano a basket e la presenza di un gorilla nel gruppo; a richiesta del professor di fissare l’attenzione su di un particolare elemento del gruppo, solo due persone del pubblico si sono accorte dell’eclatante presenza dello scimmione nel campo visivo).
Dalla combinazione di questi elementi, coscienza, attenzione, esperienza, emerge il Sé: nasce l’IO.
 

Come si progetta la macchina? Si parte dalla struttura del cervello (in questo caso di un macaco). La parte di esso occupata dall’apparato visivo è il 50 %, anche se negli uomini è un po’ meno, si tratta comunque in entrambi i casi di un sistema estremamente complesso.
Partendo dallo studio anatomico della massa cerebrale si sono attuati diversi esperimenti su macchine coscienti. Ad esempio, in una macchina molto semplice si è visionato il tipo di effetto dovuto a tre stadi di “esistenza”: prima addormentata percepiva/vedeva uno schermo composto da milioni di piccolissime particelle colorate, poi sveglia al buio poteva immaginare solo le tre cose che conosceva, e infine sveglia e pensante riusciva a combinare i tre elementi conosciuti. Questo modello è utilizzato anche per capire cosa succede ai malati di Parkinson, i quali presentano difficoltà visive.
La conoscenza e l’esperienza di un’azione, diventano il punto di partenza per l’immaginazione e la creazione del futuro. Immagino sempre la prossima azione che compierò. Questi meccanismi sono molto chiari e facilmente trasportabili in una macchina. Ma le emozioni? Nel cervello umano le emozioni sono meccanismi meccanici, poiché non ho emozioni se non avviene qualche processo fisico nel cervello. Ad esempio ciò che vedo ma ritengo sbagliato, lo posso modificare a immagine di ciò che per me è esatto, e questo mi provoca una sensazione di soddisfazione, perché ho ridato ordine alla mia esperienza.



Un luogo comune da sfatare, spesso riproposto dalla letteratura, consiste nel timore che costruire un ‘intelligenza artificiale significhi costruire un nemico per l’uomo. Non c’è una ragione per cui un robot con una mente diventi aggressivo. Questo è un tratto umano e quando si passa la coscienza da un sistema umano o animale ad un robot non si trasferisce questo tratto! Costruire queste macchine serve per chiarire modelli sulla coscienza che ci rappresentano, che rappresentano l’uomo, per riuscire a fare cose che l’uomo non può fare (esempio straordinariamente calzante sono le esplorazioni spaziali, per cui l’uomo necessita un modello di riferimento di conoscenza simile al suo, ma per condizioni fisiche estreme non può compiere in prima persona).

«Come sarebbe essere un pipistrello?» (Thomas Nagel). Non si può sapere come è essere un altro, quindi non si può fare la scienza su qualcos’altro. La ricerca sulle menti artificiali non si pone come fine primario il capire la psicologia della macchina, ma aiutare la comprensione della coscienza umana. Si può guardare la coscienza di una macchina così come la coscienza dell’uomo, ma non si può dare umanità alla macchina. Si impara qualcosa lavorando sulla coscienza della macchina? Sicuramente, perché l’esperienza diretta dei fenomeni aiuta la comprensione di meccanismi estremamente complicati del cervello difficilmente studiabili senza una simulazione.

Agota Kristof
Agota Kristof

La seconda giornata di Fondamenta si è conclusa con l'emozionante reading in francese di alcuni brani de La città di K. di Agota Kristof. La lettura della storia dei fratelli Klaus e Lucas è stata seguita da un pubblico silenzioso e attento, questa volta privo della traduzione simultanea della cuffia, per assaporare fino in fondo la sensibilità dell'autrice nella sua lingua d'adozione. Gli spettatori sono stati dotati della traduzione scritta del brano scelto e hanno seguito attendendo il momento di un contronto diretto con l'autrice, che non ha mancato di dare spazio a domande e chiarificazioni sul romanzo e sulla personale esperienza di cui tratta la storia.


Report a cura di Francesca Sartori

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