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Fondamenta 2003, 'Senza più'. Reports del 4 ottobre


Passato obbligatorio
Diritto e legge: da Antigone a Creonte
Lectio magistralis di Gustavo Zagrebelsky


La terza giornata di Fondamenta comincia con la lezione di Gustavo Zagrebelsky e l’approfondimento del conflitto tra l’orizzonte del diritto e la legge. Come attuare rapidamente il diritto che man mano si forma, si cerca, si necessita? Uno dei più giovani membri della Corte Costituzionale, ha illustrato una delle perdite che più incidono nella vita del cittadino. Questo intervento s’inserisce nell’ambito del Passato obbligatorio, per la fondamentale necessità di cercare nel passato ciò che stiamo adesso perdendo, tra cui il grave rapporto tra legge scritta e legge applicata.

L’intera vicenda storica e concettuale della legge nel corso dei venticinque secoli di cui noi siamo figli, non è altro che il rapporto mutevole tra lex e ius. Dietro il conflitto tra la legge di Creonte e il diritto della giovane Antigone sta il non risolto contrasto politico degli ateniesi, ma in fondo degli uomini moderni: il conflitto tra le radici della tradizione da un lato, lo ius naturale e in fondo intoccabile che è da sempre, e la nascente potenza dello Stato attraverso la lex, dall’altro.

Conosciamo più leggi scritte che appartengono al passato, in un tempo in cui il diritto è stato soppiantato dalla legge, in uno Stato che diventa sempre più macchina legislativa.
Gustavo Zagrebelsky
Gustavo Zagrebelsky
Ormai la legge ha invaso tutti gli ambiti della vita, dagli affetti al rapporto con le tecnologie che hanno sostituiti i processi naturali e che necessitano sempre nuove regolamentazioni. Nulla sfugge alla più minuta regolazione giuridica, in un proliferare inverosimile di normative. La legge ha fagocitato il diritto e ha cambiato addirittura il senso delle parole, per cui “stato di diritto” ormai significa “stato di leggi”. La condizione di cittadini legalizzati ci sembra normale, poiché non sappiamo più immaginare una condizione originale diversa da questa. Quando il sistema legislativo non tiene il passo con le necessità sociali si finisce per far fronte alla debolezza della legge con altre leggi, corrodendo progressivamente il significato di legalità e portando, attraverso questa crescita della normativa un corrispondente aumento dell’illegalità. Così ai nostri giorni la piccola Antigone viene tristemente sconfitta, schiacciata, da un senso comune che dimentica e seppellisce nell’esercizio del potere il fine primo e ultimo, il significato del diritto.

In un excursus che inizia ai tempi delle città-stato greche, attraverso il diritto romano e le trasformazioni successive dell’epoca di Costantino, la legislazione si modifica e si sviluppa e soppianta il diritto, dimentica di quel fondamento importantissimo a cui deve origine, ispirazione e senza dubbio a cui deve essere sottoposta a continua verifica e controllo.
 
Zagrebelsky sottolinea l’importanza di entrambi gli aspetti della giustizia, legge e diritto, mettendo però in risalto, con profusione di citazioni storiche, come il potere politico abbia intaccato volontariamente il fragile rapporto fra essi. Riconoscendo sia alla legge che al diritto il ruolo decisivo nella regolazione dei rapporti tra i cittadini, si presenta una situazione attuale allarmante, in cui l’ordinaria confusione tra gli organi e i “gestori” della legge, porta una difficile comprensione di quali meccanismi debbano essere attuati per non diventare complici della trasformazione della legge in legittimazione del crimine.

L’iniziale prudenza del relatore, l’attenzione a non usare parole che potrebbero essere “fraintese”, testimonia come viviamo in un’epoca difficile, in cui il sospetto e la bombardante azione di media, decisi a diffondere più disordine che informazione, portano un senso di disagio crescente nei confronti del nostro sistema giudiziario. Diventa quindi estremamente importante un intervento di tale calibro, in cui l’origine del diritto, esemplificato attraverso la tragedia greca, viene riproposta come problematica attuale e mai esauribile.



Passato obbligatorio
Futuro del “classico”
Lectio magistralis di Salvatore Settis



Perché si studia la storia antica? Due ragioni principali: perché tutte le vicende del nostro passato meritano lo studio per la comprensione del presente e per l’emozione e la forza con cui le spoglie del passato ci impressionano, per curiosità e testimonianza di un tempo finito, ma ancora vivo nelle loro forme. A partire da questo interrogativo Salvatore Settis si domanda cosa significhi “classico” al giorno d’oggi, come interpretare un concetto in modo strettamente occidentale o in relazione ai parallelismi presenti in altre culture.

Salvatore Settis
Salvatore Settis
“Classico” e “classicismo” sono due concetti che si spiegano e si danno forza reciprocamente; poiché considerati come elementi statici non hanno senso, necessitano di un meccanismo dinamico di nostalgia che gli loro significato. Così se anche in Cina esiste un concetto di classico, anche se con forme di sviluppo diverso da ciò che accade ed è accaduto nel mondo europeo occidentale, ci si riferisce di preferenza alle categorie dell’arte figurativa greco-romana, reali radici non solo del nostro passato di europei e popoli mediterranei, ma anche fonte di numerose rivisitazioni moderne successive in cerca di forme pure a sé stanti.

Attraverso l’immagine di un grattacielo di Chicago, espressione di una corrente architettonica di neoclassicismo, si notano alla prima occhiata molteplici riferimenti ad un gusto classicheggiante, quali l’utilizzo di forme e materiali in cui però il significato cambia. Non si tratta di una rivisitazione del passato, ma di una citazione. Non di una nuova stagione del classicismo, ma del sintomo della distruzione finale. Il classico permane per la presenza al suo interno di stili che vengono continuamente ripresi successivamente dai cosiddetti stili storici. Anche il nuovo razionalismo aveva bisogno di punti di riferimento; gli stili storici erano solo “ornamento e delitto”, semplici epidermidi volte a nascondere il cuore dell’idea originale architettonica: il dorico. L’ordine dorico veniva quindi non più considerato come ornamento ma come forma pura (anche Le Corbusier riconosceva nel dorico la forma della purezza universale, perché i templi dorici trasmettono unicità, forza, stabilità). Dentro il classico è dunque stata riconosciuta la forma dorica come pietra di paragone della modernità in netta contrapposizione con l’ornamento, vigorosamente ripudiato. Artisti dalle varie avanguardie cercano successivamente di spezzare gli elementi di questo stile così perfetto da cui trarre ispirazione e modello. Comincia così lo studio di busti e sculture greche, di oggetti d’arte antica, per trovare un’ispirazione diretta al fine di raccontare nuovamente il classico attraverso parole moderne, per immedesimarsi nell’antichità ma non farla propria.
 

Lo studio dell’arte greca, attraverso il confronto diretto e a volte impietoso con l’arte romana (due correnti di pensiero: declino e prosecuzione originale della precedente?..), diventa centro focale del dibattito artistico a partire dal Rinascimento, con continui ritorni e rinneghi degli elementi costitutivi. Classico o moderno? L’eterno dilemma, artisti ed architetti non riconoscono e non riconoscevano nelle proprie opere influenze o rivisitazioni, ma guardavano agli antichi con riverenza e rispetto. Fra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 si attua un totale divorzio tra antiquaria e arte, creando lo studio diretto dell’età antica, della storia, dell’arte, della filosofia, della filologia, per creare delle reali distinzioni tra le varie correnti, tra il reale significato della cultura classica, formata non solo dall’età greca, ma anche di tutte le influenze e metamorfosi successive del bacino mediterraneo, dalla romana all’egizia. Nasceva finalmente l’educazione classica.

Un ultima domanda si pone da sola: esisteva per i greci e i romani un’età classica a cui guardare con rispetto e ispirazione? Per i greci l’età della massima fioritura artistica e intellettuale risaliva al V secolo a.C. Ma ad ogni nuova incarnazione il classico invece che apparire come un postulato, rappresentava una nuova nascita e una nuova forma. Quale è allora il classico? Il ricorso a forme del classico nel presente è un tratto così particolare che rappresenta la forma ritmica dell’arte classica europea, un confronto costante tra antichi e moderni.


Report a cura di Francesca Sartori
Reports del pomeriggio

Mario Rasetti
Mario Rasetti
Mario Rasetti, in questi anni, ci ha abituato a vertiginose incursioni in un ambito del pensiero contemporaneo in cui sembra giocarsi una delle partite decisive per il futuro; sulle sfide e confini della nuova scienza, infatti, si misura il senso di ogni percorso evolutivo possibile, in senso culturale e, più estesamente, antropologico; fino a prefigurare scenari che, sottratti da qualche anno all’impredicibilità di un futuro da science fiction, si affacciano come orizzonti ormai a portata di mano. Economia, medicina, teorie della comunicazione di massa attingono trasversalmente a un nuovo paradigma, chiamato “toria della complessità”.
Rasetti ci conduce quindi in un’escursione trasversale nei territori di una nuova epistemologia della scienza, in virtù della quale la stessa comprensione di quanto ci circonda è destinata a cambiare radicalmente.

“ Il nostro modo di fare scienza è destinato a cambiare”, precisa. “La fisica è intesa sempre più come ‘luogo di fenomeni estremi’; essa infatti si occupa di elmenti disposti su 60 ordini di grandezza, che vanno dai quarks al cosmo. Pensate”, continua, “che nell’ambito di un un progetto legato al calcolo quantistico, si è riusciti a costruire un misuratore di corrente che rileva il passaggio di un singolo elettrone per volta”.

La fisica insomma sembra aver raggiunto i punti estremi, rispetto la densità per la materia di cui si occupa. La piattaforma concettuale di tutto questo è il” riduzionismo”; lo scopo della scienza resta sempre quello di individuare i principi fondamentali che regolano i fenomeni. “E qui enta in gioco il paradigma della complessità” osserva Rasetti. “Va precisato che ‘complesso’ qui non equivale affatto a ‘complicato’; le operazioni necessarie a calcolare la traiettoria della luna, per esempio, sono complicate, poiché prevedono l’interazione di vari principi fisici. Ma la complessità è un’altra cosa; un sistema complesso è un sistema composto da tanti componenti, la cui fenomenologia collettiva non è contenuta nei singoli elementi. E’ un’altra cosa”.

 
A questo punto Rasetti introduce il concetto di ‘emergenza’, termine correlato all’affioramento di una nuova caratteristica disposta su quella che viene definita ‘scala di complessità emergente’: “Lungo questa scala di si arriva per esempio dalle molecole agli aminoacidi, nel momento in cui scatta una proprietà nuova, la capacità di riprodursi. Entriamo qui nell’ambito di quella che chiamiamo ‘vita’, fenomeno ‘emergente’ per eccellenza, ponte vero e proprio dalla fisica alla biologia”. Complessità ed emergenza rappresentano insomma una specie di denominatore comune che svaria dalla fisica e dalla biologia verso altri campi di applicazione; ad esempio, l’economia, l’informazione e i media. In sintesi, l’emergenza segna il punto della scienza in cui viene a mancare la classificazione delle discipline. Internet oggi forse è l’esempio più macroscopico di fenomeno emergente, è ‘qualcosa’ che attualmente si struttura su circa 30 milioni di nodi, con una fenomenologia d’uso solo pochi anni fa non predicibile..

Rasetti si serve di una metafora che rende bene l’idea di un sistema complesso, anzi, possiede i requisiti scientifici per esserlo a tutti gli effetti: il volo sincronizzato di migliaia di uccelli: “Vi è mai capitato di trovarvi al tramonto a Roma, vicino alla Stazione Termini? E’ il luogo e l’ora ideale per assistere allo spettacolo di numerosi stormi che si muovono nel cielo come se fossero un oggetto unico”. Na non si è in grado di prevedere come si muove un insieme di stormi: “Si può pensare che seguano un capo, ma non è così. La complessità,” prosegue il fisico torinese, “cambia la capacità di procedere della scienza, altera la definizione stessa dei fenomeni e la dinamica metodologica dell’approccio conoscitivo”.. La ‘scienza emergente’ usa le interazioni collettive per individuare l’esito complesso di un processo. E così si possono fare delle scoperte interessanti: “Il software che pilota l’atterraggio degli aerei in molti aereoporti”, prosegue Rasetti, “è ispirato alla danza delle api. Il modello che funziona infatti è quello del comportamento collettivo complesso delle api nell’interazione millimetrica delle traiettorie nei pressi dell’alveare”.

L’informatica assiste oggi al tramonto dei grandi computer, in quanto si utilizzano ormai teorie dei sistemi complessi applicate alle reti. E questo tipo di ‘programmazione distribuita’, in molti casi come quelli degli alveari e i termitai, si ispira alla natura. L’imprevedibilità e l’indecidibilità entrano fra le categorie della scienza. Questo è il paradigma che segna forse la grande sfida scientifica a un nuovo orizzonte possibile della conoscenza umana. E di un modo rivoluzionario di ripensare alle proprie categorie costitutive, siano esse improntate al meccanicismo dei neuroni o alla fede nella trascendenza. O piuttosto, all’impredicibilità complessa di un loro punto d’incontro nell’uomo, tacca particolare nella scala delle emergenze, dotata di una coscienza e di un ‘pensiero’.

Il pomeriggio si è arricchito di uno straordinario contributo umano, oltre che professionale, attraverso la rivisitazione a due voci di un “luogo” del tutto particolare, quello delle favelas brasiliane, posto al centro di un percorso di “avvicinamento” dall’interno alla cultura e alla fenomenologia quotidiana di una realtà sociale complessa e contraddittoria. Fernando Meirelles e Bráulio Mantovani, rispettivamente regista e sceneggiatore del ‘caso’ cinematografico “La città di Dio”, hanno cercato di spiegare cos’è in realtà la favela brasiliana.

Fernando Meirelles e Gabriele Magrin
Fernando Meirelles e Gabriele Magrin
Partendo dalla storia della collina di “favelas” (particolari piante brasiliane) su cui i soldati dell'esercito federale, durante la guerra civile di Canudos alla fine dell'Ottocento, montarono le loro tende, seguiti dai poveri che cominciarono a costruire lì le loro baracche, i due autori offrono una descrizione disincantata ed efficace del quadro attuale; le favelas brasiliane rappresentano una specie di “posto a parte”, una specie di stato a sé, con le sue regole di organizzazione sociale fondate sull’autorità protettiva, spesso assistenziale, assicurata in toto dalla malavita. Il “Padrone” nelle favelas controlla il traffico di droga e aiuta la popolazione, assicura servizi. Il trafficante fa da poliziotto e giudice, applica leggi crudeli all’interno di un rapporto ambiguo: il furto è bandito, chi ruba viene punito all’istante ad opera della malavita che governa la favela, e garantisce un’ambigua forma di tranquillità all’interno di un regime di violenza.

Tuttavia esiste una faccia complementare assolutamente sorprendente di vitalità e creatività, all’interno di una vita comunitaria intensa. Nelle favelas si vive alla giornata, eppure con una fioritura di iniziative che nell’ “asfalto” della città normale non esiste; nella storia della musica popolare brasiliana, ad esempio, la favela assume storicamente un ruolo fondamentale. Questa creatività e allegria di canzoni e ritmi di danza crea una notevole ambiguità nel rapporto fra favela e città organizzata, i cui ceti medi cittadini risultano particolarmente sensibili ad un certo fascino esercitato dai suoi aspetti più creativi; senza dimenticare l’aspetto linguistico, con uno slang che rinnova con continuità il portoghese parlato delle città. Per contro, il mondo civilizzato e globalizzato infiltra nelle favelas la propria mitologia consumistica, con una commistione di modelli culturali e socioeconomici che rappresenta un tratto caratteristico dell’analisi cinematografica degli autori, con uno stile di montaggio estremamente veloce e realistico.

A cura di Roberto Ranieri

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