Fondamenta, Venezia cittą di lettori. 'Significati condivisi': reports degli interventi del 15 giugno 2002
Modi del vivere, modi di morire. Modi di stare nel conflitto. Sonallah Ibrahim racconta la sua esperienza di scrittore e di cittadino di una città, Il Cairo, che dice di detestare ma dalla quale, al tempo stesso, fatica ad allontanarsi. È la testimonianza di un uomo lacerato dalla realtà in cui vive e a cui appartiene per nascita, retaggio culturale, "pelle".
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| Sonallah Ibrahim e Isabella Camera D'Afflitto |
Il Cairo: soggetto e oggetto del suo modo di essere scrittore e delle sue categorie di pensiero e di interpretazione delle cose; oggetto dei suoi conflitti interiori e delle sue sofferenze, eppure soggetto, protagonista prepotente delle sue opere è, secondo la sua etimologia, la città dominatrice. Questo il significato della parola, ma questo anche il significato profondo del conflitto che emerge dai sentimenti contraddittori che si sprigionano nei confronti di questa città. Significati né condivisi né non condivisi, nei confronti dei quali la maggior parte della popolazione sembra aver scelto, piuttosto, di sospendere il giudizio.
Sonallah Ibrahim racconta la sua città come una realtà caratterizzata da innumerevole contrasti che la lacerano sotto lo sguardo indifferente dei suoi abitanti.
Il fenomeno dell’indifferenza, del conflitto, della centralità delle autorità governative a cui l’intera popolazione si rimette e fa affidamento è diventato – secondo alcuni – una delle sue caratteristiche naturali. Ma egli sostiene che tutto ciò sia invece imputabile alle vicissitudini storiche di questa città/realtà egiziana, che ha visto lunghi periodi di occupazione straniera e di imperialismo coloniale, che poi si è andato trasformando in imperialismo economico.
“Io mi occupo di scrittura. Scrivo libri e non posso non accennare a tutti questi problemi.” Ma resta che, nonostante tutte le contraddizioni che appartengono a questa città, “mi è impossibile – continua Ibrahim – allontanarmi dal suo quotidiano. Essa fa parte del mio pensiero, della mia esperienza. L’ispirazione per i miei libri giunge dall’esperienza quotidiana vissuta all’interno di questa realtà”. Esperienze di vita e di aspetti conflittuali, di odi e amori non risolti, o forse superati nello starci, nel trovarcisi dentro, o ai limiti, come sembra aver scelto di fare Sonallah Ibrahim.
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| Gilles Kepel |
Fortemente caratterizzato all’interno della categoria “Nel conflitto” l’intervento di Gilles Kepel, che fin da subito è entrato nel vivo del discorso formulando, e tentando di risolverla, la questione sul "perché" degli attentati dell’11 settembre. E la risposta, forse sorprendente e in qualche modo spiazzante, giunta dopo una ricostruzione lucida e dettagliata degli eventi degli ultimi trent'anni di storia di integralismo islamismo, ha messo in discussione una delle certezze più condivise del nostro presente: che cioè l’attentato dell’11 settembre sia stato compiuto espressamente per colpire l’America in quanto America. Emerge piuttosto una lettura diversa dei fatti che causarono quell’attentato e cioè la precisa volontà di Bin Laden di una rivincita contro la - più generale - superiorità tecnica dell’occidente.
L’11 settembre rappresenterebbe infatti - secondo la lettura d Kepel - un misto tra una tipologia di attentati molto simile a quelli che si verificarono tra il 1996 e il ’97 e l’Intifada.
Nel corso della seconda Intifada si assiste ad una progressiva crescita e recrudescenza della violenza operata mediante attentati suicidi, da leggere secondo le modalità di una forte contraddizione interna a questo movimento, espressione da un lato di un modo per distruggere la società israeliana a livello di società civile; e dall’altro del tentativo di sopravvivere al dominio israeliano, facendo emergere una profonda differenza di livello, una spaccatura tra la potenza militare di Israele e gli attentati suicidi. La figura di Bin Laden nascerebbe proprio all’interno di questo tragico conflitto.
a cura di Silvia Pittarello
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L’intervento pomeridiano di Alexander Demandt ha offerto una prospettiva storica di ampio respiro ad un tema già affrontato ieri da Marianne Saracco, quello dei fondamenti di diritto positivo che nel corso dei secoli hanno
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| Alexander Demandt |
informato i rapporti giuridici fra diversi soggetti di potere, rapporti irriducibili a una prassi o ordinamento statuale di riferimento; alla costituzione insomma di una “legittimità” d’azione, di volta in volta arregolata a principi di convenienza, o peso politico, dei soggetti decisori. Demandt offre una panoramica trasversale di eventi e protagonisti, che percorre decine di secoli di storia, dal conflitto fra Atene e Sparta fino al Vietnam e la Bosnia; al mutare delle condizioni geopolitiche, ecco il variabile plasmarsi una “norma” che in nome dei principi dei vincitori si vuole arregolata a fondamenti “naturali” e condivisibili, attraversando vari gradi, spesso, di aberrazione e incongruenza. Si va imponendo insomma, incarnandosi in modo esemplare nelle vicende giuridiche successive ai due ultimi conflitti mondiali, quella che Demandt chiama “sensibilità giuridica soggettiva” in nome della quale di volta in volta si assoggetta l’azione penale; nel processo lento e faticoso di riconoscimento e condivisione di principi e norme giuridiche transnazionali, che oggi sembra prender corpo nell’istituzione dei tribunali internazionali, purtroppo la storia recente testimonia una perdurante frattura fra codificazione astratta e potere contrattuale dei soggetti nazionali interessati; l’esempio eclatante, il perdurante rifiuto degli Stati Uniti a riconoscere la giurisdizione di tali Corti e, di riflesso, l’autorità dell’ONU. Demandt sottolinea, riprendendo alcuni accenti preoccupati dell’analisi di Marianne Saracco, la fisiologica debolezza di tali istituti ad hoc nel delegare l’esecuzione delle sentenze agli ordinamenti statuali, la cui gestione può assumere un margine di discrezionalità molto ampio, data la possibilità di reinterpretare a proprio agio, e in senso politico, la sentenza stessa, fino a disapplicarla di fatto. Come recita una massima di Michel de Montaigne, citata in conclusione da Ernesto Franco, “se il nemico viene processato, non conta cosa ha fatto ma conta chi è”.
L’articolata analisi storica di Demandt rappresenta l’introduzione ideale all’intervento successivo di Felice Casson, che si interroga fin dal titolo della sua
Lectio, provocatoriamente, sulla stessa esistenza, oggi, di un’insieme condiviso di regole che risponda al nome di “diritto internazionale”. E spiega: “La fiducia sulla possibilità di forme regolamentative generali si sta affievolendo oggi sempre di più; tutti i giorni si susseguono eventi che sembrano incrinare ogni possibile ottimismo. In tutti i settori le regole generali non valgono, vale piuttosto la forza del singolo soggetto, sia esso stato o altra organizzazione sociale”. Casson porta alcuni esempi tratti dalla storia più recente: dall’atteggiamento della Spagna nel negare l’estradizione a terroristi condannati per strage, assimilandone il profilo penale a reato di natura politica, all'episodio specifico della latitanza giapponese di
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| Felice Casson |
Delfo Zorzi, stragista in giudicato per la giustizia italiana, libero cittadino nipponico sulla base di documentate falsificazioni; dalla storica copertura offerta da più parti ai nazisti nel secondo dopoguerra alla “sensibilità politica variabile” che per alcuni depenalizza il terrorismo mediorientale al rango di “guerra di liberazione permanente”. Regole, insomma, sfacciatamente dipendenti da contesti ed equilibri extragiuridici, nonostante si sforzino di assurgere al livello di “significati condivisi” con un sempre maggiore raggio geopolitico .
E l’analisi di Casson sottolinea con forza un principio fondamentale, su cui già si era soffermato Gherardo Colombo in
Futuro Necessario a proposito del rapporto fra politica e magistratura, nello scenario tutto nostrano di Mani Pulite: “Non spetta alla magistratura”, afferma il magistrato, “fornire una prova a conferma di una certa verità storica. Non dimentichiamoci che verità storica e giurisdizionale appartengono a due ordini diversi, fisiologicamente divergenti”. Il Petrolchimico purtroppo insegna...
a cura di Roberto Ranieri