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Sotto la lente

Fondamenta, Venezia cittą di lettori. 'Significati condivisi': reports degli interventi del 14 giugno 2002


Significati condivisi e non condivisi; significati equivocamente condivisi; significati imposti per scelte politiche, economiche, sociali ben precise, che hanno generato e generano conflitti manifesti, macroscopici, ma anche conflitti meno eclatanti, drammi spesso non immeditamente coglibili, perché più difficili da individuare e comprendere, ma pur sempre drammi, conflitti. L’eterno problema dell’imposizione di una volontà di potenza che guarda e fa guardare alle cose sempre con la stessa, unica lente, illudendo e costruendo una realtà che invece può e dovrebbe essere letta e interpretata anche secondo parametri e sensi diversi. Sono questi i temi che hanno aperto i lavori della seconda giornata di Fondamenta.

Susan George
Susan George
I due interventi di Susan George e Aldo Bonomi, entrambi predicati sotto la categoria “Nel conflitto”, hanno ruotato attorno ai problemi che emergono dalle molteplici facce di un concetto tanto attuale quanto abusato com'è quello di globalizzazione.
Davvero densa e, per certi aspetti, inquietante la lectio magistralis di Susan George, I rubinetti del mercato mondiale che – utilizzando le modalità di un argomentare per negazione per cui è possibile definire qualcosa dicendo ciò che essa non è – ci ha aiutati a comprendere come “globalizzazione” sia una parola che più che unire divide, non con-divide, non è cioè un significato condiviso, contrariamente alle sue pretese semantiche.
“Globalizzazione è una parola che dà l’impressione che tutti ci si tenga per mano, ma ciò è assolutamente errato ed erroneo” – afferma Susan George.
All’insegna della parola d’ordine: globalizzazione!, si sono generati conflitti insanabili che purtroppo non sono episodi isolati o isolabili, ma sono patrimonio e risultato di una politica economica ben precisa, di un progetto ben preciso di progressivo arricchimento degli stati più ricchi a scapito degli stati più deboli e poveri del sud del mondo. Poteri e politiche che seguono il denaro, privatizzazioni, investimenti che non generano sviluppo: sono solo alcuni dei nomi all’insegna dei quali si inneggia alla globalizzazione. Ma quale? Questi non sono propriamente significati che tutti condividono.
Alcuni dati inquietanti sono emersi dall’intervento della George:
- 800 milioni di persone al mondo soffrono la fame: questo il dato confermato dalla conferenza organizzata dalla FAO. Ma la Francia, ad esempio, ha scelto di non parlarne.
- 28.000 sono i dollari al minuto che l’Africa sud sahariana paga di interesse sul debito contratto con le potenze economiche mondiali.
- 1,5 miliardi di dollari vengono quotidianamente cambiati nel mondo, ma nulla di tutto questo viene utilizzato per incrementare la produttività, quella vera, quella che crea posti di lavoro, cha fa vivere famiglie intere, garantendo loro la speranza di un futuro. Sono, al contrario, soldi che vengono usati soprattutto a fini di speculazione.
“Alcune fondazioni (…) hanno speso centinaia di milioni di dollari affinché si arrivasse a pensare come pensiamo ora” - aggiunge Susan George - con la precisa volontà di imporre i loro significati che, alla fine, inevitabilmente sono diventati i nostri significati.
Questo è globalizzazione: la creazione di una realtà di esclusione, di una indifferenza generalizzata, di un mondo disuguale, un’autocelebrazione delle potenze più forti che di globale hanno solo i loro interessi particolari.
Aldo Bonomi
Aldo Bonomi

Altri modi di coniugare la parola globalizzazione e le nuove forme di conflitto attraverso l'analisi sociologica di una nuova professionalità della iper modernità: quella del volontario. Questi i temi affrontati da Aldo Bonomi nel suo intervento Il volontario: dall’”inutile idiota” al nuovo soggetto sociale. Bonomi sottolinea la necessità di ripensare il senso e il significato di questa nuova figura sociale che deve essere compresa all'interno di un quadro in cui a dominare i "codici interpretativi" della realtà sociale non sia più una logica della contrapposizione, che ha in vista solo "la cosa" e il suo opposto e nulla più. Tale logica sembra incapace di comprendere e spiegare la complessità delle dinamiche sociali.
La sua provocazione lanciata in apertura, apostrofando la figura del volontario con l'appellativo di “inutile idiota”, sembra nascere direttamente da uno spunto che viene da Marx. Questi aveva individuato due figure tipiche della società moderna: quella di chi produce opere e quella di chi compie attività senz’opera. Chi si occupa di storia del passaggio dal fordismo al postfordismo incontra, accanto alle imprese che producono merci, quelle che si preoccupano di gestire i tempi del non-lavoro e cioè gli operatori del turismo, i creatori di eventi, i p. r., le cubiste e, tra queste, anche la figura del volontario. Una figura ambigua, apparentemente inutile in quanto, appunto, produttrice di quelle attività senz’opera indicate dall’analisi marxiana.
E tuttavia, per ragionare sulla composizione della società moderna e per comprendere come si declinano le nuove forme di conflitto tra un'operare che ha in vista la pura produzione e quello che invece produce opere inutili, è neccessario – secondo Bonomi – parlare non solo di classe operaia e borghesia, ma anche, appunto, di cubiste, p. r., eventologi, di ciò che egli chiama “capitalismo molecolare” e di volontariato, ricomprendendo però tutte queste figure all'interno di un procedimento più articolato e complesso. In questo modo la figura del volontario viene riscattata: da inutile idiota, acquista dignità di autentico soggetto sociale.
Infatti, per capire davvero il ruolo del volontario alla luce dei fatti che appartengono al nostro presente, è indispensabile superare la logica della contrapposizione di classe, partendo bensì da una rivalutazione del ruolo del soggetto che opera all'interno del nuovo contesto mondiale, e nella specificità dei singoli territori in cui opera.
All'interno di questo panorama si scorge anche una nuova tipologia di conflitto: quella che lo caratterizza essenzialmente come contraddizione o forse, più propriamente, autentico paradosso, follia apparentemente insanabile della società e della politica attuale. Accanto ai flussi delle guerre, vi sono infatti i "flussi umanitari"; dietro ogni casa ricostruita, dopo esser stata abbattuta dalle bombe, leggiamo il cartello: "dono della caritas".
Per capire la natura dei nuovi modi di presentarsi dei conflitti moderni bisogna guardare alle singole realtà territoriali e alle loro dinamiche, capire cosa accade nelle "comunità maledette", quelle in cui le forme di convivenza regrediscono al sangue, agli odi religiosi, all'interno delle quali anche il volontario va via via acquistando nuovo spessore, quella nuova dignità che, tuttavia, deve andare oltre il conservatoriasmo compassionevole predicato da destra, e superare altresì le posizioni di chi - da sinistra - lo vuole istituzionalizzare e depotenziare riportandolo "al di qua" delle competenze tecniche del potere politico.
Stefano Boeri
Stefano Boeri

Prassi versus teoria, all'insegna dei "Modi del vivere, modi di morire", è stato il tema dell’intervento dell'architetto e urbanista Stefano Boeri che, proseguendo idealmente la linea, inaugurata da Bonomi, di una necessità di riconquistare i territori comprendendone le dinamiche intrinseche e i possibili sviluppi, ha affrontato la questione dei nuovi modi di vivere, interpretare, pensare, relazionarsi agli spazi urbani della città contemporanea.
Nel suo Mutations. La città della poliarchia, Boeri è subito entrato nel vivo dei Significati condivisi, mostrando come contro le grandi teorizzazioni dell'architettura cosiddetta colta, che in qualche modo continua a pensare l'utilizzo dei nuovi spazi urbani in astratto, secondo i vecchi modi di fare architettura, vincano modelli che sono invece il risultato del vivere concretamente le città, in cui nulla è prevedibile in anticipo, ma tutto è e avviene nelle cose, nel loro intrinseco dinamismo.
All'interno del processo globale di mutamento degli spazi destinati alla città come luogo di incontro e relazione, vengono meno le parole per descrivere ciò che di fatto è accaduto e sta accadendo nella riorganizzazione dei nostri spazi di vita quotidiana. Quei significati con i quali in passato si poteva condizionare in anticipo la struttura urbana di un'intera città, ora hanno perso il loro senso. "Abbiamo perso le parole per dire ciò che sta succedendo intorno a noi. Noi usiamo termini sempre più imprecisi, fragili per descrivere i nostri spazi di vita quotidiana" - afferma Boeri.
Il termine "città" slitta da concetto astratto ad analisi concreta della natura delle cose. E la difficoltà di raccontare ciò che avviene dei concetti di città, spazio urbano, spazio pubblico, spazio privato, centro è testimoniata dalla grande quantità di ossimori che incontriamo nei neologismi coniati dagli architetti "colti". Si parla ad esempio di “campagna urbanizzata”: un neologismo appunto, che rivela una sorta di contraddizione in termini che va imputata - sostiene Boeri - non soltanto alla nostra incapacità di inventare parole appropriate alle nuove realtà urbane, ma soprattutto alla nostra difficoltà di visione e di comprensione del grande cambiamento che sta avvenendo. E le difficoltà nascono soprattutto perché a cambiare è l'intero sistema dei rapporti tra noi e il nostro spazio; significati condivisi che tuttavia hanno perduto il loro senso, perché la teoria ha ceduto il passo alla prassi, al puro fare, ed è rimasta indietro.
I processi di autorganizzazione hanno innescato elementi di innovazione pura nella caratterizzazione degli spazi urbani, disegnando un modello effettivamente esistente di città che si scandisce secondo una disposizione orizzontale e non più gerarchico-piramidale: vera e propria poliarchica, autentica creazione e patrimonio di tutti coloro che vivono lo spazio urbano quotidianamente.

a cura di Silvia Pittarello


Il contributo di Giulio Busi al percorso odierno di "Anime" ha inaugurato una sezione della stringa dedicata alle molteplici incarnazioni di un’ “anima” remota, eppure a ben vedere limpidamente condivisibile, di una comune tradizione e identità culturale, colta attraverso due prospettive convergenti.
Giulio Busi e Daniele del Giudice
Giulio Busi e Daniele del Giudice

































Il punto di partenza, il “pre-testo” dell’evoluzione multimillenaria della cultura "occidentale" è offerto dal mito di Europa, la giovane principessa fenicia figlia del Re di Sidone, rapita da Zeus trasformato in toro, che racchiude in sé una vitale incoerenza. Secondo Busi, “la vicenda che fonda allegoricamente la realtà europea è un tragitto esotico dall’altrove, addirittura un inganno divino, che sottrae all’Asia un’eredità simbolica, per trasferirla furtivamente in una terra che non ha ancora nome né destino”. Busi sottolinea che lo stesso etimo del nome “Europa” è probabilmente di origine fenicia. Erodoto stesso nelle Storie precisa che la ragazza rapita dal toro era asiatica, e significativamente non mette mai piede sul continente, ma si ferma a Creta, inaugurando nella tradizione storica dell’identità di “Europa” una certa ambiguità fra favola e geografia, fin dalla nascita.
Il mito inaugura una prospettiva da cui è possibile simbolicamente ripensare allo stereotipo della Cristianità come elemento di “ricompattazione” e rifondazione dell’Europa, stretta nella tenaglia di un conflitto frontale e irriducibile fra Sud Arabo e Nord Cristiano. Uno studio attento della storia europea non può che rideclinare, nel senso costruttivo di una consapevole
Giulio Busi
Giulio Busi
riacquisizione culturale, l’ “identità” in un mosaico di tasselli diversi, fra i quali accanto alla cronicità di contrapposizioni e conflitti esiste in verità una ininterrotta funzione mediatrice, una mutua contaminazione che arricchisce reciprocamente, rinnova e assesta dimensioni culturali in evoluzione continua, in entrambe le direzioni. Ed sarà proprio questo, pur se colto dalla prospettiva inversa, il senso profondo dell’intervento successivo di padre Samir, figura di studioso incarnazione essa stessa, in fondo, di una sintesi feconda fra islam e cristianità, che non si vuole eccezione marginalizzata dalla storia, ma corpo visibile e declinato al presente di una tradizione ricca di elementi comuni, tema del resto da sempre al centro della riflessione teosofica e interculturale di Fondamenta. Mentre Busi pone l’accento sul ruolo fondamentale, in Europa, di un “innesto semitico trasversale, che ha agito da continuo contrappunto della vicenda storica continentale”, mantenendo un’identità forte ma proprio per questo fungendo da “forte mediatore culturale”. Centrale appare, in questo senso, il ruolo giocato dall’adozione della Bibbia ebraica da parte del Cristianesimo, che per lo studioso comporta in primo luogo la penetrazione di “componenti semitiche generiche”, non solo ebraiche, nella cultura “occidentale cristiana”. La Bibbia infatti, afferma Busi, “rappresenta un’antologia di letteratura semitica generica, non solo ebraica, leggibile come libro di testo di un Oriente semitico pre-ebraico, rivelata dalla scoperta della biblioteca di Ugarit”. Ma la cultura ebraica e il suo multilinguismo rappresenta un anello di transizione fondamentale per la penetrazione della filosofia musulmana nel pensiero latino, fungendo storicamente, dice Busi, da “moltiplicatore semitico di temi arabi”, fino al ruolo determinante giocato nel rinascimento, nel quale “l’entità del credito ebraico è pari o superiore al debito”.

Padre Samir apre il suo intervento partendo a sua volta dalla demistificazione di una semplificazione storica profondamente inesatta: l’equazione “arabo – musulmano”, infatti, appare un luogo comune del tutto infondato. Gli Atti degli Apostoli nominano più volte gli Arabi come destinatari della parola divina e, d’altra parte, anche nel Corano “il rapporto fra musulmani e ebrei o cristiani è positivo: mentre è prescritto l’obbligo di astenersi da
Padre Samir Khalil Samir
Padre Samir Khalil Samir
qualsiasi rapporto con i non credenti, con ebrei e cristiani i rapporti sono possibili, pur se normati secondo l’etica religiosa musulmana”. E vengono minuziosamente passati in rassegna i vari livelli di contaminazione culturale fra bizantini e i conquistatori musulmani del Medio oriente, dopo la morte di Maometto. La cultura beduina, refrattaria ad ogni forma stanziale e alla produzione di forme d’arte derivanti da una simbiosi stabile con i luoghi, elabora una propria concezione architettonica, costruisce Moschee affidandosi inizialmente a cristiani bizantini e copti. In campo letterario, la Scuola cristiana di Baghdad fino all’Undicesimo Secolo compie una poderosa opera di “traduzione” di testi greci, operando nel senso di un vero e proprio adattamento culturale alla tradizione islamica. Il primato della ragione, del “noùs” aristotelico sul fatto di fede, rappresenta nelle parole di Padre Samir il tratto distintivo della cultura cristiano-araba; l’individuazione cioè di una frattura fra l’esperienza individuale del rapporto col divino e gli strumenti logico-linguistici della comunicazione comune. Ma ancora una volta, si avverte l’esigenza di sottolineare le infinite contiguità e sovrapposizioni, individuando un antico intreccio di fattori comuni per una possibile rifondazione (vocabolo che ritorna stesso, in queste prime giornate, pur se in contesti diversi): a dimostrazione che lo scenario odierno dello scontro frontale fra le culture appare funzionale alla logica semplificata di un pensiero globalizzato e deformante, non certo radicata e giustificata, a senso unico, nella storia remota delle comunità.

a cura di Roberto Ranieri



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