Musealia 2006/2007
Le fantasie letterarie di un grande outsider
(da Leggìo, newsletter trimestrale EDT Musica)
Come nasce "Serate d'orchestra"?
Il libro è legato all'attività di critico musicale che Berlioz svolse per alcune importanti riviste parigine; sappiamo bene quanto odiasse questo lavoro, che lo incatenava alla routine e non gli permetteva di comporre, ma è indubbio che proprio il giornalismo ha avuto il merito di fargli scoprire il proprio grande talento di scrittore. Le Serate, pubblicate nel 1852, raccolgono numerosi articoli scritti nell'arco di un ventennio; si tratta, dunque, di un testo molto rappresentativo, anche se paradossalmente ci restituisce un'immagine a dir poco atipica del critico. Le tradizionali recensioni di opere e concerti mancano del tutto: al loro posto troviamo novelle, aneddoti, memorie storiche e personali, riflessioni e fantasie del genere più diverso. Spesso, di fronte a opere scadenti, Berlioz scansa del tutto l'argomento e si abbandona con grande libertà e spregiudicatezza al suo estro narrativo. C'è poi un altro aspetto che contribuisce ad aumentare l'originalità del libro: e cioè il fatto che i testi siano presentati come letture e dialoghi di orchestrali disgustati dalla musica mediocre. Sembra incredibile che gli strumentisti del libro passino le loro serate in buca a leggere e conversare: ma, in effetti, un critico che scrive racconti al posto di recensioni non poteva che farsi rappresentare da personaggi come questi.
Chi era Berlioz al momento della pubblicazione, e che ruolo aveva la scrittura nel suo mondo poetico?
Verso il 1852, Berlioz era un compositore di fama europea che aveva già alle spalle alcuni trionfali viaggi musicali in Germania e Russia, ma a Parigi manteneva ancora una posizione di outsider. In questo senso, credo che la sua scelta di pubblicare le Serate vada vista anche come una strategia di autopromozione. Peraltro, in lui c'è l'idea che la letteratura possa costituire una chiave di accesso alla musica.
Le Serate sono un libro che tende la mano a una ideale figura di lettore-ascoltatore, cercando di stabilire una particolare forma di complicità estetica. Nonostante la natura artistica fortemente aristocratica, Berlioz è anche un grande "comunicatore". Sa bene che la parola scritta non è solo un'arma polemica, ma anche un veicolo di emozioni.
Quanto della poetica musicale di Berlioz può essere ritrovato nelle pagine delle "Serate"?
Direi che le Serate sono come un grande specchio concavo che raccoglie e amplifica l'intero universo estetico del compositore. Con questa antologia, Berlioz non crea solo un pot-pourri vario e accattivante, ma "compone" in modo quasi musicale una forma che ha una sua evidente compiutezza. Dentro ci si trova davvero di tutto: i grandi compositori e gli infimi musicanti, i sogni e gli incubi, l'arte e la vita, la musica e la letteratura, l'esperienza personale e l'affresco storico, il lirismo e la satira. Insomma, un libro sinfonico, una polifonia (seppure non simultanea) dove convergono i più diversi toni e colori letterari.
Quale fu l'accoglienza da parte del pubblico francese?
Molto buona. Lo testimonia sia la nuova edizione del 1854 e le numerose ristampe, sia gli apprezzamenti di scrittori e critici importanti. Naturalmente, il libro non è rimasto sempre presente nel panorama letterario (neppure in quello francese), ma ha avuto bisogno di una riscoperta moderna. Ma questo è un destino che il Berlioz scrittore condivide, in parte, con il Berlioz musicista.
Come è nata l'idea della traduzione italiana?
Fondamentalmente, da un interesse musicologico e dal fascino che la musica di Berlioz ha sempre esercitato su di me. Poi, sull'onda di questa frequentazione, è nata anche l'idea di una versione italiana delle Serate. In poche parole, sono partito dal compositore. Debussy lascia intendere che si arriva alla musica di Berlioz passando attraverso una certa suggestione biografica e letteraria: nel mio caso è accaduto il contrario.
Serate d’orchestra è come un grande specchio concavo che raccoglie e amplifica l’intero universo estetico di Hector Berlioz. Con questa antologia, Berlioz non crea solo un pot-pourri vario e accattivante, ma “compone” in modo quasi musicale una forma che ha una sua evidente compiutezza. Dentro ci si trova davvero di tutto: i grandi compositori e gli infimi musicanti, i sogni e gli incubi, l’arte e la vita, la musica e la letteratura, l’esperienza personale e l’affresco storico, il lirismo e la satira. Insomma, un libro sinfonico, una polifonia (seppure non simultanea) dove convergono i più diversi toni e colori letterari. Il libro, pubblicato nel 1852, è legato all’attività di critico musicale che Berlioz svolse per alcune importanti riviste parigine, anche se paradossalmente ci restituisce un’immagine a dir poco atipica di questo suo “secondo mestiere”: le tradizionali recensioni di opere e concerti mancano del tutto, e al loro posto troviamo novelle, aneddoti, memorie storiche e personali, riflessioni e fantasie del genere più diverso. Spesso, di fronte a opere scadenti, Berlioz scansa radicalmente l’argomento e si abbandona con grande libertà e spregiudicatezza al suo estro narrativo. C’è poi un altro aspetto che contribuisce ad aumentare l’originalità del libro: il fatto che i testi siano presentati come letture e dialoghi di orchestrali disgustati dalla musica mediocre. Sembra incredibile che gli strumentisti del libro passino le loro serate in buca a leggere e conversare: ma, in effetti, un critico che scrive racconti al posto di recensioni non poteva che farsi rappresentare da personaggi come questi. Le Serate sono un libro che tende la mano a una ideale figura di lettore-ascoltatore, cercando di stabilire una particolare forma di complicità estetica. Nonostante la natura artistica fortemente aristocratica, Berlioz è anche un grande “comunicatore”. Sa bene che la parola scritta non è solo un’arma polemica, ma anche un veicolo di emozioni.
Maurizio Biondi
(dal Catalogo per il Trentennale EDT)