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Trascrizione e fuga. Le forme polifoniche dell'ultimo Beethoven


Ritroviamo a Ca' Rezzonico, quale ultimo appuntamento di Tracce la Grosse fuge di Beethoven op.134 nella trascrizione per pianoforte a quattro mani; già presentata al Candiani due anni fa in una "confezione scenica" differente, forte oggi di un momento dialogico strumentale - vocale fortemente revisionato da Maurizio Biondi (nel pieno rispetto, allora e oggi, dell'esecuzione conclusiva integrale dell'opera), riprendiamo qui quanto dicemmo allora riguardo al termine "trascrizione"; che, quand'anche sia come in questo caso opera dello stesso autore, e quindi apparentemente al riparo da problemi di fraintendimento dell'idea musicale da parte di chi trascrive, merita qualche riflessione aggiuntiva. Il termine innanzitutto non allude pacificamente ad un abito interscambiabile da adattare a un 'corpo' musicale astratto, a monte; la trascrizione, infatti, un po' come la traduzione in ambito letterario, è anche e soprattutto ripensamento dell'idea originaria, nelle regole del codice sonoro chiamato a conferirle nuova forma e sostanza; in questo caso le caratteristiche idiomatiche del pianoforte. La 'veste sonora' di cui sopra, invece, sembra ricalcare un concetto caro ad uno dei più grandi trascrittori di tutti i tempi, Ferruccio Busoni, il quale affermava:

Ferruccio Busoni
Ferruccio Busoni
«Ogni notazione è già trascrizione di un'idea astratta. Nel momento in cui la penna se ne impadronisce, il pensiero perde la sua forma originale. L'intenzione di fissare l'idea con la scrittura impone già la scelta della battuta e della tonalità. Il mezzo formale e sonoro (per il quale il compositore deve pur decidersi) determinano sempre più via e limiti».

Scrivere musica, secondo Busoni, implica da sé la 'trascrizione' in un sistema di riferimento ordinato nel tempo e nella percezione sensoriale, dove le unità di misura (battute) e le regole dei rapporti sonori (tonalità) impongono già dei limiti; fra questi, ovviamente, c'è la destinazione strumentale, che attualizza di volta in volta la vocazione intrinseca dell'oggetto a privilegiare architettura o arte seduttiva, logos o Melos, appunto; relazionandosi già in partenza, in questo, ai vari parametri (timbro, ritmo, agogica, ecc.) dell'espressione sonora. Si è visto che, nel caso dell'ultimo Bach, la trascrizione non è altro che un processo in potenza già racchiuso nella partitura, la cui notazione porta direttamente in superficie una dimensione di exemplum da declinare in svariate 'vesti sonore' possibili, distinte ma consustanziali, fino a poter toccare orizzonti timbrici inesistenti all'epoca della stesura originale, senza che l'interprete debba fare altro che giustificarne la scelta per ragioni squisitamente musicali (come è accaduto nell'interessantissima versione per archi della fuga bachiana proposta nel primo appuntamento dallo stesso Biondi, con il pizzicato dei violini a rimarcare l'idiomaticità di un dato materiale tematico).


L. v. Beethoven, Grosse fuge op.133: l'attacco della doppia fuga
L. v. Beethoven, Grosse fuge op.133: l'attacco della doppia fuga

La fuga, che in Bach rappresenta ancora una forma musicale di ricomposizione dei "contrari" (versus - rectus, lineare e inverso) e dei contrasti (maggiore - minore) in un'architettura superiore di rapporti sonori, in quest'opera diventa invece luogo di lacerazione, scheletro formale prestato a un'invocazione tematica a tratti ossessiva e, in questo, incredibilmente "moderna".





Nel caso dell'opera 134 di Beethoven, l'autore stesso pone mano a una 'riscrittura' che sembra affrancare la versione originaria per quartetto da una dimensione idiomatica lì assai accentuata, spinto da una duplice esigenza: innanzitutto sciogliere i problemi di 'ineseguibilità' del pezzo, il quale pone agli archi, nelle successioni rapidissime delle sue dissonanze, difficoltà impervie di intonazione; tanto che la sensibilità armonica dell'ascoltatore si trova qui a inseguire un esile bandolo tonale fra i congestionati colpi
L'op.133 in una trascrizione per orchestra d'archi (introduzione)
L'op.133 in una trascrizione per orchestra d'archi (introduzione)
d'arco della doppia fuga, cui maggiormente si deve, forse, quell'effetto di 'modernità', che avrebbe sedotto Stravinskj oltre un secolo più tardi, e indotto il primo editore del Quartetto n.13 a stralciarlo dal resto dell'opera. Di qui, la necessità di ancorarne la resa sonora a uno strumento polifonico 'assoluto', con un'intonazione stabile in grado di dipanarne il contrappunto fittissimo, e assai flessibile nel dosare le dinamiche d'espressione; ed ecco il pezzo riemergere con un numero d'opera ulteriore, idiomaticamente ripensato per uno strumento già depositario di una tradizione contrappuntistica 'alta', con le trascrizioni di Mozart e i poco noti (oggi) Preludi e Fuga di Mendelssohn, pure decisivi per l'evoluzione dell'anima più "oggettiva" del pianismo novecentesco (Reger, Hindemith, Sostakovich).

Così, oltre le semplici "note", appunto, il testo di Maurizio Biondi cerca, in una specie di dialogo immaginario con l'autore, di mettere in scena un confronto immaginario con l'idea astratta, pure idiomaticamente già incarnata nelle due versioni, che dà corpo a questo capolavoro. Come quando dialoga con la "voce" dell'autore, che spiega pacatamente le sue ragioni a forza di frammenti e cellule tematiche, evocate dai due interpreti sulla tastiera:

«(...) la forma stessa che vi siete scelto, mio caro, venerato maestro… questa mitica fuga… non è forse anch'essa una convenzione all'ennesima potenza?… un vetusto rito che il nostro soggetto, senza dubbio, può onorare ancora… permettete che provi?… voi stesso avete detto che scrivere una fuga non richiede particolare abilità… vediamo allora se anch'io riesco a mettere in moto il solito, eterno procedere del tema tra le voci…».



Testi a cura di: Roberto Ranieri
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