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Luci di poesia per un valzer della memoria


Mattia Berto e Maria Ghelfi
Mattia Berto e Maria Ghelfi
La "Giornata della memoria”, il 27 gennaio,
rappresenta da anni un’occasione di ripensamento collettivo degli orrori di un passato ancora prossimo, tanto più urgente quando il ritmo della storia sembra battere, oggi, più sulla contingenza dei flash d’agenzia che sulle scorie istruttive del secolo appena trascorso; tuttavia, si sa, un ricordo non può essere imposto, e il problema di ogni iniziativa in tal senso, sia essa teatrale o rievocativa in senso stretto, non può sottrarsi al rischio di offrire alla “Giornata della Memoria” gli effetti di una “memoria di giornata”, specie presso i codici percettivi delle generazioni più giovani; per le quali immagini e input informativi scontano sempre più un relativismo mediale diffuso, che ne appiattisce il senso in pochi decibel o pixel di verosimiglianza e poco altro.
Come “ricordare”, quindi, le immani tragedie del secolo nelle forme di un intrattenimento intelligente, magari facendo della memoria il reagente ad hoc per uno spettacolo originale e compiuto? In un piccolo, operoso centro della provincia veneziana come Quarto d’Altino ci ha pensato una rassegna con un titolo che parrebbe celebrare, al contrario, la distanza da qualsiasi pausa pensosa sui rovesci della storia, “Comicomondo” 2007, che mercoledì 27 gennaio ha presentato lo spettacolo “Festa di nozze sotto un cielo di guerra”, realizzato da La Corte dei Miracoli in collaborazione con la scuola di danza John Rose. Spettacolo che, nelle note di sala, vuole essere appunto “un modo per ricordare i morti di tutte le guerre passate e presenti e un’occasione per riflettere sul significato che la pace può lasciare nella storia dell’uomo”.
Entriamo incuriositi fra il pubblico, e ci rendiamo subito conto che non si tratta di una rievocazione teatrale in senso stretto, magari in salsa tragicomica dato il tono della rassegna, o con qualche annaffiata multimediale di bombe
Marco Zoccarato
Marco Zoccarato
e morti ammazzati: gli spettatori infatti sono gli invitati reali e verosimili ad una festa di nozze con tutte le carte in regola, fra tavoli apparecchiati, vivande e richiami danzanti. Apre i giochi l’ingresso di Marco Zoccarato, qui una specie di grillo parlante con le fattezze di uno scemo di guerra, che sbucando fra cumuli di cianfrusaglie e mobili dismessi semina i primi indizi sulla simbologia elementare dell’allestimento scenico; preparando l’imminente irruzione della vis comica di Mattia Berto, irresistibile nei panni di un ottuagenario che si sveglia nel cuore della notte e si ritrova nella piazza del paese dove, il 27 gennaio 1943, ha sposato la sua amata Wanda, qui una splendida Maria Ghelfi nel suo candido abito d’epoca. E’ il “la” perché la festa abbia inizio. 
Con qualche ammiccamento ad un clima da “Underground” della memoria, e le mazurche alla Casadei al posto dei fiati di Bregovic, l’atmosfera è riscaldata dall’entusiastico e preciso intervento del corpo di danza della Scuola John Rose, che nelle pause di ballo vorticoso fra i vari quadri prende per mano al ritmo di valzer la nostalgia e la buona volontà di gran parte degli avventori; con Mattia Berto, sposo novello e deja vu, a prendersi paccate sulle spalle fra un cin cin e un Viva i sposi d'annata, compreso il merlot, sotto le incombenti sirene degli allarmi aerei.
Ciò che ci pare funzioni al meglio in questo spettacolo, date anche le premesse di cui sopra, è l’intuizione di base, elementare ma efficacissima; quella di trasportare il pubblico in un contesto interattivo che rifiuta intellettualismi, ma offre la calamita semplice e seducente di un clima di festa, rispetto al quale lo sdoppiamento fra passato e presente tocca prima la pancia che la ragione, e dà i suoi frutti simbolici nell’orientare emotivamente la partecipazione di ciascuno in un "qui" che è anche "altrove". Bravissimo Mattia Berto, come già detto, in un ruolo che richiama da vicino il suo miglior Pantalone; Marco Zoccarato ha il grande merito dell’ideazione, regia e coordinamento dell'intera operazione, mentre un po’ meno ci convince sulla scena la rigidità della sua maschera stralunata; bravissimo infine il pirotecnico corpo di danza della Scuola John Rose, per le sue prestazioni in pedana ma anche, aggiungiamo, per le prelibatezze delle portate ai tavoli, preparate e offerte in punta di tacco dalle gentilissime signore della Scuola. 


Mattia Berto
Mattia Berto

Testi a cura di: Roberto Ranieri
Sezioni del magazine: Recensioni
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