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I versi nella valigia. La poesia di Ennio Cavalli


Disegno di Tullio Pericoli scelto per la copertina di "Il poeta è un camionista"
Disegno di Tullio Pericoli scelto per la copertina di "Il poeta è un camionista"
La poesia, si sa, non offre
una “parola che squadri da ogni lato” le cose; semmai avviene il contrario, sono le cose a moltiplicare le parole agli occhi dei poeti. Per questo semiologi, linguisti, filologi si tuffano ciascuno in uno spicchio della gran piscina del senso poetico, con un effetto d’onde incrociate che talvolta chiede ai nuotatori di immergersi sotto le parole trattenendo un poco il respiro, per poi riemergere e godersi di nuovo lo scintillio dell’acqua fra le bracciate.
La poesia di Ennio Cavalli, e in particolare la densità della “Trilogia” di cui “Libro di sillabe” (Donzelli, 2006) rappresenta l'ultimo capitolo, offre di suo lo specchio ideale per molteplici tuffi di sub specializzati, in svariati angoli d’impatto possibili con il suo caleidoscopio di segni; si tratta comunque di acqua viva e scintillante, buona per godersi in superficie l’odore della salsedine ed abbastanza trasparente da lasciar intuire quel che si muove sul fondo, svincolandosi da appartenenze “di scuola” per lenti o respiratori troppo sofisticati. Presentata in laguna dallo stesso autore grazie all'Associazione Cifrematica di Venezia, anche l'ultima fatica di Cavalli si fa leggere con gusto; è una scrittura che talvolta chiede al lettore un po’ di confidenza con l’acqua profonda, ma lascia alle sue bracciate il piacere garantito di un viaggio vertiginoso dell’immaginazione. Disseminando qua e là il tragitto di intuizioni che valgono bene soste preziose a riprendere fiato, magari con gli occhi al cielo, come dopo la chiusa fulminante di questa Aurora boreale”:

Aurora boreale

Il cielo è una danza del ventre
una piazza per mangiafuoco.
Chi versò petrolio lassù?
Hanno assaltato la drapperia
rotola seta dai piani alti.
Vele di muschio sbiancato
sbarco di mani e di torce.
Il Polo, cappello di squame,
raduna bambini e folletti,
bambini e catene nel ghiaccio.
Il sole è un gran geyser di polvere,
non c'è battipanni
che stacchi giù impronte
dell'astro in tempesta.
E il cielo non sa più dove voltarsi.
 

“Scrivere belle poesie significa far bene le valigie”; così Cavalli titola l’undicesimo capitoletto del suo “Il poeta è un camionista” (Archinto, 2003), vero e proprio saggio di teoria e pratica poetica che, nei suoi toni di inventivo ludus letterario, coglie probabilmente nel segno più di un trattato sistematico sul tema. Ove tra l’altro afferma: «Ogni poeta, per ogni poesia compie un’operazione di stivaggio: unisce tra loro certe parole, le più adatte e sottili, le sistema nello spazio dei versi. Come se dovesse portare con sé lo stretto necessario per una partenza improvvisa”. Immagine che, da sola, coglie esattamente l’essenza del lavoro del poeta, quello di condensare un’urgenza espressiva potenzialmente senza limiti nel guscio di una forma linguistica chiusa, che implica di per sé abilità di selezione e destrezza combinatoria. Chi scrive belle poesie, insomma, ha imparato a far bene le valigie. Sempre pronto a (ri)partire.

Copertina di Libro di sillabe, Donzelli 2006
Copertina di Libro di sillabe, Donzelli 2006
A differenza dei due precedenti capitoli della Trilogia, “Libro di storia e di grilli” e “Libro di scienza e di nani”, il cui involucro presenta qualità di tessuto e design più riconoscibili per temi e intenzioni, “Libro di sillabe” offre forse un guscio esterno più irregolare ma capiente, che sembra rinviare, a monte, a un lavoro di stivaggio più tenace e sistematico, cui la tenuta del libro-valigia offre prima di tutto la trama simbolica del proprio involucro: si tratta infatti di un libro che «è una prova di caratteri, un tentativo di interrogare le parole, un pungolo per farle 'cantare'» (così il poeta nell’Introduzione). Trasferendo direttamente l’intuizione poetica complessiva al livello di ludus metalinguistico, Cavalli cesella con facilità i (pre)testi dei suoi componimenti, idealmente disposti a svariare in aree divaricatissime del suo orizzonte poetico, con un elenco alfabetico di parole chiave poste a suggello di ogni poesia; chiavi di sillabe, appunto, per rovistare i lucchetti di una molteplicità di tasche interne, negli angoli più imprevedibili; dal ricordo soggettivo più circostanziato (Cena, Due, Ognissanti) o enigmatico (Cannes) a componimenti dal registro più “corale” ad alta tensione etica (Aurora boreale, Italia); dal pastello descrittivo (Campane, Isola) al cesello metalinguistico (Etimologie, Istruzioni); dall’introspezione metapoetica (Memoria) a una lirica assoluta e “creaturale” (Pensieri, Spina). La tecnica di assemblaggio linguistico è molto varia, metricamente irregolare ma di viva musicalità; prevale uno stile paratattico di brevi inserti predicativi, spesso con un insistito accumulo lessicale, in cui l’autore sembra privilegiare l’interazione semantica orizzontale fra i vari lemmi, partendo spesso da un nucleo centrale (talvolta coincidente con la parola - chiave del titolo) ed esponendolo ad un continuo processo di rimodulazione del senso:


“...
Il Polo, cappello di squame
Raduna bambini e folletti,
bambini in catene nel ghiaccio
...
” (Aurora Boreale);
“...
Veniva dalla Germania la nuvola blu
Sfratto di lame
...
” (Farfalle)
Abbondano gli accostamenti nominali senza verbo, specie nelle parti descrittive, i quali se da un lato richiamano accenti simbolisti (cfr. il Mallarmé delle “Canzonette”), dall’altro risultano immuni da qualsiasi autocelebrazione dell’io lirico, rovesciando l’esca verbale dei versi sull’area di confine in perpetua ebollizione fra vita e convenzione poetica, e invitando il lettore ad incunearsi senza troppe remore fra i liberi solchi dell’accostamento lessicale:
“...
 Bugie, sviste e vendette
lungo la traversata.
amori, ricotta fresca.
Eredi, rugiada e fieno
...
”  (Bugie)
“...
La rosa dello sparo
la mano nella mano
l’idea lunga di Dio.
...
” (Memoria)
 
Copertina di "Cose proprie" (Spirali 2003), vasta selezione dell'opera poetica di Cavalli
Copertina di "Cose proprie" (Spirali 2003), vasta selezione dell'opera poetica di Cavalli

La scrittura di Cavalli
insomma, evitando ogni esibizione compiaciuta del proprio filtro poetico, tenta piuttosto di offrire al lettore le password multicolori per una nuova possibile percezione del mondo, quasi un invito a depositarle direttamente sull’involucro linguistico convenzionale di cose e sentimenti; di cui ciascuno, nel “fai da te” del proprio rapporto con la realtà, può sempre riconoscere scaglie pure di poesia, già lì a portata di mano, nelle cose, pronte a farsi cogliere sul “fatto”. 

Qualche parola a parte va spesa per un “canzoniere” anomalo, che l’autore precisa incunearsi “come un morbo”, alla lettera P, e nell’economia del libro fa cosa a sé. “Paola”, infatti, omaggio poetico in diciotto brevi capitoli a Paola Malavasi, compagna del poeta prematuramente scomparsa a Venezia nel 2005, introduce nell’insieme una frattura esibita, per la quale l’autore non insegue ricomposizioni di superficie; come se la sua presenza, “cuneo” inserito ad oltranza nella giostra alfabetica dei titoli, rovesciasse il suo pre-testo nel cluster di un suono a vuoto, traslando dalle combinazioni infinite della langue a una parole riemersa dall’abisso; il cui ricircolo nel sistema dei segni dei “vivi” può darsi solo ricorrendo ad un capovolgimento preventivo, nelle forme di un ludus poetico da esibire come passpartout, fin dai primi versi: 
Dai usiamolo questo imperfetto,
che sia ludico veramente
Facciamo che ero morto anch’io
facciamo che eravamo ancora
giochiamo a viverci di nuovo
eccomi, ti crollo addosso"
L’immunizzazione preventiva della parola poetica post-mortem dal vuoto illimitato di cose e segni su cui si affaccia, qui si realizza esorcizzando, fin dall’introduzione del libro, il rischio del corpo a corpo linguistico con la vertigine: “Paola meritava poesia, non le merita la sua morte”. Cavalli ci riesce realizzando una sorta di processo metonimico in absentia, attraverso improvvise incursioni nel quotidiano a cogliere i segni e le geometrie di quella che, per la proprietà transitiva della parte per il tutto, è ancora avvertita come presenza ad oltranza. A garanzia della tenuta poetica dell’operazione, soccorre qui la particolare vocazione ironica di una scrittura che, se altrove risulta garbatamente graffiante, qui lascia solchi profondi e terribili:
“4
Al funerale, in chiesa, in prima fila
Copertina di "A questo servono le lacrime" (Interlinea, 2006) opera di Paola Malavasi uscita postuma
Copertina di "A questo servono le lacrime" (Interlinea, 2006) opera di Paola Malavasi uscita postuma
ti dissi sottovoce:
«ci sarà gente, amore?»
Come ai recital di poesia, io e te
dietro le quinte, incauti commedianti:
«Ci sarà gente, amore?»
La chiesa era stracolma
come non avevamo immaginato.
Tutti per te, sentita dire.”
“5
Sento il peso delle condoglianze
con quell’inizio uguale
a confidenza confettura concertino
...”
“17
Appena morti siamo come neonati,
neonati alla morte. Non sappiamo chi siamo,
il nome che ci tocca...
Per questo ci legano un braccialetto al polso
coi dati precisi.”
Raramente, nella tradizione delle liriche “in memoriam” della poesia italiana del ‘900, abbiamo trovato prove poetiche così felicemente emancipate dal (corto)circuito significante dolore – ricordo, così naturalmente dotate di salutari contravveleni retorici. Il quarto componimento della serie, poi, evoca una singolare consonanza con un testo di un poeta certo non vicinissimo a Cavalli per temi e accenti, “Così siamo” di Andrea Zanzotto, scritto per la morte del padre (da “IX Ecloghe”); ritroviamo anche qui un esibito arroccamento metalinguistico, ma colpisce l'eco di una curiosa corrispondenza interna:

 
“Così siamo

Dicevano, a Padova, anch’io

gli amici l’ho conosciuto’.
E c’era il romorio d’un acqua sporca
Prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. Anch’io
l’ho conosciuto’.
...”

Singolare è anche qui il raddoppiamento di un inserto verbale posto fra virgolette, settenario in entrambi i testi (spezzato in Zanzotto), in cui la persona defunta riemerge nella centralità grammaticale, rispettivamente, del vocativo e del complemento oggetto. Reviviscenza ricreata nel riporto di un oggetto fonico esterno, scaglia linguistica di una fictio extrapoetica, chi non c’è più sembra quasi chiamato a riaffiorare per una via differente, fantasma di segni bonificato dall’io lirico ed emancipato a referente in absentia dal campo neutro della citazione; ponte levatoio dal leverismo doppiamente inceppato, che la poesia sembra incamerare, in entrambi i casi, in un automatismo da ripetere a oltranza, come un loop. Giusto il tempo per riprendere in “Parola”, subito dopo, i toni abituali di un variegato caleidoscopio di accostamenti nominativi, in quell'approccio ludico al mistero del linguaggio come cartina tornasole del mistero del mondo, che scorre un po’ ubiquitario fra le "sillabe" multicolori di questo libro.


“Parola

...
Ogni parola è una poltrona a teatro,
la tentazione del commediante.
Il rito zingaro della capanna
una pelle conciata
l'arsura di una bottiglia
...”

Roberto Ranieri



Ennio Cavalli (foto tratta dal sito www.rai.it)
Ennio Cavalli (foto tratta dal sito www.rai.it)

Ennio Cavalli è nato a Forlì. Inviato speciale e caporedattore del GR-RAI, vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di versi “L’infinito quotidiano” (Forum ’73), “Naja tripudians” (prefazione di A.M. Ripellino, Marsilio ’76), “Trent’anni” (L’Airone ’78), “Carta intestata” (Spirali ’81), “Po e Sia” (Sansoni ’91), “Libro di storia e di grilli” (Campanotto ’96), “Libro di scienza e di nani” (prefazione di R. Roversi, Empiria, ’99), “Bambini e clandestini” (con una nota di Erri De Luca, Donzelli, 2002), "Cose proprie" (Donzelli, 2006).  Nell’autoantologia “Cose proprie” ha riunito trent’anni di versi (Spirali 2003). In prosa, fra incontri e dialoghi, “Dei paesi tuoi” (Maggioli ’84), “10 Fellini ½” (Guaraldi ‘94), “Due ruote fa” (La Vita Felice ’97), “Il romanzo del Nobel” (con una nota di Dario Fo, Rai-Eri 2000). Esteso divertissement, “La Bibbia in lattina - Versetti a strappo” (Sansoni, ’92, con una lettera di Federico Fellini). Poi “La donna che affittava un dito” (Mobydick ’96), “L’amore in cuffia” (La Vita Felice ’97) e “Fiabe storte” (Donzelli 2003). Da Laterza - Scrittori per la Scuola - “La gallina dalle grida d’oro” (2000). Da Feltrinelli, “Se nascevo gabbiano... era peggio” (2001). Per Piemme, “I gemelli giornalisti”(2002). Per Lapis, “Buonanotte Buio” (2004). Nella collana “Le Vele” delle edizioni Archinto, il saggio “Il poeta è un camionista” (2003). il romanzo “Quattro errori di Dio” (Aragno, 2005) e da Feltrinelli/Traveller, “Il divano del nord" (2005).








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