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Interviste
Matakiterangi. Intervista a Sonia Antinori
Una chiave di lettura a Matakiterangi (occhi che guardano il cielo): Intervista a Sonia Antinori di Francesca Sartori D: Un’attrice raggiunge l’Isola di Pasqua e decide di trascorrervi quattro lunghi anni. Come “scopre” Rapa Nui? A cosa è dovuto il trasferimento per un periodo così prolungato sull’isola? R: A Rapa Nui in fondo sono finita quasi per caso. Stavo organizzando un viaggio in Argentina, ma all’ultimo momento la destinazione è cambiata e ho deciso di visitare il Cile. A questo punto una visita all’isola mi sembrava doverosa, anche considerata la lontananza e la difficile accessibilità del luogo. Al mio arrivo, da turista – anzi da turista “sprovveduta”, ruolo poi diventato uno dei personaggi del mio spettacolo – sono rimasta piuttosto titubante di fronte alla realtà: da sempre avevo sentito i racconti più immaginifici sull’Isola di Pasqua, ma di primo impatto vedere questo territorio così “semplice” mi ha colpito piuttosto per la sua vacuità. C’è stata una sorta di delusione iniziale (che ho poi confrontato con le esperienze di altri visitatori) di fronte al piccolo villaggio, alla gente sbandata... Inizialmente mi sono trovata a combattere una sorta di lotta di resistenza personale a quello che ho poi scoperto come il vero fascino dell’isola: una presenza imprescindibile e fortissima dell’elemento naturale in ogni aspetto della vita degli abitanti. Accanto a questo aspetto gioca un ruolo importante il tentativo da parte della popolazione autoctona di mantenere le ultime tracce della propria società, ormai ridotta a meno di 3000 anime, di cui solamente 500 con pure origini polinesiane. Di fronte a un numero così esiguo risulta chiaro un atteggiamento di protezione e difesa dall’arrivo dei turisti, rappresentanti la società aggressiva occidentale. Aldilà di questo impatto iniziale un po’ scostante poi è il tempo passato in questo luogo che mi ha fatto scoprirne la fascinazione, attraverso il contatto inappellabile e imposto che avviene, volenti o nolenti, con la natura. Soprattutto per una persona come me, ma come chiunque in fondo giunga qui in viaggio dall’Europa, che è cresciuta in città, in un ambiente che nega ad ogni costo il ruolo della natura. Mi sono quindi trovata a riconoscere una naturalezza restituita e riscoperta.
R: Essendo composta da una popolazione estremamente esigua, l’isola tende ad accogliere chiunque si fermi per un periodo lungo o breve. Tutti si conoscono per cui si viene considerati automaticamente come “ospiti” o addirittura “tios”, quasi si fosse dei parenti lontani venuti in visita. C’è poi una motivazione più profonda che affonda le proprie radici nel ruolo dell’ospite nella tradizione di Rapa Nui. In moltissimi riti religiosi, come ad esempio il rito funerario dell’umu, è necessaria la partecipazione di un esterno che permetta la mediazione di mana (potere, ierofania, manifestazione del sacro); nel caso dell’umu infatti si tratta di una sorta di pasto rituale che viene preparato in grande quantità per la famiglia composta da pareti, conoscenti e amici, e in piccola quantità per un invitato esterno che funge da catalizzatore di potere. Diventa dunque fondamentale la presenza dello “straniero” che diventa testimone e trasmettitore dei valori fondamentali della cultura locale. Questa sorta di necessità dello straniero mi ha aperto una chiave di lettura fondamentale di questa microsocietà: attualmente in Europa ci troviamo in una situazione di emergenza con l’ingrandirsi di una società multietnica che non comprendiamo e non sappiamo ancora come gestire. Ci si trova in condizioni di paura, necessità, timore, in un capovolgimento dei valori sociali; questa situazione di criticità mi è sembrato potesse essere ristudiata da una prospettiva diversa, cominciando da un punto di partenza lontano migliaia migliaia di chilometri. Così attraverso la conoscenza degli isolani “puri” e dei curiosi personaggi che ho incontrato a Rapa Nui si è andata a formare non solo la mia esperienza personale e intima con l’isola, ma anche il primo ed essenziale filo conduttore dello spettacolo. Immaginando i diversi personaggi muoversi sulla scena scoprivo a poco a poco le differenze fondamentali tra i due popoli: noi alla continua ricerca di comunicazione, loro soli come le loro pietre ancestrali. Attraverso la loro sensibilità ho cercato di studiare il razionalismo occidentale contro il mistero della vita dell’isola. D: Narrare la storia di Rapa Nui, anche solo da un punto di vista etnografico e archeologico può sembrare forse pretenzioso... L’Isola di Pasqua è per antonomasia l’isola arcana, l’ombelico del mondo... A quali fonti ha fatto riferimento nella costruzione di questa drammaturgia? Voleva riferirsi a qualche epoca, o periodo, particolare dello sviluppo culturale dell’isola o rendere un’opera più corale? R: Decisamente la mia non voleva essere un’opera “storica”. Sono partita dall’idea di un viaggio immaginario in cui fosse la storia ad essere rivisitata attraverso la presenza di personaggi del passato. La struttura dello spettacolo muove da un indigeno-narratore (archetipo della società di Rapa Nui) che in un vascello fantasma invita il pubblico in sala a seguirlo in un viaggio impossibile. Impossibile perché la società di oggi è ormai al capolinea, una waste land importata un po’ ovunque, quando non imposta, ma estremamente sterile e priva di comunicazione. Così il viaggio è più un viaggio della memoria, anche se senza scopo. L’evocazione di figure che hanno abitato l’isola, a partire dal presente tornando indietro nel passato, porta con sé una forte nostalgia assieme ad un recupero delle antiche conoscenze di Rapa Nui: si va dall’etnologa che ha abbandonato la sua vita mondana per dedicarsi ai misteri del luogo, all’esploratore francese - il “reuccio” - così simile al Kurtz di Cuore di Tenebra di Conrad, per giungere infine all’emblema stesso dell’esploratore, James Cook, esponente di una cultura aliena in una terra nuova, pieno di domande concrete sul ruolo e l’esistenza degli indigeni. E questa carrellata di presenze (molto più numerosa nello spettacolo) mette in luce i vizi e le virtù degli indigeni, la loro natura, le loro debolezze, la capacità di ubriacarsi come un popolo al termine e al tempo stesso la conoscenza profonda dell’ambiente naturale, ancestrale eredità passata di generazione in generazione, oggi poco considerata da loro stessi e pressoché ignorata dalla società occidentale conquistatrice. Il viaggio in scena è sì immaginario, ma anche onirico: gli indigeni vedono gli occidentali viaggiare con gli aerei, mentre loro si dedicano al viaggio col pensiero, attraverso un otium filosofico per noi impensabile. Questo viaggio di fondazione, che riporta alle origini, è per loro un viaggio reale, poiché le dimensioni del tempo e dello spazio spesso si confondono, tant’è che la particella temporale addirittura manca dalla loro lingua. Il vascello fantasma É la società occidentale, che usa l’indigeno schiavizzato per far partire il viaggio dell’uomo, un viaggio che però stenta a decollare poiché ha perso ormai realtà; mentre gli indigeni diventano ombre alla ricerca di una nuova definizione.
R: Il parallelo tra le due società è molto molto difficile. In realtà la situazione reale vede l’Occidente in procinto di “cannibalizzare” l’isola: non c’è punto d’incontro tra le due e in fondo non c’è neppure il desiderio di una fusione. Si può considerare l’Occidente come un “virus sociale” che accanto al progresso porta però lo smantellamento della tradizione locale e quindi l’uccisione fredda e metodica della cultura per così dire più arretrata. Gli indigeni sono pochi numericamente ed emarginati, in attesa della fine inesorabile. Non è un caso che il progetto internazionale New 7 Wonders (Le Nuove Sette Meraviglie) includa tra i siti più importanti dell’umanità anche Rapa Nui: bella, affascinante, misteriosa, ma tristemente in via d’estinzione! In questo senso devo dire che ho sempre visto un legame molto forte tra l’isola e Venezia: due luoghi in mezzo al mare, ricchi di cultura, ma ormai fuori del tempo, vittime del loro stesso fascino così vicino alla morte, due Avalon ormai staccate dal resto. Avevo immaginato la prima rappresentazione dello spettacolo in un campo veneziano, anche se poi è andata diversamente, e per questo sono davvero felice di veder finalmente sbarcare la mia opera in laguna. R: Con Heidrun Kaletsch avevamo già potuto lavorare insieme in passato e il desiderio di ritrovarci ancora era molto forte. L’idea della collaborazione è nata prima ancora della stesura del testo. Il suo sguardo, la sua supervisione, sono stati fondamentali per ordinare del materiale scritto di getto e in modo estremamente selvaggio. Avevo bisogno di una prospettiva esterna per trovare un filtro adatto ad analizzare l’intreccio denso dei miei sette personaggi in scena. Il risultato è stato ottimale e si avvale comunque di un continuo work in progress.
R: Questo spettacolo, dalla prima a Benevento, ha già visto parecchi cambiamenti. Mi piace molto il teatro-studio, per cui recito ogni volta in modo differente e, tappa dopo tappa, mi piace arricchire il viaggio e i caratteri dei miei personaggi. Il mio, come già detto, è un lavoro costantemente in fieri. Finora il pubblico lo ha recepito molto bene: non si tratta di uno spettacolo facile, ma è molto affascinante, carico di una musicalità e di una poesia che trascina lo spettatore. Sicuramente il rapporto con il pubblico è fondamentale, perché il viaggio proposto in questo vascello fantasma immaginario non è solo verticale, in senso temporale, ma anche e soprattutto orizzontale, tra scena e platea. Un’esperienza grandiosa che ricordo con particolare piacere è stata la rappresentazione di Matakiterangi a Kiev: partecipavo su invito ad un festival in cui non erano ammesse ne traduzioni ne sottotitoli, l’unica chiave di lettura possibile per il pubblico era la mia presentazione (tradotta da un interprete) poco prima di andare in scena, una sorta di riassunto-premessa; a fine rappresentazione sarebbe stato il pubblico a giudicare l’opera. Inaspettatamente fu un successo: si era creata una relazione meta-culturale e meta-linguistica per cui la musicalità del parlato era riuscita ad esprimere comunque l’essenza del testo. Mai mi sarei aspettata un simile favore del pubblico in un paese lontano come l’Ucraina. D: Vivendo per lungo tempo sull’isola avrà sicuramente avuto modo di sentire dalle voci degli abitanti i contrasti e le contraddizioni in cui Rapa Nui vive oggi: dal legame asfissiante con la politica cilena (che gli abitanti non riconoscono come Stato d’origine), alle lusinghe straniere per raggiungere (e sfruttare) l’isola, alla crescente preoccupazione di veder assottigliare le radici di una cultura antica ma per molti versi in via d’estinzione. Quale futuro vede prospettarsi di fronte a Rapa Nui? R: Chi può dirlo? Dipende tutto dagli amministratori, addirittura si era sentita la scellerata proposta di creare un casinò a Rapa Nui, ma fortunatamente non è mai stata presa in seria considerazione. Il problema degli abitanti è riconquistare la propria terra, vivendo il mondo contemporaneo senza distruggersi. In fondo l’universale problema della globalizzazione. Sarà necessaria qualche forma di liberalizzazione da parte del governo cileno per dare più autonomia e respiro all’isola e sicuramente molta attenzione sul versante apertura da parte del Consiglio degli Anziani che delibera sulle scelte dell’isola. D: Sta già lavorando ad altri progetti in questo momento? R: In questo momento sto concludendo la tournée di Matakiterangi, ma collaboro permanentemente con il Teatro “G. Mestica” di Apiro (in provincia di Macerata). Il teatro era rimasto chiuso per 40 anni, così lo scorso dicembre per riaprire l’attività, abbiamo pensato a come reinventare la cultura teatrale che era propria della città in origine, ma ormai mancava da troppo tempo. Lo spettacolo – Terra di Mezzanotte - che è nato racconta come il teatro sia tornato a vivere e come fosse in passato considerato luogo d’incontro e di festa per tutte le classi sociali. In passato erano comuni le feste da ballo a cui il pubblico partecipava vivacemente quindi, con il permesso del Comune, abbiamo portato via le sedie della platea e a fine rievocazione storica abbiamo creato un’unione tra pubblico e attori dando il via alle danze, proprio come un tempo. L’occasione perfetta che ci si è presentata è stata la notte di Capodanno. L’esperienza è stata entusiasmante, tutti i partecipanti hanno vissuto in prima persona l’evento sia nella fase passiva della messa in scena, che nella fase attiva del ballo. Mi piacerebbe moltissimo esportare questo lavoro in altri teatri italiani ma è molto difficile, soprattutto per le caratteristiche e dimensioni che deve avere la struttura ospitante. Per quanto riguarda invece Matakiterangi essendo un lavoro in continua evoluzione ammetto che il mio sogno sarebbe portarlo proprio a Rapa Nui, chissà magari un giorno... Vota Rapa Nui come una delle nuove 7 meraviglie del mondo: Vai alla scheda dello spettacolo: di e con Sonia Antinori il 3 e 4 maggio 2007, al Teatro Fondamenta Nuove Testi a cura di: Francesca Sartori Area d'interesse: Dissezioni 2006/07 - Scene di Teatro Contemporaneo Sezioni del magazine: Interviste |
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