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I versi nella scatola. Incontro con Silvia Zoico
 | | Carillon |
Recensendo a suo tempo Testa e croce di Silvia Zoico, a nostro giudizio uno dei libri di poesia più interessanti dati alle stampe negli ultimi mesi, rilevavamo il grande mestiere dell'autrice nel conciliare le “forme chiuse” della tradizione con un input scrittorio di inesausta tensione psichica e fibrillazione di senso (e sensi); la forza inusuale di questi versi ci pareva tutta nell’abilità di tessere un impeccabile contrappunto formale tra flusso psichico e struttura, circolarità dell’io e segmentazione del mondo, indistinzione dell’Es e distinzione della res; “contrappunto” qui inteso alla lettera come dialogo musicale ad armi pari, voce contro voce. Rileggendo la sezione centrale dell’opera, Carillon, abbiamo avuto modo di tornare su questa impressione “contrappuntistica”, che da semplice metafora si può fare riscontro puntuale, se non millimetrico, a partire dalla dedica in testa alla sezione: "Ad Aldo Clementi, con rispetto". Carillon, infatti, è il titolo di un’opera del compositore catanese che ricordiamo presentata in anteprima nella Sala degli Arazzi della Fondazione Cini, circa a metà degli anni ’90, e definita dallo stesso autore “scatola sonora”: un percorso in cui la magmaticità dissonante di frammenti tratti dall’ Uomo difficile di Hoffmannsthal si stratificava all’ascolto in un incastro a canone, con gran risalto dell’oggettività impersonale del meccanismo sonoro; un contrappunto insomma che svuotava le proprie voci dall’interno per esibire la casacca vuota e coloratissima di un ricamo implacabile di forme. Un omaggio insomma, quello a Clementi, che riflette un’omologia scavata ben oltre il semplice tributo simbolico, per un percorso tutto letterario sorprendente per originalità e qualità poetica. Così ci piaceva tornare alla fonte del contrappunto per fare il punto; e se talvolta, messe di fronte all’autore, le sdrucciole rischiano di farsi sdrucciolevoli visti i nodi emozionali in gioco, a maggior ragione fa piacere incontrare un salutare e obiettivo distacco critico, tanto più quando il discorso poi svaria liberamente sui meccanismi sempre misteriosi del fare poesia, fra mediazione e sublimazione, ricreazione di sé e il continuo gioco di specchi dell'a capo.  | | Aldo Clementi |
D: La dedica ad Aldo Clementi del suo Carillon richiama direttamente una delle sue ultime composizioni, Carillon appunto, “scatola musicale” nelle parole dello stesso autore: opera in cinque sezioni, composta da una sola grande pagina musicale per voci e strumenti che si ripete per incastro canonico con gran risalto all’oggettività impersonale del meccanismo. Nel suo libro abbiamo una struttura fissa a due terzine, con la rima ABCCBA a marcare l’ingresso dei versi fino al massimo “spessore” di accumulo in C. Un parallelismo funzionale voluto? R: Nell’opera di Clementi si aggiungono e sottraggono le parti musicali in una circolarità sonora chiusa e avvolgente; qui a ricircolare in forme chiuse, ricalcando la geometria d’accumulo nei versi centrali delle sestine, è piuttosto l’alone fonico della rima, su cui preme una complessa partitura ritmica. Mi piaceva in effetti dare spessore e visibilità alla “scatola”, contro le cui pareti si agita l’input della scrittura. D: In effetti, a rileggere le sestine di Carillon, i suoi versi sembrano combinare due istanze fonetiche piuttosto distinte; da un lato una paronomasia estesa, che da motore analogico di accostamento lessicale diviene quasi regola articolatoria del senso; dall’altro, un uso della rima quasi in uno scavo fonemico isolato, nel “picco” accentuale del verso. Coppie o catene di parole diversissime (es. guanto quanto, acredine accrediti, lozione lezione, brosema lebbra, lato l’auto, bistro bistrattati, caviale cavie, orbitali obitori obiettori, ecc.) traghettano il flusso all’approdo di una rima spesso in enjambement o ricavata dal cozzo di lingue diverse. Esiste un contrappunto, insomma, anche nell’uso funzionale dei rapporti fonetici interni...  | | Silvia Zoico |
R: Sì, esatto. Potrei dire questo: fare poesia per me è come dar voce a un’istanza profonda che “urge” contro il perimetro del testo. La “scatola” per me è il testo. C’è un vissuto profondo che esonda, e la poesia media il bisogno cerebrale di costruirvi attorno un argine. La rima fa parte dell’argine, è la sua linea visibile; porta l’attenzione all’estremità. Evita l’esondazione, ma ha anche effetti collaterali, come innescare un meccanismo di ripetizione potenzialmente ossessivo. Personalmente mi sento molto vicina all’uso della rima proprio di certa poesia crepuscolare, ove è più visibile il ponte lanciato fra estremi assai distanti. Chi fa poesia avverte nitidamente che c’è una trama che precede la scrittura, ed è fatta di suoni, con la rima come bussola. D: Una bussola che orienta, quasi fossero accordi tonali riconoscibili, il “voce contro voce” di molteplici rivoli del testo... Leggo qui a pag. 28: i campioni di urina contengono emazie / il bonsai tremolante è un gennaio di gemme / non sai quanti campioni di formula uno / si giocano il sole restando a digiuno / di sogni ed invano svanisce Betlemme / ancora mi sforzo di espellervi grazie. E’ un componimento che mi ha colpito molto, qui la voce al v.3 sembra autogenerarsi da un duplice slittamento, campione (di laboratorio) - campione (sportivo) e “formula” (d’analisi, implicita)” - formula uno; con uno - digiuno a marcare al centro la volatilità dei sogni dell’uomo, quand’anche bolide, incastrata fra quella del tempo ai versi 2 e 5 e la finitimità del proprio corpo all’1 e 6. Insomma, un carillon funzionante girando la chiave di un’infiammazione urinaria, dall’involucro fino al mistero del mondo. Un contrappunto millimetrico, insomma, che mi pare scatti sul filo di un’assonanza geometrica dei percorsi...  | | Copertina di Testa e Croce |
R: E’ un’osservazione sicuramente pertinente. La rima contiene e regola il traffico, lima le divergenze fra quelle che lei chiama “voci”, e io chiamerei qui inserti analogici, pur se come in questo caso semanticamente assai marcati. Quanto alla paronomasia, è un meccanismo la cui genesi non può prescindere da un lavoro di ricerca universitaria che avevo condotto sui proverbi, con una schedatura di circa ottomila testi per individuarne le costanti sintattiche, logiche, fonoritmiche; le chiavi della lingua, insomma, su cui si fonda il meccanismo di memorizzazione esemplare del senso, tipico dei proverbi; si pensi ai più comuni, come Chi dice donna dice danno, Dalle stelle alle stalle, e così via... Nei proverbi, poi, la rima assume un ruolo fondamentale di cartina fonologica della verità, ne racchiude la sintesi: in “Forza è tenga a mente – il bugiardo quando mente”, per esempio l’identità fra mente e menzogna è nitida e indiscutibile. Agisce con forza, sotto, anche il lapsus psicanalitico, con l’esempio altissimo di Amelia Rosselli. D: Una forma di poesia popolare, quella del proverbio, a suo modo esemplare... R: Sì, una poesia che prescinde dall’autore e si impone nell’uso con la sola forza della sua forma. All’inizio, prima di “Testa e croce”, avevo pensato a un altro titolo, un proverbio: “Ogni granchio ha la sua luna”. Mi ero chiesta a lungo cosa significasse. Pare provenga dai pescatori toscani: Leonardo da Vinci ha scritto una favola in cui un granchio aspettava il plenilunio per mangiare un’ostrica, innamorata della luna al punto da dischiudersi soltanto nei giorni del suo massimo candore. Poi l’ho chiesto a un pescatore di Chioggia, e il proverbio lo conosceva anche lui. Mi pareva molto bella l’idea che la più umile e nascosta delle creature potesse ambire, in fondo, alla luna di un’apertura, una possibilità...  | | pagina autografa di Carillon |
D: I suoi versi non sono semplici, dietro la “scatola” si celano varie matrioske di senso e ingegno letterario, anche dal punto di vista ritmico. A leggere l'autografo di Carillon, si ha l'impressione di avere a che fare con una partitura, con gli accenti scrupolosamente segnati in ogni sillaba. Come funziona la “lettura” dal vivo di un corpo fonico così stratificato? R: Non è semplice, nel senso che esiste un percorso ritmico legato a una struttura precisa di quattro ictus ben scanditi, assai vicina al verso lungo pavesiano, che si sovrappone al percorso dettato dal senso, alle sue assonanze interne. Usando un’espressione musicale, i quattro accenti principali rappresentano una specie di basso continuo. E non è una forma vuota, si lega fortemente a quella trama che precede la scrittura cui si accennava prima; la struttura metrica contiene già in potenza ogni sviluppo linguistico. D: Un’ultima curiosità. Com’è scandito temporalmente il suo rapporto col testo? Le poesie si sedimentano per abbozzi successivi, concependo il testo come “textum”, tessuto da ricucire per rammendi successivi, oppure si costruiscono dall’inizio in un percorso lineare dall’incipit alla conclusione, emendabile solo da limitati ritocchi o correzioni? R: Scrivere per me coincide di solito con una fase molto limitata, talvolta anche meno di due settimane, giusto per il tempo in cui l’input di cui si parlava continua a premere sul perimetro. E’ un’urgenza che necessita di contromisure, e soprattutto misure metriche. L’importante è saperlo accogliere, in quei luoghi oscuri che da preverbali si fanno qualche volta, all’esterno, proverbiali. L’importante è piuttosto scongiurare il diverbio, che all’interno di noi può farsi talvolta assai pericoloso. Fortuna che per questo, appunto, c’è la poesia.
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