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Recensioni
Poesia in Teatro, Fantāsima tra sacro e profano
Le luci vanno a spegnersi gradatamente in sala per andare a fissarsi sulla scena. Una donna sale le scale di fronte al palco per posare dei tessuti sul giogo sospeso a mezz’aria al centro del palco. Poi, si siede a margine del luogo deputato alla phonè scenica. Due uomini occupano il palcoscenico alla destra e alla sinistra, separati al centro dal giogo. I versi dei sonetti di Paolo Valesio, tratti dalla raccolta Every Afternoon Can Make The World Stand Still, iniziano così ad intessere il percorso dei tre attori distinti nelle vesti di un Giudice(Silvia Nanni), di un Puro(Rudj Maria Todaro) e di un Cinico(Solimano Pontarollo). I primi movimenti scenici oppongono staticità corale e dinamismo individuale. Il Giudice siede a margine, il Cinico porta una partitura gestuale lineare e armonizzata coi propri versi mentre il Puro ripete meccanicamente un’azione con un ipotetico tessuto, svolgendolo e riavvolgendolo. La declamazione segue un tono partecipe del peso del senso, secondo un’impostazione vocale forse eccessivamente rigida, ieratica. Il procedere dell’azione si articola in sette scene che porteranno al sacrificio del Puro, quasi l’esplosione di una supernova come “sacrificio” per la ricerca dello spazio e del tempo sacri.
Il testo di Valesio mostra una ricerca, che caratterizza la sua ultima riflessione e produzione poetica, tesa ad una ricomposizione spirituale di matrice cristiana. Ricomposizione fatta di ascese e discese dell’umano all’interno di un processo di conversione al divino, o meglio, di ri-conversione. La parola si adopera nella ricerca di un logos universale, sacro in quanto frutto di un’iniziazione volta al ritorno verso la deità. Perché di ritorno si tratta: sofferto, malinconico, non dimentico del vivere quotidiano, dell’invecchiare carico delle esperienze vissute e della condizione esistenziale del dubbio. La poetica stessa della “sacra malinconia” risuona di molti luoghi della poesia occidentale come La fantasima del poeta catalano Ausiàs March, quasi una riflessione sulla vanità, in senso sacro, dell’amore e del risveglio della passione, risveglio appena accennato e mai compiuto. a cura di Simone Raddi Testi a cura di: Simone Raddi Sezioni del magazine: Recensioni |
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