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Interviste
Un alter ego sognando un altro mondo. Incontro con Sergio Staino
D: Bobo-Sergio Staino, un rapporto di identificazione quasi totale su cui si è scritto molto, e che resiste con successo da ventotto anni... Va proprio tutto liscio, nessuna crisi di assestamento di coppia? R: Be’, all’inizio il rapporto di identificazione era completo, anche per la riconoscibilità di altri componenti del mio nucleo familiare (la moglie Bibi, la figlia Ilaria, il figlio Michele, ndr) da subito parti integranti nelle strisce. Col passare degli anni necessariamente le due storie cominciano a divaricarsi, innanzitutto per un problema anagrafico; io ho cominciato a invecchiare, mia figlia a crescere e Bobo è rimasto sostanzialmente immutato dalle prime strisce; qua e là in qualche storia l’ho disegnato più vecchio, coi figli grandi, ma restano delle eccezioni. Bobo resta confinato nella fascia d’età del suo esordio fumettistico, diciamo in quella dai quaranta ai quarantacinque. Quello che è cambiato è il riferimento sociale; è cominciata per me una vita molto diversa da quella della piccola famiglia suburbana che faticava ad arrivare in fondo al mese. Credo comunque di essere rimasto legato a un insieme di abitudini quotidiane abbastanza semplici, dal fare la spesa alla Coop, al non perdere i contatti con le persone d’un tempo, il che è servito a non far sganciare il personaggio dalla persistenza di un legame con la realtà. D: Un parallelismo che perdura tuttora, e in modo non artificiale... R: Sicuramente, e devo dire che è anche l’aspetto che piace più al pubblico. Nelle vignette di satira politica, ad esempio, di solito si elabora una situazione grafica o un gioco di parole che rivela le contraddizioni o le ipocrisie del potente di turno; nel caso delle strisce di Bobo il meccanismo è diverso, scatta comunque un’empatia con un personaggio che soffre, si emoziona o si indigna sulla scorta di una sua storia preesistente. L’identificazione, insomma, si realizza a monte della singola striscia o battuta, ed è ciò che i lettori apprezzano di più. D: Insomma, in una battuta condensata in un solo disegno conta sempre l’ancoraggio alla "storia" pluridecennale di Bobo, di cui ogni vignetta rappresenterebbe un virtuale fotogramma... R: Sebbene ogni vignetta di satira sia pensata anche per risultare efficace una tantum agli occhi di chi non conosce Bobo, è chiaro che il riferimento al contesto della sua storia, che in gran parte coincide con la mia vita, è sempre presente, e solo chi la conosce può cogliere appieno il messaggio. Quest’attività quotidiana per me è cominciata dopo la rinascita dell’Unità; nei primi tempi trovavo una certa difficoltà nel passare dalla sceneggiatura di una storia, su cui ho lavorato da sempre, alla sintesi della singola vignetta; la quale comunque trova le sue radici in un percorso più complesso, di condivisione di valori comuni, a partire dalla stessa storia della classe operaia. Bobo è un personaggio che incarna con naturalezza tutto questo. Sicuramente si può raggiungere una sintesi di questo tipo per altre vie, soprattutto attraverso la capacità evocativa del disegno. Esistono personaggi che appaiono una volta sola, ma se si riesce a coglierne graficamente una certa espressione e a renderne significativi certi dettagli, possono anch’essi rinviare efficacemente a storie in qualche modo già conosciute.
R: E’ vero, solo ElleKappa può permettersi di ripetere all’infinito il suo cliché grafico, su cui ormai non si sofferma più nessuno se non per individuare sulla pagina lo spazio riservatogli, per un tipo di satira squisitamente letteraria. Per questo i suoi testi, estrapolati dalla vignetta e recitati a teatro da Lucia Poli, funzionano benissimo, il che non accade ad esempio per Altan, dove il segno grafico del personaggio, con quel suo sguardo inconfondibile e quell’ingombrante staticità, diviene parte integrante del messaggio satirico. Lì il disegno è a più strati, osservarlo attentamente è un po’ come sfogliare una cipolla, trovi sempre un’idea sottostante. D: Ma torniamo alle sue strisce. Come nasce una storia di Bobo? R: L’idea di partenza è sempre un input che viene dall’esterno, dalla vita reale. Le cose che hanno funzionato di più, nelle mie storie, non sono artificiose, ma nascono da una mia situazione obiettiva di imbarazzo, in cui mi sono realmente trovato e riconosciuto. Può essere un litigio con mia moglie, una situazione familiare in qualche modo anomala... Fra parentesi, la consuetudine a trarre spunto da questo tipo di eventi personali credo abbia contribuito a salvare il nostro rapporto, e a farci stare insieme per tutti questi anni. Di fronte agli incidenti che capitano in un rapporto di coppia, abbiamo sempre finito col riderci sopra quando li riportavo e raccontavo sulla carta. Per le vie inconsce del meccanismo creativo, succede poi che questi avvenimenti familiari trovino dei fili e connivenze sotterranee con qualcosa di più grande, come la situazione politica e sociale in cui si cala quotidianamente la nostra esistenza. D: Le viene in mente qualche esempio concreto? R: Be’, mi viene in mente un episodio un po’ scocciante, ma piuttosto divertente, che mi capitò qualche anno fa. Per far perdere al bianco della mia barba i riflessi più giallognoli ed acquistare qualche tono un po’ più argentato, mia moglie mi consigliò l’uso un particolare shampoo, che mi fidai ad applicare con diligenza. La sera stessa, durante una conferenza, all’apertura dello spazio riservato alle domande del pubblico mi fu chiesto da un signore delle prime file perché mai avessi la barba blu. In quel momento odiai profondamente mia moglie... Erano i tempi della fresca vittoria di Berlusconi nel duello con Occhetto, nel ’94, ed a motivare la sconfitta di quest’ultimo erano piovute critiche sul suo look in campagna elettorale, capelli compresi. Così, il piccolo incidente personale dello shampoo si sovrappose a quel tema paradossale, e ne uscì una storia in cui si incrociavano le situazioni familiari di Bobo con le disavventure di una sinistra tutta presa a misurarsi, purtroppo, sul terreno dei look... D: Per chi ha la fortuna di fare un lavoro creativo come il suo, con l’opportunità di dare la propria voce a un personaggio che radiografa attraverso migliaia di vignette decenni di storia, viene da chiedersi se non si crei un parallelismo fra realtà e finzione ben oltre un semplice rispecchiamento, come una specie di storyboard della propria evoluzione interiore, anche a distanza di anni... R: E’ così, soprattutto per un autore che, come me, ama il mondo in cui vive e lo vorrebbe sempre migliore, ed ha la possibilità giorno per giorno di scaricare nero su bianco i propri sentimenti, le proprie indignazioni. Ha detto bene, si tratta di una grande fortuna. Del resto, se oggi Bobo fa una riflessione sul nuovo Partito Democratico, i lettori sanno che quella è una posizione personale di Sergio Staino, e quella vignetta è una specie di editoriale a mia firma. In questo momento sull’Unità mi sento più un editorialista che un vignettista che cerca di far ridere; anche perché spesso i disegni toccano temi un po’ lontani dall’ispirare esercizi umoristici... Ad ogni modo, il lavoro del vignettista satirico si è sovrapposto a una mia vocazione più naturale di scrittore di storie a fumetti. D: Come vede Sergio Staino il presente e il futuro del fumetto in Italia? R: Direi che il fumetto sta vivendo oggi un momento di buona salute. Da noi stanno aumentando collane e case editrici, ma soprattutto oltreoceano si assiste a un vero e proprio boom delle graphic novels; il che può rappresentare un ulteriore stimolo, pur con tutti i suoi possibili effetti collaterali di dipendenza culturale, perché il fenomeno a breve attecchisca anche in Italia. Ma se questo serve a mantenere in salute il fumetto, ben venga... a cura di Roberto Ranieri Testi a cura di: Roberto Ranieri Sezioni del magazine: Interviste |
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