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Luce in Bianconero. Incontro con Vittorio Pavan


Vittorio Pavan
Vittorio Pavan

Mercoledì 18 luglio presso Forte Marghera avrà luogo l’inaugurazione di Se77anta, la rassegna che rende omaggio agli anni ’70 in quattro serate ricche e variegate all’insegna della qualità. Ad aprire la manifestazione sarà la mostra fotografica Bianconero, curata grazie alla collaborazione con “Archivio Cameraphoto Epoche” di Vittorio Pavan.

Spesso i nomi celano, ai profani del campo professionale interessato dai primi, figure di spessore artistico notevole e con una notevole storia alle loro spalle. Da profano della fotografia ho approfondito il nome di Vittorio scoprendo una personalità professionale di prima grandezza nel campo - senza correre il rischio di esagerare nella definizione - dell’arte fotografica.

Archivio Cameraphoto Epoche
Archivio Cameraphoto Epoche

D: Vittorio, a quanto ammonta il tuo archivio?

R: Solo l’Archivio Cameraphoto Epoche conta 250000 negativi. Attualmente è il più consistente archivio privato di Venezia, a parte l’Archivio Giacomelli che è stato rilevato dal Comune per essere poi scarsamente utilizzato.

D: Ho letto che hai iniziato molto giovane, a 14 anni. Appassionato della fotografia fin da piccolo quindi?

R: A dire la verità no. Mio padre mi aveva iscritto ad una scuola tecnica di indirizzo elettronico, pensando che ciò potesse garantirmi un lavoro sicuro. Essendo invece appassionato di disegno io avrei voluto frequentare l’Accademia o un istituto artistico. Questa passione per l’arte mi ha portato a frequentare spesso Venezia dove ho conosciuto “Cameraphoto”, allora di Celio Scapin. Di qui la curiosità per la fotografia. Mi sono proposto a Celio per una collaborazione e con mia grande sorpresa accettò.

D: Come sono stati gli inizi?

R: Ho iniziato come fotogiornalista. Il mio primo lavoro è stato un servizio per L’Unità armato della mia prima macchina, una Rolley. In più mi è stato permesso di imparare il lavoro in camera oscura dove ho scoperto di avere un certo talento.

D: Ho letto che hai smesso da un po’ con il fotogiornalismo. Come mai?

R: Ritmi troppo frenetici e massificazione del mestiere. Praticamente dovevo essere disponibile a qualsiasi ora ed essere un fulmine nello sviluppare, stampare e spedire le foto. Purtroppo Internet esiste da relativamente poco. Se prendiamo poi eventi come la Mostra del Cinema, ti trovi a poter fotografare gli artisti per pochissimi minuti assieme ad altri mille fotografi che sgomitano per avere lo scatto migliore. Tutto questo per avere, alla fine, ognuno la medesima foto dell’altro. 

D: Una volta non era così?

R: Molti anni fa era diverso. Gli artisti erano più avvicinabili, potevi coglierli nella normalità quotidiana senza che ci fosse il fanatismo di oggi.

Archivio Cameraphoto Epoche
Archivio Cameraphoto Epoche

D: Così ti sei specializzato nella stampa artistica in bianconero.

R: Già a partire dal ’78 Scapin aveva imboccato questo sentiero, culminato nella commissione da parte di Palazzo Ducale di documentare il restauro dello stesso, unito alla riproduzione di tutte le opere d’arte li custodite. Come detto prima, mi sono da subito appassionato alla camera oscura e, dopo aver rilevato l’attività nel 1987, ho iniziato a dedicare a questo settore una parte sempre più considerevole della mia attività.

D: Penso alla collaborazione con Fulvio Roiter, David Hadmilton…

R: Collaborazioni che ho il piacere di proseguire da molti anni. Lavorare ad alti livelli ti permette di sperimentare ed affinarti continuamente. Prendi Fulvio: ad ottant’anni continua a lavorare in maniera ispirata con sempre nuovi progetti.

D: Oltre a stampare porti avanti la tua propria attività di fotografo.

R: Ovviamente.

Foto di Vittorio Pavan
Foto di Vittorio Pavan

D: Digitale o rullino?

R: Utilizzo entrambe, ma il rullino ti permette, a mio avviso, una potenzialità espressiva e manuale più ampia. Oltre a permettere di utilizzare materiali di qualità unica come ad esempio la carta baritata per la stampa e tecniche di lavorazione più complesse.

Mi soffermo su uno scatto in bianconero, un particolare di “Amore e Psiche” di Canova. È come se dal niente, dal buio assoluto, sorgesse il marmo candido a modellarsi nelle due figure divine. Il bianco che scolpisce le membra secondo diverse gradazioni di intensità luminosa. E penso che definirla una semplice fotografia sia alquanto riduttivo. Così Vittorio mi racconta di quando l’ha scattata al Museo Correr negli anni novanta in occasione di una grande mostra sul Canova, della notte passata in una sala, nel buio più completo, con l’otturatore completamente aperto ed una torcia a modellare lentamente i tratti marmorei. Ore e ore per qualche scatto. Di qui ho capito che la fotografia è si, in assoluto, un’arte in un certo senso simile alla scultura. Un togliere e levare che non si avvale di scalpelli bensì di un semplice fascio luminoso.

 


A cura di Simone Raddi

 

Testi a cura di: Simone Raddi
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