| | Altro
cultura & spettacolo venezia
 
Report audio/video
Recensioni Interviste Approfondimenti

Archivio rivista
Recensioni

La lama e lo specchio. Le serve nella versione di Amaranteghe


Marcela Serli
Marcela Serli
 Le serve
segna l'esordio teatrale di un autore destinato a lasciare un segno nella storia del teatro del Novecento. Scritta da Jean Genet nel 1947, si tratta di un'opera complessa, la cui struttura dialogica scava in modo esemplare il rapporto fra compulsione psichica del soggetto e mistificazione sociale, vertigine dell’Es e deliberazione dell’Io, in un gioco ininterrotto di rovesciamenti di ruoli e esplosioni inconsce. La trama è nota: due cameriere, Chiara e Solange, coltivano un sentimento di odio – amore per la loro padrona. Ogni notte, nella solitudine della casa, in sua assenza, rubano i suoi vestiti per rappresentare una sorta di rito celebrativo, in cui una di loro interpreta il ruolo della Signora e l’altra quello della serva sorella, in un immaginario ultimo atto che prevede come finale l’assassinio della padrona. Nella realtà esse hanno denunciato l’amante di quest’ultima, con delle lettere anonime; venendo a sapere che sarà rilasciato in mancanza di prove, e che il loro tradimento sarà scoperto, tentano, una volta di più, di assassinare la Signora; fallendo il loro scopo, provano allora ad uccidersi a vicenda, finché finalmente Chiara si dà la morte, e Solange, rimasta sola, e sciolta da ogni precedente viluppo patologico nel rapporto con l’Altro, si innalza al nuovo ruolo sociale che l’aspetta.
Come accade per i classici, il lavoro di Genet ha offerto per mezzo secolo un terreno fertile per un ampio ventaglio di letture e rivisitazioni, divaricate dal versante ideologico della critica sociale alle inferenze sul tema psichico della disgregazione della volontà nell’interazione delle pulsioni, con una caratterizzazione di campo fortemente femminile. Ampie, quindi, appaiono di volta in volta le possibilità di ancorare il testo (qui nella traduzione storica di Caproni edita dall’Einaudi) a un baricentro simbolico che ne orienti la rappresentazione in un
Jean Genet
Jean Genet
senso o nell’altro, esteriorizzandone un contesto più realistico o assecondando la vertigine di un dramma più oscuro e interiore. La scelta di Carlos Maria Alsina ci sembra si orienti verso questo secondo polo attrattivo, a partire da una scarna ma essenziale scenografia su cui campeggia una possente (e funzionante) ghigliottina, unico (meta)arredo oggettuale d’ingombro sul palco; per il resto, le silhouettes di carta di un telefono e di pochi altri oggetti, funzionali agli scarni ma decisivi eventi che nella casa segnano l’orologio esterno del dramma, traghettano la rappresentazione verso una dimensione squisitamente psichica, ove il rapporto col reale appare bidimensionale e volatile rispetto ai volumi plastici di corpi e ghigliottina. Questa, realizzata con grande perizia da Laura Lena come una specie di medello tedesco ipertrofico a lama larga, svolge di volta in volta la funzione di specchio, finestra e di porta, subordinando l’evocazione di una realtà “altra” all’incombere liberatorio di un taglio definitivo: quasi l’allegoria di una rimozione psichica, che infatti scatta quando Solange, uscita a suo modo vincente dal gioco a incastro delle pulsioni sadomasochistico-omicide fra le due sottoposte, esce dalla scena e la lama si chiude con uno schianto alle spalle, consegnandola allo specchio esterno di una nuova maschera criminale, stabile e gloriosa, al netto della rimozione secca di ogni relazione o proiezione inconscia che la precedono. Alsina punta molto, in questa lettura scenica, alla resa dell’artificialità, cercando di assecondare al meglio le indicazioni di Genet che allo scopo suggerivano addirittura la presenza sulla scena di attori uomini; opzione qui non percorribile, ma input prezioso per dare comunque corpo all’artificialità dell’ingranaggio scenico, con gli attori seduti ai lati del palco e visibili senza filtri dal pubblico, enfatizzando una schietta dimensione metateatrale; cui contribuisce l'impeccabile contrappunto sonoro del violino di Giovanna Berti, che tratteggia con il proprio estro creativo le varie fasi del dramma. 
Valentina Brusaferro e Dalies Donato
Valentina Brusaferro e Dalies Donato
La prestazione delle tre protagoniste ha il grosso merito di assecondare al meglio questo indirizzo interpretativo, nei vasi comunicanti di un’interazione scenica calibratissima in ogni dettaglio visivo e linguistico. Esasperando una coreografia simbolica e tutta interiore di contrasti e incastri di corpi, spesso impegnati in vere e proprie movenze di danza, Marcela Serli (Chiara) e Valentina Brusaferro (Solange) disegnano sulla scena la geometria mobile di una pulsione inconscia che raddoppia un suo carattere bipolare, dal singolo quadro psichico al rapporto di coppia, nelle sue caratterizzazioni rispettivamente regressive e dominanti. Ben s’inserisce, in questo gioco mutevole di parti e controparti fittizie, eppure intrinsecamente autentiche nella rincorsa a un affioramento definitivo, la caratterizzazione che Dalies Donato imprime alla figura della Signora; qui la “bipolarità” degli accenti di amorevolezza e rimprovero si divarica a misura dell’irruzione fuoricampo del “Signore” tornato libero, figura maschile garante del ripristino formale dei precedenti rapporti di forza, e della fine di ogni loro variante svincolata dal quadro gerarchico che alimenta fantasmi e mistificazioni, facendoli deflagrare in lettera esplosiva.
I convinti applausi finali hanno giustamente premiato una produzione teatrale di grande intelligenza e cura formale, di quelle che uno si augura di rivedere, come un grande affresco di segni che lievita nella memoria e rinvia a un successivo, rivelatore riattraversamento

Testi a cura di: Roberto Ranieri
Sezioni del magazine: Recensioni
©2001-2013 COMUNE DI VENEZIA - ASSESSORATO ALLE ATTIVITÀ CULTURALI - Tutti i diritti sono riservati.
design and engineering by artEh + Interlogica