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Recensioni
Tanti auguri a Paride, tanti auguri a te. Il ritorno di Emma Dante
Della Dante si parla e si “esperisce” da anni. I suoi lavori come lame ad aprire ferite nella routine borghese del quotidiano e a svelare ipotetici (ma non troppo) scenari sobriamente crudi, costruiti su situazioni e realtà spesso al limite tra umanità e ferinità. Un teatro riconoscente della lezione di Artaud e Grotowski nel suo costituirsi come povero ed essenziale, teso a quell’epifania empatica con lo spettatore a partire dalla quale si dà il senso. Famiglie, figli, clan mossi dallo stomaco, dal sangue e da una ragione basata sull’orgoglio e su regole sociali ataviche della terra siciliana. Fin qui uno dei (molti) talenti della Dante è stata la coralità, il muovere sulla scena più personaggi che compongono per l’appunto i suoi drammi. Piccole comunità che consumano parole e gesti quasi a celebrare un rito antico in cui si condensano assieme sacro e profano. I temi e le vicende di forte impatto sociale ed emotivo bruciano come ceri di fronte all’altare profanato di una ipotetica fraternità, disillusi in materia di giustizia divina. Nulla si ricompone, il vaso resta in cocci. Con Il Festino la Dante ha cambiato registro, scolpendo un monologo e affidando al talento di Gaetano Bruno la rappresentazione del piccolo mondo chiuso di questa vicenda. È la storia di Paride e di suo fratello Jacopo, gemelli omozigoti a cui sono stati spartiti i talenti alla nascita: a Paride il corpo e a Jacopo “la testa”. Il primo stupido, il secondo paraplegico. Il primo che sopravvive, il secondo che muore nel tentativo del fratello di farlo camminare. Entrambi abbandonati prima dal padre e poi dalla madre. Ce lo dice Paride, il “sopravissuto” della famiglia, quello che veniva chiuso per ore nello sgabuzzino e a cui al mondo non è rimasto più un cane. Tra monomanie schizofreniche e scope che gli fanno da amiche legge la lettera appena ricevuta dal padre per il loro compleanno. Oggi infatti i due fratelli compirebbero assieme trentanove anni. Peccato che il mittente non sappia nemmeno della morte di Jacopo e che in realtà la sua lettera sia solo il pretesto per chiedere s
Bruno ci restituisce un personaggio tipologicamente assurdo, ma credibile. Come sempre nel teatro della Dante, la partitura corporea è densa e trainante: i tic di Paride e il suo muoversi come una barchetta di carta tra le rapide, fino al timbro vocale che ricorda lo squittire di un roditore. Entrambi i registri sono sostenuti con la sicurezza di chi è pienamente consapevole di ciò che sta facendo, poiché frutto di un inflessibile e continuo lavoro sul corpo e sulla forma, laboratorio dopo laboratorio. Impressionante, in questo senso, la scena in cui mima la danza col fratello paraplegico fino all’incidente mortale: sembravano esserci realmente due persone sulla scena, con Gaetano che dava le spalle illuminato solo sulla schiena nuda - un chiaroscuro violento che emergeva dal fondale con la plasticità emozionante di una tela di Caravaggio. Uscendo da teatro ti resta addosso una vaga sensazione di lotta e di spossamento, come se qualcuno avesse dopo un’ora riaperto la gabbia nella quale ti eri ritrovato chiuso assieme all’amichetto dell’infanzia che ti divertivi a prendere in giro. Ti domandi se hai tratto qualche insegnamento e dici “bello, mi è piaciuto” oppure “non mi ha convinto per niente”. Forse mi aspettavo un finale netto, un’azione o un avvenimento che in ultima battuta chiudesse con un punto esclamativo il monologo di Paride lo sfigato. Me ne sono tornato a casa, invece, con l’immagine di un uomo in mutande e con una torta al ketchup in mano. Ma con una piccola consolazione: almeno quest’anno il compleanno, Paride, l’ha festeggiato con qualcuno. Io. Simone Raddi Testi a cura di: Simone Raddi Sezioni del magazine: Recensioni |
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