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Recensioni
Una, nessuna e centomila.. Madame K
Il soggetto in questione è Nicole Seiler ed il suo Madame K, andato in scena al Teatro Fondamenta Nuove. Le note sullo spettacolo accennavano ad un viaggio tra i frammenti della vita di una donna, in un gioco tra lei medesima ed il suo doppio (a dir la verità più di uno) tra realtà ed apparenza. Doppio che è non solo metafora concettuale, bensì effettiva presenza ottenuta tramite numerose video proiezioni della stessa Seiler sulla scena. Dalle movenze iniziali da replicante in cui il corpo appare unicamente come una macchina articolata in arti, atta semplicemente ad agire meccanicamente, ad una sempre più incalzante consapevolezza di sé. Consapevolezza fatta di cortocircuiti e sovrapposizioni con la proiezione di video che la ritraggono duplicandola, triplicandola, quadruplicandola sulla scena. I gesti si fanno più umani modellando uno spazio che si fa intimo, interiore, carico di suggestioni e fraseggi che vanno dal compìto al frenetico. Mai banali, mai fuori misura. Madame si “vede allo specchio”, a quanto pare senza piacersi. L’immagine che proietta di se stessa e alla quale vorrebbe uniformarsi - ossia una donna brillante, in carriera, libidinosa, tosta - non corrisponde a come in realtà lei è. Fragile. Come lo può essere una donna in una società che produce instancabilmente modelli a cui fare riferimento e uniformarsi, che fa della serialità e della ripetizione il suo gene produttivo. La Seiler stessa non nasconde, nelle note di sala, che questo progetto nasce come riflessione - critica oppure oggettiva, straniata - ai modelli di bellezza e perfezione del 21° secolo (da ricordare il push-up ottenuto con il nastro adesivo sul seno nudo, con la Seiler che ti fissava negli occhi). E che l'oggetto della sua ricerca sia il giocare con la realtà, offrire una maniera alternativa di mettere in relazione il naturale e l'artificiale. Madame K è come un racconto di formazione, o meglio, di de-formazione. Non è nemmeno uno spettacolo di danza, è l’a-solo di un corpo in un non luogo. La musica - elettronica - suggerisce ma non determina, informando relativamente la coreografia. Piuttosto concorre a creare ambiente, contrasto, sottolinea qualche passaggio, fa da spalla a K per non lasciarla sola ma alla fine cede lasciando il silenzio di un corpo che si è spogliato degli orpelli che lo agghindavano (una parrucca rossa, un kilt scozzese), simbolicamente nudo e solo. La de-formazione sta in questa dialettica, nel ritorno all’essenzialità di un telaio in cui trama e ordito sono stati appena disfatti. Madame K come una sorta di Penelope in attesa forse di una nuova nota musicale, di un tema che torni a dare forma e ritmo al suo corpo. Di un autentico e proprio - nel senso di suo - spazio da riempire senza indotte ed artificiali proiezioni di se stessa. Uno spazio per il corpo senza altro intorno. K gioca e danza con se stessa. Una delle sensazioni che ti trasmette è quella di assistere ad un ipotetico documentario dal titolo: l’uomo nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (non ce ne voglia Benjamin). Se inizialmente la modernità, con il suo portato tecnologico, ha interessato e trasformato in generale l’inanimato - le cose, gli oggetti, la produzione, la letteratura, l’arte - trasformandolo in soggetto riproducibile e atto al consumo di massa (quindi in oggetto), ora pare essersi rivolta all’animato. Cioè a noi. Benjamin associava la riproducibilità alla perdita dell’aura, del qui ed ora unico ed irripetibile insito in un'opera che viene così a perdere il suo carattere sacrale in favore di uno laico ed utilitaristico. Anche il qui ed ora di un corpo, nell'età della riproducibilità tecnica, cede forza e autorità ad un metodo di sezionamento lucido ed oggettivo, di autocoscienza più analitica che sintetica. In cui guardiamo maniacalmente alle "parti che ci compongono" cercando di orchestrarle attorno ad uno spartito standardizzato. Permangono però delle resistenze, il cortocircuito è sempre dietro l'angolo, in una zona della sensibilità interiore ancora refrattaria alla manipolazione e alla riflessione. Una zona dell'istinto che continua a proteggere quel poco di io che continua a pulsare sottopelle. Simone Raddi Testi a cura di: Simone Raddi Area d'interesse: EVENTI DANZA - Coreografi Europei Sezioni del magazine: Recensioni |
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