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C'era una volta il Signor G.
 | | Neri Marcoré - Signor G. |
Neri Marcoré ha presentato al Toniolo (21 e 22 dicembre 2007) il suo nuovo spettacolo teatrale dedicato alla rivisitazione del Teatro-canzone di Gaber
Ipotizzare una qualche sopravvivenza del Signor G. oltre l'identificazione a tutto tondo con la maschera scenica di Gaber, diciamo la verità, fino a qualche tempo poteva ragionevolmente sembrare un azzardo; troppo caratterizzante l'osmosi col suo autore, per pensare di poter trapiantare altrove l'alchimia unica di testi, voce, e mimica che ha fatto di questo originalissimo percorso di "teatro - canzone" (a fianco di Luporini) un unicum nella storia del teatro italiano del ‘900. Eppure, la prematura scomparsa di Gaber ha lasciato un vuoto che, proprio nel moltiplicare fin da subito input e occasioni di rievocazione collettiva, suonava come un'istanza ineludibile di colmamento; come se fosse venuta meno una voce avvertita come indispensabile, "sensore" unico e formidabile nell'attraversare e dare forma ad utopie e lacerazioni del nostro tempo. Non si trattava, infatti, del venir meno di un'icona mediatica tout court, quanto del silenziamento improvviso di una "presenza" sottotraccia, in grado di mobilitare attraverso un affettuoso passaparola decine di migliaia di persone, pronte ad accorrere ad ogni suo nuovo spettacolo. L'idea di poter rivisitare e riproporre testi e canzoni così simbioticamente legati al suo autore-attore, insomma, implicava di per sé una specie di salto mortale senza reti protettive; soprattutto rispetto alle caratteristiche di sovraesposizione mediatica di chi, in questo caso, si è cimentato nell'impresa. Neri Marcoré, nato televisivamente da una fugace comparsa fra la "varia umanità" della vecchia Corrida, da anni icona ubiquitaria nella scena catodica, lega la sua popolarità ad un singolare istinto camaleontico, in grado di svariare da un'impressionante empatia "alta" con figure della storia recente, come Papa Luciani, alle parodie più gustose dei personaggi oggi in circolazione sulla scena mediatica, da Ligabue a Zapatero, da Moggi a Gasparri; così, di primo acchito, si potrebbe essere tentati di omologare la sua rivisitazione di Gaber ad un ricalco, dai gesti all'inflessione vocale, fino alla stessa intonazione e scansione prosodica dei testi; con un effetto che all'inizio potrebbe lasciare disorientati.
 | | Neri Marcorè |
Eppure, più si entra nel vivo dello spettacolo, più ci si accorge che la tecnica di Marcoré non insegue alcuna sovrapposizione mimetica, piuttosto disegna un alias attoriale e gestuale al puro servizio del testo; scava nelle pieghe di una parola poetica che, nel riprendere corpo sulla scena, offre una triangolazione inedita fra l'evocazione affettuosa della sua dimensione originaria e il dono di una riattualizzazione nell'orologio percettivo mobilissimo dell'oggi. Il Signor G. di Marcorè, insomma, si fa prima di tutto exemplum di poetica, lontanissimo da qualsiasi deviazione anche involontariamente caricaturale, operando in primo luogo una selezione ragionata dei brani più "assoluti" e meno assimilabili ad una connotazione storicamente ed emotivamente marcata (come L'odore e Il dilemma, mentre manca ad esempio la personalissima Io se fossi Dio), quindi ripercorrendo passo passo un trattamento fonoprosodico del testo che già in Gaber si presentava come summa di fondamentali di intonazione ed interpretazione. Nel recitato, in particolare, Marcoré può sfruttare una vivacità sulle frequenze baritonali che gli rende particolarmente congeniale una tipica caratterizzazione enfatica sua medio-bassi, mettendo in mostra, d'altra parte, una buona verve canora nei passaggi musicali.
Ed è proprio nel cantato che l'attore si concede le più significative personalizzazioni della rilettura gaberiana; ad esempio, nel finale de L'uomo che perde i pezzi inserisce a più riprese alcuni rallentati d'enfasi, con un'accentazione efficacemente parodistica del tutto ignota al modello più minimalista di Gaber. Il sapore affettuosamente "filologico", e non meramente imitativo, dell'intera operazione è reso possibile anche dalla sobrietà dell'accompagnamento musicale, affidato ad un duo pianistico duttile e affiatatissimo, che sa farsi sulla scena ulteriore strumento di essenzialità, immune da sbavature ed effettismi fuori luogo; interpretando al meglio, in questo, lo spirito di uno spettacolo intelligente, tributo elegante e misurato a una voce irripetibile, già divenuta a buon diritto un "classico" del teatro del Novecento. Peccato per i pochi che, a fine spettacolo, chiedendo come bis l'imitazione di Gasparri o Ligabue, probabilmente non l'hanno capito.
a cura di Roberto Ranieri
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