replica riservata alle scuole ore 11.00
Liceo Ginnasio Statale Giorgione – Castelfranco V.to (TV) Una scena
“I” come “io” in inglese, l’io della nostra identità.
Dello specchio Sylvia Plath ha scritto: “Sono d’argento ed esatto. Non ho preconcetti. Prendo tutto quel che vedo così com’è, senza farmi confondere da quel che mi piace o dispiace”. Nella vita comune di molti, la cosa finisce qui. Alcuni, invece, davanti agli specchi si “fanno confondere”.
Attorno ai 18 mesi i bambini che, prima di quell’età scambiano la propria immagine per quella di un altro e gli sorridono gioiosamente, cominciano a evitare il proprio sguardo, si sbirciano di sottecchi, sospettosi, girano la testa dall’altra parte o restano interdetti. Questa stranezza deriva dal fatto che a quell’età si rendono conto che il riflesso che gli sta di fronte si comporta in modo diverso dagli altri bambini, per esempio compie i loro stessi movimenti. Non vedono nessun altro nella stanza e si insospettiscono. Solo dopo aver acquisito, abbastanza faticosamente, una serie di sofisticate capacità cognitive arrivano a comprendere che le cose non stanno dentro o dietro lo specchio, che l’immagine riflessa è la loro e finalmente a dire, attorno ai 3 anni, davanti alla loro immagine “Sono io!”.