Mestre, Teatro Momo; Sede in Via Dante n. 81
replica riservata alle scuole ore 11.00  |
| Una Scena |
Vesuvioteatro
di Paolo Patui
da dialoghi di Giuseppe Astuto e Raffaele Romanelli
regia di Claudio Di Palma
con Alessandra Borgia, Elena Cepollaro Ciro Damiano, Andrea de Goyzueta, Claudio Di Palma, Antonio Marfella
Programma / BigliettiIo sono Crispi è un testo nato dalla dichiarata stratificazione di modalità ispirative e linguistiche differenti. Una drammaturgia in continua oscillazione tra la cifra storico-documentale di alcuni dialoghi e i caratteri dell'invenzione teatrale di altri passi narrativi. Occorreva, dunque, per la sua messa in scena, un luogo in cui trasferire e tradurre coerentemente minimalismo del quotidiano ed emblematica "verità storica". Crispi è stato allora immaginato, pressoché cieco, in una "detenzione" perimetrata dalle pareti di una camera di mezzo iniziatica, viatico al disvelamento di un nuovo secolo. Crispi è lì, il suo decisionismo politico ha già prodotto grandi riforme, ma il tempo, il novecento incombente, lo recludono come leone in gabbia. Gli incontri con Garibaldi, Colajanni, Re Umberto si presentano con dinamiche rapsodiche, portano il segno della sua memoria o della sua preveggenza politica, sono a volte "soltanto" prefigurazioni oniriche. Crispi è lì, uomo contraddittorio e tragico del suo secolo. È lì nella vanitosa convinzione di poter durare oltre il proprio tempo, nella megalomane e al tempo stesso poetica illusione che la propria storia non si interrompa nell'ultimo respiro.
Crispi è un siciliano non comune. E' anticlericale sin dalle origini in una famiglia albanese e ortodossa; per la stessa ragione, è ostile da sempre alla grande proprietà terriera assenteista. E' siciliano di una Sicilia interna, ma partecipe delle trasformazioni politiche ed economiche della prima metà dell'800 con scelte realisticamente autonomiste. E' il rivoluzionario dei moti del 1848 che detta gli ordinamenti siciliani del 1949 (esercito di popolo, governatori, amministrazioni locali elettive), già convinto che la rivoluzione debba concretizzarsi in istituzioni moderne, solide e durature, tra cui le autonomie locali comunali e regionali. Diventa a Napoli un avvocato di successo e intrattiene rapporti di clientela con prestigiose famiglie europee. E' il vero stratega politico dell'impresa dei Mille, diventando dittatore della Sicilia e operando con Garibaldi per l'unificazione dell'Italia e la stabilizzazione amministrativa. In nome dell'unificazione dell'Italia abbandona le posizioni repubblicane e diviene sostenitore della monarchia ("la monarchia ci unisce, la repubblica ci dividerebbe" afferma nel primo dialogo con Garibaldi) in un paese costituito da una molteplicità di Stati fino ad allora sovrani. A confronto con un Garibaldi tutto proiettato sulla rivoluzione di popoli, Crispi non rinnega la rivoluzione, ma la logica dell'insurrezione fine a se stessa.
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| Francesco Crispi |
La sinistra deve consolidare la rivoluzione con le riforme. Già con Garibaldi, ma più avanti nel dialogo con Pisani Dossi, Crispi non rinnega la paternità della rivoluzione francese su tutte le rivoluzioni europee ("siamo tutti figli dell'89"), ma riconosce i caratteri specifici della costruzione di ogni Stato italiano e la necessità di confrontarsi con altre esperienze costituzionali (quella inglese) o di prestigio europeo attraverso la forza dell'esercito e delle riforme sociali (la Gemania di Bismarck). E non accetta invece la "rivoluzione permanente" delle istituzioni (tra repubbliche ed imperi), che considera fonte di instabilità per l'intera Europa. Della Francia non accetta il centralismo, convinto da sempre della funzione fondamentale dei Comuni nel disegno istituzionale italiano ("I grandi Comuni sono il baluardo delle nostre istituzioni" dice a Dossi). La Germania diventa il riferimento della sua politica delle alleanze. Crispi diventa sempre più determinato nella sua missione, opera con forte senso di sé e senza porre barriere alle simpatie politiche, anche verso avversari come Napoleone Colajanni. Il suo primo Governo (1877-1891) cade sotto l'incalzare delle difficoltà della politica estera, dopo aver attuato radicali riforme della Sanità pubblica, del Codice penale e della pubblica sicurezza. Per questo motivo, nel dialogo del 1892 col Re, Crispi si propone senza eccessive reverenze come l'uomo chiave per risolvere le difficoltà politiche del momento. Riprende i pieni poteri di Presidente del Consiglio nel 1893-96, anni di radicali riforme del sistema bancario e di intensa trasformazione industriale, ma anche di incalzare del movimento operaio e di organizzazioni socialiste dalle forme e con contenuti originali (i Fasci siciliani).
Ma in questa fase il pericolo dell'instabilità politica e della crisi delle istituzioni ne limita la capacità di comprendere il nuovo, che viene avanti nella società civile, fino a non capire la natura non rivoluzionaria dei Fasci. Eppure, è strettissimo il rapporto con Napoleone Colajanni, deputato repubblicano siciliano, che lo implora senza successo di non proclamare lo stato d'assedio (ma il re aveva già dato l'ordine), e che Crispi stesso, appena un anno dopo, convoca per chiedergli di votare (così sarà) la sua proposta di legge per rompere il latifondo siciliano. Nel dialogo con Colajanni, Crispi appare più il testimone del secolo che finisce, che non un padre fondatore dell'Italia che segue, quale è realmente stato, come dimostrano la durata e l'incisività di alcune sue riforme. Ma egli è certo della sua posizione innovatrice. Nell'ultimo dialogo con Dossi, a Zanardelli che in Parlamento gli rimprovera di usare un linguaggio di destra e lo invita a sedere nei banchi della destra, Crispi, risponde "sventuratamente non ho altro luogo dove sedermi. Qui sono e qui resterò".
estratto dal volume Storie interrotte, Editori Laterza, uscita giugno 2007