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Recensioni
Una serata alla Galleria Mohole
Non so perchè, ma uscito da teatro mi sono ritrovato a cantare questa motivo di Paolo Conte. Prima, prendete un telo scuro che muri letteralmente la scena e piazzateci al centro una cornice (una bella cornice dorata, da museo!!) che apra verso l'interno del palco su cui mettere quattro/attori/quattro. Dopo di che lasciate perdere l'attesa di ansie esistenziali da dipanare assieme a fitti intrecci: otterrete settanta minuti che scorrono come un soffio e una risata accompagnata da stupore infantile. Settanta minuti di sano, sfrontato, semplice e purissimo dadaismo che ti fanno dimenticare i trambusti della giornata appena trascorsa o la lieve scomodità della seduta su cui poggiano le vostre natiche, con sommo giubilo del vostro osso sacro. Cotante e tali considerazioni si rincorrono dopo aver gustato "La Vietata Parte", caleidoscopico gioco teatrale scritto e diretto da Cosimo Lupo, direttore artistico della milanese Compagnia Mohole e brillante decantatore dell'Assurdo e del Surrealismo; centrifuga Jarry, Ionesco, Wilde (nel gusto per l'aforisma) e Woody Allen facendoli reagire con i ritmi stratificati della contemporaneità - stilemi cinematografici, fumettistici e riferimenti alla cronaca recente gettati nella mischia - in una sintesi dalla struttura molecolare complessa e unitaria come quella di un alveare. Piace molto la scrittura circolare e raffinata, pungente come una spina e delicata come una piuma che ti fa il solletico, senza sfinirti vorticando sul baratro della parola alla Bergonzoni. "Bandando" le ciance, all'interno della cornice al centro del telo si susseguono con ritmo veloce sei situazioni per sei parole chiave: l'incompiutezza, un gioco, un delitto, un naufragio, le fatiche di Sisifo e un corpo. Questo blocco si ripete sei volte, ogni volta rinnovandosi, mimando scenicamente la struttura metrica della sistina lirica; sei stanze in cui sentiamo di Marcello, artista incompiuto alla ricerca dell'ultimo tocco per finire la scultura di un utero, di Elena, prototipo della donna fissata con le proprie manie e in cerca di un corpo umano per la sua particolare collezione, e poi di Matilde, di due tizi che trasportano un pianoforte (dove?!) e di Marco che sta cercando disperatamente di attraversare il mare (è l'unico a non parlare mai).
Ognuna delle quarantatre scene è bruciante e immediata come un colpo di pistola e senza pretesa di serietà - immaginate che dalla pistola non esca il proiettile bensì la bandierina con la scritta "BANG"-. A legarle non c'è alcun costrutto razionale o consequenziale, le gusti singolarmente come i cioccolatini. Semmai a fare da binario di scorrimento sono la complicità e la presenza di spirito dei quattro interpreti: Giovanna Di Lella, Giusi Talarico, Marco Bettinardi e Cosimo Lupo. Veramente... azzeccati, spassosi, liberi. Degli ottimi padroni di casa che si divertono a giocare e a vederci afferrare l'architettura ingegnosa del loro meccanismo a scatole cinesi. A cercare un senso che ti sorrida furbescamente celato, si potrebbe intravedere un sottile agnosticismo («Se vedi Dio muori, ma anche lui muore. Se ne approfittano tutti») unito all'impotenza e all'in-potenza, quasi il riassunto di una generazione che si muove tra i marosi del mondo contemporaneo armata di Freud e di potenzialità incapaci di essere espresse (di cui la citazione de L'uomo senza qualità di Musil). Fatta di rapporti sincopatici e srotolati sul leggio del conflitto-competizione-attrazione tra uomo e donna, questi ultimi resi genialmente con una partita a scacchi dove in palio c'è la supremazia intellettuale incarnata nel mettere sulla scacchiera, a mo' di contromossa in risposta all'altro, pezzi sempre più grandi del gioco. O come Elena e la sua massima di non mettersi mai con qualcuno più intelligente di lei, che se no si appiattirebbe in lui fino a diventare analfabeta. Insomma: incomprensione, egocentrismo, solitudine e silenzio. Testi a cura di: Simone Raddi Sezioni del magazine: Recensioni |
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