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Interviste
La scrittura: arte e mestiere. Incontro con Ugo Chiti
Ugo Chiti ne è l'anima e il fondatore, nonché un apprezzato e produttivo sceneggiatore cinematografico. La sua penultima creazione scenica, Racconti solo racconti, giunge all'Ex Gil di Mestre offrendoci la possibilità di incontrane l'autore per poter scambiare assieme qualche parola sullo spettacolo. E non solo.
R: La titolazione sfrutta la formula del racconto però nello stesso tempo fa riferimento ad un fatto puramente teatrale. Una sorta di gioco al contrario. La scelta del titolo è stata quindi funzionale per una riconoscibilità immediata ed intuitiva con lo spettacolo. Diciamo che sono situazioni teatrali in parte narrate e in parte interpretate. Per quanto riguarda il sottotesto, è in linea con la mia ricerca di analisi e suggestione a partire dalle condizioni storiche e sociologiche del nostro paese (con i loro annessi e connessi fortemente tragici e comici al contempo); una realtà che si nutre delle radici toscane della Compagnia - come impronta genetica caratterizzante - e di un atteggiamento visionario e fisico al contempo. In questo caso c'è un'umanità che si riconosce in una specie di situazione sociale e poetica. La guerra sicuramente è il filo conduttore almeno per due episodi, di cui genera la vicenda offrendosi come scaturigine della memoria. Un altro filo conduttore è la situazione femminile, ma è la ricerca espressa precedentemente ad essere la matrice unificante.
R: Forse Andrea, che ha scritto una recensione straordinaria dello spettacolo, parla della rottura dell'ultimo nel senso che per certi aspetti questo sfiora e accenna ad uno stile vicino alla commedia. Nei primi due è sicuramente forte l'atteggiamento tragico e drammatico, però anche l'ultimo lo vedo molto collegato alla vicenda. L'episodio che lo precede è una sorta di canto quasi corale di una madre che assiste all'uccisione del figlio proprio sotto casa. Questo, che lo segue, ha appunto delle note affini alla commedia ma narra sempre di un uomo cambiato, che nello smarrimento incontra un'altra creatura smarrita con la quale dà vita ad una storia non leggera in sé, ma resa forse tale appunto dal tono usato. Però, insisto, reputo che vi sia equilibrio ed omogeneità drammatica lungo tutta l'opera, che non trascura mai l'elemento della piccola umanità con i suoi piccoli smarrimenti e con la sua comicità involontaria.
R: Racconti solo racconti era nato per festeggiare il venticinquennale di Arca Azzurra Teatro. Voleva essere un piccolo evento per il nostro teatro e quindi con una posizione particolare in rapporto tra il pubblico e spettacolo, in una sorta di vicinanza proprio con il pubblico (palcoscenico-vocenda-pubblico). Voleva essere un omaggiare un po' quella che è la poetica del gruppo ma soprattutto cercare un contatto quasi fisico con lo spettatore. Anche la formula del racconto inteso proprio come unità diretta. Poi è piaciuto ed ha iniziato a volgersi nella forma di spettacolo grazie appunto alla risposta avuta dal vivo. Io sinceramente non pensavo che Racconti solo racconti avesse una vita di tournee, lo pensavo invece come un evento circoscritto. In seguito quindi lo abbiamo più adattato ampliando alcune cose rispetto ad altre, ma la sostanza è rimasta prossochè fedele ell'originale. Mi è successo di modificare degli spettacoli, ma si tratta di spettacoli nati - diciamo così - per spazi non destinati alla scena: in questo caso apporto più che altro alcuni adattamenti. Però generalmente no, modifico già abbastanza nell'atto della stesura. R: Si, e il film è già stato girato. Matteo Garrone (il regista, N.d.R.) credo sia ancora a Los Angeles per il suono, in quanto si è affidato ad un tecnico famosissimo di cui ora non ricordo il nome ma so che ha curato il suono in Apocalypse Now. Questa scelta è stata dettata dall'essere il romanzo di Saviano una Babele di dialetti, e soprattutto per la tensione di questo caos all'interno della guerra camorristica (che è un po' la caratteristica del libro di Saviano).
R: Oltre alla patina di distacco io credo che, anche se non ho visto ancora il definitivo, la cosa straordinaria sia forse l'enorme capacità che ha Matteo Garrone di stare dentro la storia con l'occhio da documentarista e nello stesso tempo l'esatto contrario, con uno sguardo visionario. Questi due movimenti o alfabeti a mio avviso in questo film riescono a restituire un po' l'orrore e un po' il "fantastico" del romanzo.
R: Nel cinema sono uno che lavora a vari progetti; vario dalla commedia a cui sto lavorando ora all'adattamento di un romanzo molto curioso e divertente, che è Sicilian Tragedy di Ottaviani per la regia di Roberto Torre, per passare ad un noir italo-francese che mi sono divertito tantissimo a scrivere, una sorta di gotico di campagna che occhieggia a quelli che sono i miei miti (i fratelli Cohen, certe cose di Linch). Come dico spesso, per il cinema sono un autore al servizio del regista. Per quanto riguarda il teatro invece il discorso è diverso, c'è una coerenza e un disegno perciso, un riconoscermi in un mio solco. Il prossimo impegno sarà molto grosso poiché è il testo che ha vinto il Premio Riccione, un'opera ispirata alle Metamorfosi di Kafka e che unirà l'Arca Azzurra Teatro con un'attrice di grande tradizione e cultura teatrale come Giuliana Lojodice.
R: Ad un certo punto la letteratura l'ho sostituita con la saggistica, per esigenze lavorative mie più che per volontà deliberata. Porto però il ricordo giovanile e dei romanzi brevi di Dostoevskij e, per contrasto, della scrittura di Steinbeck e Faulkner. Dall'introspezione e dall'odore di cavolo dei sottoscala ai campi assolati e alle grandi distese di grano, segni esteriori di una scavo introspettivo e tra le pieghe del mondo della provincia, legato alla sua terra da radici ataviche. Un po' il ritratto della mia ricerca poetica e delle situazioni che traccio sulla carta, come sulla scena.
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