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Quando una canzonetta racconta Goldoni


Giulio Nerici foto di Rudj Maria Todaro
Giulio Nerici

foto di Rudj Maria Todaro

Presentato con successo al Teatro Aurora Il padre di famiglia di Carlo Goldoni, nell'allestimento di Antonino Varvarà.

Il fatto che Goldoni sia il padre del teatro moderno italiano è fuori di dubbio, che sia anche stato un grande castigatore dei costumi non sempre. Antonino Varvarà, con la sua rilettura de Il padre di famiglia, ha messo il dito proprio su quest'aspetto valorizzando pure quella inflessibilità goldoniana che si prefigge, a volte troppo ottimisticamente, che un lieto fine possa far sempre le pulizie in modo impeccabile e stabilire quell'equilibrio che la felicità aiuta sempre a ritrovare.

 

Un Goldoni intenso, quello di Varvarà, ma contemporaneamente messo un po' in ridicolo. La figura centrale, il padre censore (colui al quale è affidata la consueta morale che il commediografo veneziano non ci sconta mai) viene in questa rappresentazione ammantato dei panni del fascista. Non il violento o il guerrafondaio, ma il conservatore integrato nel sistema che crede nella severità e nella disciplina come se fossero virtù taumaturgiche. La maschera di benpensante getta sulla scena l'incertezza nei confronti del personaggio: se nel padre di famiglia settecentesco la via maestra è segnata rigorosamente, quale sarà l'atteggiamento da tenere nei confronti di questo padre, su cui noi proiettiamo la sconfitta della storia e la pesante accusa di immodernità? E fino a che punto il cambiamento di prospettiva attuato dal regista è una critica diretta solo ad una tipologia sociale e non anche al suo banditore, Carlo Goldoni?

La misura della validità di un classico a volte sta proprio nella sua adattabilità e così Il Padre di famiglia, decontestualizzato e immesso in una città d'Italia borghese e dal profilo qualunque che vive la sua provinciale moralità negli anni '30, assume nuovo fascino e astuta profondità.

 

foto di scena
foto di scena

L'adattamento prosegue, nelle mani del regista, con la fusione di questa con un'altra commedia goldoniana: Il giuocatore, commedia dei tempi del Madebac, tessuta sulla pericolosità del gioco d'azzardo nella vita di un uomo dabbene. Il pastiche riesce, perché Goldoni - che è sempre Goldoni - risulta qui amplificato all'ennesima potenza. La conseguenza è che la struttura della sua commedia diviene un ordito estremamente visibile, quando addirittura non prende il sopravvento. La composizione rende ancora più evidenti quali siano gli stratagemmi adottati dal commediografo per far risaltare il vizio e convertire alla retta via. Quella di Varvarà è soprattutto un'operazione narratologica: dal teatro si esce avendo pensato a qualcosa in più su Goldoni e forse, finalmente, anche a qualcosa di diverso.

 

Non ci si aspetti però una pièce fastidiosamente intellettualistica, alcuni accorgimenti della scenografia ed ottimi costumi contribuiscono alla resa di un clima pienamente comico, quasi da varietà. L'ipotizzabile difficoltà dei cambi di scena e di atto viene annichilita dalle canzonette dell'Italietta diffuse nella sala da un grammofono che si accende con l'accadere di un cambio scenico. La decontestualizzazione e la riflessione si trasferiscono immediatamente su quel grammofono e sul suo ‘trombone', rendendo anche questo una vignetta di un tempo che fu e che ora, per noi, ha un significato sicuro ed univoco - poichè metabolizzato e catalogato nell'inesauribile archivio della Storia. Ma quelle stesse canzonette, a differenza di qualsiasi altro orpello scenico, intrattengono ancora uno stretto rapporto con la vita per la quantità e la democrazia imperitura dei sogni che raccoglievano.

Sulla melodia di Se potessi avere mille lire al mese lo spettatore perde di vista l'altezzoso distacco con cui ha guardato finora i personaggi e - c'è da scommetterci - si chiede se davvero non sia il caso di prendere in ridicolo addirittura se stesso.

 

 

Simone Raddi


Testi a cura di: Simone Raddi
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