Ohad Ben-Ari, pianoforteIl Trio Mondrian
Daniel Bard, viola
Hila Karni, violoncelloTrio in si bemolle maggiore per pianoforte,
violino e violoncello Op. 97, "Arciduca"
Allegro moderato - Scherzo (allegro) - Andante
cantabile ma però con moto - Allegro moderato
Paul Ben-Haim (1897-1984)
Variazioni su una melodia Ebraica
per pianoforte, violino e violoncello
Op. 22 (1939)
Allegro moderato - Scherzo-allegro - Andante cantabile
con moto - Allegro moderato - presto
Antonin Dvorak (1841-1904)
Trio in mi minore per pianoforte, violino
e violoncello (Dumky) Op. 90 B 166
Dumka 1 in mi minore
Dumka 2, in do diesis minore
Dumka 3, in la maggiore
Dumka 4, in re maggiore
Dumka 5 in mi bemolle maggiore
Dumka 6 in do minore
Dopo esperienze individuali in Europa, in particolare in Germania come solisti, i tre artisti del Trio Mondrian hanno deciso singolarmente di rientrare in patria e quindi di formare questo Trio, vivendo a Tel Aviv e concentrandosi veramente sul repertorio cameristico, che amano moltissimo. La loro attività attuale si svolge soprattutto in Israele. Iniziati gli studi da giovanissimi nella loro terra d'origine, si erano ben presto stabiliti in Europa: il pianista Ohad Ben-Ari si era stabilito a Francoforte all'età di 16 anni, per studiare con Irina Edelstein. Si è distinto in importanti concorsi, quali l'ARD di Monaco e l'Arthur Rubinstein, ed ha suonato come solista con prestigiose orchestre israeliane e tedesche. Ha collaborato anche con artisti della mondo del jazz e del pop, elaborando tecniche di registrazione che tuttora usa nel suo studio di Tel Aviv. Insegna Musica da camera all'Università della Musica della stessa città. Il violinista Daniel Bard, di origine canadese, ha lavorato per parecchi anni con il Metro String Quartet, sotto la guida di insegnanti come Pressler, Lesser e Rolston, e quale prima parte in importanti orchestre svedesi e norvegesi, oltre che con la Camerata Bern, in una fruttuosa collaborazione con Tabea Zimmermann. La violoncellista Hila Karni ha studiato in USA con Greenhouse e poi con Geringas a Lubecca e Berlino. Nel 2001 aveva fondato l'Esart Trio Berlin, col quale ha tenuto concerti in importanti sale e festival europei per 4 anni e che si era aggiudicato il terzo premio al "Premio Trio di Trieste" 2003. Ha suonato musica da camera con grandi maestri, quali Pergamenschikow, Gothoni, Greenhouse e Vengerov.
Il Trio "Arciduca" di Robert Johnsen
Il Trio in si bemolle maggiore Op. 97, meglio conosciuto come "Trio dell'Arciduca", fu composto nella primavera del 1811. Gli schizzi sono già del 1810. La prima esecuzione fu data l'11 aprile 1814 per una associazione di beneficienza nella sala dell'Hotel "Zum Römischen Kaiser" di Vienna. Gli interpreti, ancora una volta, furono Beethoven, Schuppanzig e Linke. L'arciduca Rodolfo d'Austria, figlio minore dell'imperatore Leopoldo II, fu arcivescovo di Olmütz; fin dal 1804 prese lezioni di pianoforte e poi di composizione da Beethoven, che gli dedicò molte opere importanti: il concerto per pianoforte n. 4 Op. 58, il n. 5 Op. 73, la Sonata degli Addii, n. 81a, la versione per pianoforte del Fidelio, le sonate per pianoforte opera 106 e 111, la Missa Solemnis Op. 123, la Fuga per quartetto d'archi Op. 133 e la relativa trascrizione per pianoforte a quattro mani, Op. 134. Su questo Trio in Si bemolle maggiore i pareri dei critici sono del tutto discordi. Alcuni vi vedono la vetta più alta raggiunta da Beethoven in questo genere, altri invece un'opera mancata. Paradossalmente le argomentazioni portate sono per lo più uguali, ma nei primi sul piano positivo, nei secondi su quello negativo. I primi sostengono che si tratta di una riuscita "sinfonia per trio", che sinfonici sono i temi principali del primo tempo, sinfonica la trattazione dello Scherzo, anticipatrice delle più avanzate soluzioni sinfoniche la catena delle variazioni dell'Andante cantabile ed infine l'Allegro conclusivo non farebbe eccezione. Ora può darsi che queste argomentazioni siano vere. Ma se sono vere esse servono anche a spiegare le riserve dei critici meno benevoli. Infatti una "sinfonia per trio" o è composta in stile barocco, oppure diventa una palazzina sul mare costruita nello stile del duomo di Milano. L'idea stessa è inevitabilmente retorica, perché la costruzione sinfonica è comunque ipertrofica se non è destinata ad una sinfonia. Altrimenti detto: una struttura architettonica sinfonica sostenuta da un trio fa venire in mente il Leopardi dell' "Io sol combatterò, procomberò sol io", nel senso che non può suonare se non tronfia e ridicola. Noi crediamo semplicemente che non sia una delle opere migliori di Beethoven, anche perché dal punto di vista estetico, che non può prescindere dalla forma, egli ha scritto molte più opere interessanti per le strade che hanno aperte, di quante non ne abbia fatto per un ascolto piacevole. Del resto è sempre così: solo Mozart è stata l'eccezione che ha saputo contemperare elementi potremmo dire oggettivamente contradditori. Il primo tempo, Allegro moderato, presenta subito un primo tema che appare da suonare con fff e che invece Beethoven indica dolce con un p. Questo tema, dalla dubbia solennità, è ripetuto oltre i limiti ed è un marziale carezzevole dalla contabilità assolutamente negativa; la seconda idea invece appartiene, all'opposto, già all'ultimo stile del compositore ed è trattata nella sua dolcezza e melanconia con assai più senso della misura e quindi con risultati decisamente superiori. Dello Scherzo, pure nella tonalità di impianto, si mette in bella evidenza il trio che però quasi affoga per le sue modeste dimensioni nella eccessiva lunghezza del movimento. L'Andante cantabile in re maggiore è da considerarsi un capolavoro. Si tratta di una delle prime applicazioni, come abbiamo già accennato, del principio della variazione continua ai vari parametri ritmici, intervallari ed armonici. Difficile all'ascolto ed estremamente impegnativo per il salto che lo separa dai due tempi precedenti, anticipa i grandi ultimi quartetti e rivela quella propensione a dare il meglio di sé nei tempi lenti che caratterizza l'estrema produzione beethoveniana. Purtroppo l'Allegro moderato oltre che portare il peso di un confronto con l'Andante che immediatamente lo precede, scade spesso nella trivialità. Quella trivialità che è anche a sua volta una caratteristica del Beethoven "di mezzo": falsa allegria, non elegante ricerca del cattivo gusto come in qualche caso l'espressione richiede. Detto questo, "L'Arciduca" rimane forse non del tutto a torto il Trio beethoveniano per eccellenza, come somma dei pregi e dei difetti di una fase di ricerca e di grandi difficoltà in essa presenti. Non dimentichiamo che per quanto discutibile è l'unica luce a brillare nel grigiore delle composizioni di quei mesi: le musiche di scena per "Le rovine di Atene" di Kotzebue e il "Re Stefano", tanto per citare le più conosciute.
| Paul Ben Haim |
Le "Variazioni su una melodia ebraica per pianoforte, violino e violoncello" appartengono alle composizioni di Paul Ben-Haim del periodo palestinese. Furono scritte nel 1939 e sono basate su un motivo (probabilmente di origine beduina) conosciuto dai primi residenti nel territorio. Il Trio si apre con una Introduzione (Adagio Misterioso) che prepara l'atmosfera all'entrata del tema, presentato da violino e violoncello in sordina (Moderato e molto tranquillo); successivamente si affianca il pianoforte, in unisono come gli archi. Seguono al tema sei variazioni con diverse atmosfere e strumentazioni. La composizione si chiude nell'atmosferea meditativa con cui si era aperta. Paul Ben-Haim (o Paul Ben-Chaim) è nato il 5 luglio 1897 (muore il 14 gennaio 1984) è un compositore israeliano. Nato come Paul Frankenburger a Monaco in Germania, studia composizione con Friedrich Klose e fu assistente di Bruno Walter e Hans Knappertsbusch dal 1920 al 1924. Fu direttore stabile ad Augsburg dal 1924 al 1931, e successivamente si dedicò all'insegnamento e alla composizione. Nel 1933 emigrò in Palestina e prese il nome ebraico di Paul Ben-Haim, diventando nel 1948 cittadino israeliano. Compose musica da camera, partiture per coro, orchestra e strumenti solisti, e numerosi Lieder. Privilegiò la scelta di materiale musicle specificatamente ebraica: le sue composizioni manifestamno una vena tardo romantica con inflessioni mediorientali, in certa misura affini al linguaggio di Ernest Bloch. Nel 1957 vinse Il Premio Israele per la musica. Tra i suoi discepoli di spicco ricordiamo Ben-Zion Orgad, Ami Maayani, Shulamit Ran, Rami Bar-Niv, Avraham Sternklar and Noam Sheriff.
Il Trio in mi minore Op. 90, "Dumky", di Paolo Casini
Dumky, o più esattamente Dumki (secondo la traslitterazione italiana), è il plurale di un diminutivo, ‘dumka', del termine russo ‘duma' il quale, a sua volta, designa un genere di canto popolare ucraino. Dvorak ha più volte adoperato questa parola, per designare i suoi pezzi caratteristici nelle "Danze slave" e altrove, nelle composizioni pianistiche. Nella musica colta del secondo Ottocento, ‘dumka' implicava, abitualmente, un andamento rapsodico, caratterizzato dalle alternative di tempi lenti e veloci. Faceva parte di un gergo folclorico cosmopolita, caratteristico della musica di salotto. Nel Trio Op. 90, Dvorak adoperò il concetto di dumka come elemento architettonico: in luogo dei rituali tre o al massimo quattro movimenti prescritti in una composizione cameristica di collaudate ascendenze classiche, allineò una serie di pezzi che ripetono, nel loro insieme, le alternative di tempo lento e veloce, l'andamento rapsodico, le inflessioni popolari. A loro volta, le sezioni del Trio sono raccolte in un primo gruppo di tre, seguito da altri tre episodi. Dopo il suo capolavoro cameristico, il Quintetto in la maggiore col pianoforte, col Trio Op. 90 Dvorak si distaccò dal formalismo classicista che aveva conservato in tutta la sua ampia produzione cameristica, iniziata molto presto e in maniera molto originale. In un certo senso, si può affermare che tale distacco avvenne nei confronti di Brahms, il cui influsso Dvorak aveva subìto in maniera decisiva: dopo questo Trio, infatti, nacquero altri lavori, ad esempio il Quartetto "Americano", nei quali il compositore riacquistò la freschezza giovanile, dopo aver sperimentato in maniera utile un certo formalismo accademico. L'originalità di Dvorak, infatti, oscilla sempre fra una spontanea evocazione del folclore e il tentativo di costringerla nelle forme rituali: il punto di fusione fra queste due tendenze si ebbe nelle composizioni della maturità, vale a dire nella fase in cui il musicista riuscì a interpretare il gusto borghese di fine secolo. Non è un caso se la sua fortuna negli Stati Uniti e in Inghilterra passò attraverso questa acquisita facilità e accessibilità, che aprì la strada, negli stessi paesi, a compositori come Rachmaninov e Sibelius. La qualità caratteristica di Dvorak, in composizioni come il Trio, consiste però in due elementi: il virtuosismo strumentale, appunto di natura rapsodica, in cui si manifesta l'inconfondibile e secolare tradizione boema; il timbro, anch'esso inconfondibile, della musica popolare, in cui si predilige l'appoggio sui suoni gravi degli archi, con effetti che provengono dalla vocalità corale e dalla danza. Sotto questo profilo, la scrittura del Trio evoca, di volta in volta, il gracile complesso strumentale o il vasto complesso corale, con grande varietà di invenzione.