Io Sono Musica 2014/15

Le Diabelli come non le avete mai sentite

Mestre Teatro Toniolo
Giovedì 12 Marzo 2015 - 20:30
 

Graniti-Mantovani-Nesi-Barbieri

METAMORFOSI, TRASFORMAZIONI...

 

Giuliano Graniti, pianoforte

Marco Mantovani, pianoforte

Giovanni Nesipianoforte

Guido Barbieri, voce narrante

 

 

Programma

 

Lo spirito dell'improvvisazione nelle Variazioni Diabelli op.120 di L. Van Beethoven

In collaborazione con la Scuola di Musica di Fiesole

 

 

PROGRAMMA

 

BIGLIETTERIA

 

 

La parola giusta è veraenderungen. Una parola un po’ ostica e ingrata da tradurre e quindi da comprendere. Però ci si puo’ provare: si potrebbe azzardare ad esempio  “trasformazioni” oppure, volendo, “metamorfosi”. Tutto, comunque, tranne che “variazioni”. Questo proprio no.

Non è un dettaglio e nemmeno una pedanteria filologica. Perché questa è la parola che Beethoven usa per dare un nome (e lui non fa mai niente a caso…) a quelle che noi chiamiamo con un bel po’ di disinvoltura Variazioni Diabelli. Variazioni, appunto, l’unica parola sbagliata. E lo facciamo, per lo meno in Italia, da quasi due secoli.

E allora chi ha ragione: noi o Beethoven? Nove su dieci lui: di solito ha quasi sempre ragione lui. Perché in effetti a ben leggere, eseguire, ascoltare quei trentatre pezzi che seguono il valzerino (che poi forse non è nemmeno un valzerino…) composto da Anton Diabelli non viene quasi mai in mente l’idea di “variazione”. Non per lo meno come era stata concepita dalla tradizione illustre del “tema con variazioni” fino a quel momento. Alfred Brendel – che di variazioni si intende assai – dice ad esempio che il tema di partenza viene continuamente “commentato, criticato, perfezionato, deriso, portato ad absurdum, disdegnato, incantato, trasfigurato, lamentato, compianto, calpestato ed infine schernito”. Il che significa, per l’appunto, trasformato. Non certo variato…

Del resto la tecnica che adotta Beethoven, “trasformazione dopo trasformazione”, per costruire l’edificio dell’op. 120 è la spia più persuasiva, la prova regina, del suo carattere labirinticamente metamorfico. Una tecnica compositiva che fa confliggere ad ogni passo i due assi portanti della scrittura: la struttura e l’invenzione. Per un verso, infatti, il ciclo sembra reggersi su una serie di proporzioni nitidamente matematiche. Pietro Rattalino l’ha dimostrato a sufficienza: comunque le si rigiri, le si suddivida e le si raggruppi c’è sempre un algoritmo cristallino che sorveglia le relazioni tra le trentatre (33!!!) veraenderungen: la sezione aurea. Ma questa è solo mezza verità: l’altra metà è assai meno visibile, calcolabile, certificabile.

Non si comprende fino in fondo la natura delle “metamorfosi Diabelli”, infatti, se non ci si mette all’ascolto del soffio che le percorre da cima a fondo, della ratio che continuamente le ispira e le costruisce: lo spirito, cioè, della improvvisazione. Una estemporaneità sistematica e profonda che si cristallizza, inevitabilmente, nel segno scritto. Ma che nasce in realtà, direttamente, fisicamente, sulla superficie del pianoforte, nell’hic et nunc della scrittura: una sorta di “composizione istantanea” della quale la rete matematica è solo una cornice di salvataggio, una rete di protezione. Non solo: proprio dal conflitto tra il rigore matematico della struttura e la fluidità mercuriale della improvvisazione sorge, in definitiva, il tratto inconfondibile delle Diabelli, ossia il loro radicale e sistematico “umorismo”. L’adozione spontanea, cioè, di un “tempo comico” (nella accezione che prima Nietzsche e poi Bergson hanno dato a questa espressione) che sottrae la serie delle trasformazioni alla linearità del tempo cronologico per immergerle in un flusso temporale in cui il prima e il dopo si sintetizzano in una sorta di costante “presente”. Il tempo in cui si coniuga, non a caso, il verbo improvvisare.

 

Guido Barbieri

 

 

Giuliano Graniti

 

Si è diplomato presso il Conservatorio di Lecce con il massimo dei voti, lode e menzione.

Ora è allievo di Andrea Lucchesini presso la Scuola di Musica di Fiesole. È stato il pianista dell’OGI e collabora con l’Orchestra Galilei. Ha frequentato masterclass con Aldo Ciccolini, Natalia Gutman, Pavel Vernikov, Bruno Canino, Riccardo Risaliti, Alexander Lonquich e con il Trio di Parma. Suona come solista in Italia (Comunale di Firenze, Teatro Paisiello di Lecce, La Fenice di Venezia, Palazzo Pitti) e all’estero, in città come Vienna (Ehrbarsaal), Raiding (Lisztzentrum), Graz e altre.

Intensa l’attività cameristica con esibizioni in Sala Piatti a Bergamo, a Villa Walton a Ischia, al Teatro degli Arrischianti a Sarteano, a Palazzo Pitti, collaborando con il Quartetto di Cremona, il musicattore Luigi Maio e altri. Ha registrato per Nireo.

Lavora come pianista accompagnatore presso la Scuola di Musica di Fiesole.

 

 

Marco Mantovani

 

Nato a Mantova, si diploma al Conservatorio della sua città con il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore. È stato premiato in Concorsi nazionali e internazionali sia come solista (vincendo il I Premio al XIX Concorso Pianistico “Giulio Rospigliosi” e conseguendo di recente il III posto al “XXX Premio Venezia”), sia in duo con la violinista Carola Zosi. Si è esibito in numerose sale da concerto (Villa Demidoff e Palazzo Pitti a Firenze, Auditorium Del Carmine a Parma, Teatro Malibran e Teatro Fenice a Venezia, Teatro Bibiena e Teatro Sociale a Mantova). Ha inoltre eseguito come solista il Primo Concerto di Chopin con l’Orchestra del Conservatorio di Mantova. Attualmente frequenta il corso di perfezionamento tenuto da Andrea Lucchesini alla Scuola di Musica di Fiesole.

 

 

Giovanni Nesi

 

Diplomato in pianoforte con lode e menzione d’onore, ha conseguito col massimo dei voti i diplomi accademici di secondo livello in pianoforte e musica da camera. Allievo di Maria Tipo, Andrea Lucchesini e Bruno Canino, ha ricevuto premi e riconoscimenti da eminenti istituzioni. Si esibisce per importanti stagioni e festival, tra i quali Amici della Musica di Firenze e Maggio Musicale Fiorentino, Festival dei Due Mondi di Spoleto, Società dei Concerti di Milano, Fondazione Santa Cecilia di Portogruaro, Orchestra Sinfonica di Sanremo, Camerata Musicale Sulmonese, Società dei Concerti di Sorrento, Festival Valentiniano di Orvieto, Fondazione Walton di Ischia, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Valli di Reggio Emilia. All’estero ha tenuto concerti in Gran Bretagna, Spagna e Grecia. La sua prima realizzazione discografica è edita da Tactus.

 

 

Guido Barbieri

 

Guido Barbieri, critico musicale de La Repubblica, insegna storia ed estetica della musica presso il Conservatorio dell’Aquila. Ha pubblicato volumi su Händel e Mozart e ha attualmente in preparazione per L’Epos di Palermo una monografia su Edgard Varèse. Nel 2011 ha collaborato con un lungo saggio introduttivo al primo volume dell’Enciclopedia delle Arti Contemporanee curata da Achille Bonito Oliva. Ha realizzato quattro dei dodici volumi della Grande Storia della Musica pubblicata nel 2005 dall’Editoriale L’Espresso. Nel 2001 ha curato e presentato per Rai Sat l’edizione completa delle opere di Giuseppe Verdi. Dal 1982 al 2012 è stato conduttore e consulente di Radio 3. È attualmente direttore artistico della Società Barattelli dell’Aquila e degli Amici della Musica di Ancona, nonché consulente editoriale del Teatro Petruzzelli di Bari. Scrive testi critici per le maggiori istituzioni musicali nazionali e testi drammaturgici per alcuni dei più importanti compositori italiani. Nel 2006 gli è stato assegnato il Premio Feronia per la critica musicale.


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