Giochi perduti

Mestre Centro Culturale Candiani
da Sabato 12 Novembre 2016 a Domenica 26 Febbraio 2017
 

Pepi Merisio, Basket in Seminario a Bergamo, 1964 stampa ai sali d'argento vintage print © Pepi Merisio
Pepi Merisio, Basket in Seminario a Bergamo, 1964 stampa ai sali d'argento vintage print © Pepi Merisio

Fotografie, balocchi e racconti alla riscoperta del tempo passato

 

a cura di Elisabetta Da Lio
un progetto del Centro Culturale Candiani in collaborazione con Shots Gallery, Archivio della Comunicazione del Comune di Venezia, Museo dell'Educazione Dipartimento FISPPA Università degli Studi di Padova, IRE Istituzione di Ricovero e di Educazione, La Gondola Circolo Fotografico Venezia, FAST Foto Archivio Trevigiano

 


Il gioco
 

di Pepi Merisio
a cura di Raffaella Ferrari

 

 

Informazioni
dal 12 novembre 2016 al 12 febbraio 2017
orario: dal mercoledì alla domenica 16.00 – 20.00
aperto 8, 24, 26 dicembre e 1, 6 gennaio
chiuso il 25 e 31 dicembre
sala espositiva terzo piano
Ingresso libero

 

 

Giochi perduti



C'è chi gioca a calcio in Campiello de le strope e chi si tuffa nei rii cittadini, una bimba salta la corda in Campo Squellini... Ma c'è anche il gioco delle bocce al Lido -gli sfidanti in divisa elegante e impeccabile- il gioco delle carte, la lotteria con il coniglio alla Festa dell'Unità di Favaro e poi ancora le giostre, le palle di neve, il nascondino…
Ma questa è solo una piccola parte di quanto potremo ammirare in mostra, tra le fotografie che evocano le grida dei bambini, le voci delle persone, i rumori di una Venezia “perduta”, quella dei giochi tradizionali, nell'illusione che il racconto per immagini possa sottrarre al passato un frammento di vita della nostra città. Giochi perduti. Fotografie, balocchi e racconti alla riscoperta del tempo passato è infatti una vera e propria mostra nella mostra… e non solo.  Gli scatti provenienti dal Fondo Fotografico Tomaso Filippi, l'Archivio storico Circolo Fotografico La Gondola, il Fondo Reale Fotografia Giacomelli, e il Fondo Borlui del FAST faranno da contorno al reportage fotografico di Pepi Merisio: Il gioco. Si tratta del lavoro di un grande Maestro (di cui diamo conto in questa stessa pagina) che con semplicità e grandezza ha ritratto, in viaggio per l'Italia, momenti di gioco come elemento fondamentale nella vita dei bambini e degli adulti.

Oltre centoventi foto (vintage e modern print), decine di giocattoli selezionati dal Museo dell'Educazione dell'Università di Padova e da collezione privata, un ricco calendario di appuntamenti per adulti e piccini  sono le componenti di una operazione identitaria piuttosto che nostalgica. L'invito a riscoprire e riflettere  sul “tempo passato” vuole essere uno stimolo ad “esplorare “ il mondo del gioco contemporaneo con spirito propositivo e creativo, con le necessarie aperture anche ad un uso appropriato delle tecnologie nella varie manifestazioni inclusa quella dei videogiochi ormai considerati, citando Fabio Viola,  “una delle più complesse – e meno comprese istituzionalmente – espressioni culturali del nostro tempo”.

Elisabetta Da Lio


 

Il gioco è una cosa seria

 

Una selezione di oltre Sessanta fotografie vintage e modern print per raccontare con lo sguardo di Pepi Merisio, Il Gioco. Un racconto dolce e insieme premuroso, delicato e puntuale nello stesso tempo, per svelare e quasi spiare in religioso silenzio un tema meraviglioso che coinvolge da sempre bambini e adulti.
La mostra raccoglie una serie di scatti in modo quasi seriale in diversi anni: frammenti di vita scattati durante i viaggi di lavoro, documentazione dei borghi italiani e non solo.
Il gioco è un'evasione pura dalla realtà, una dimensione senza tempo in cui si è calati completamente in altri ruoli, concentrati in modo assoluto in una trama altra: dal divertimento al passatempo, dallo svago all'intrattenimento, ogni gioco ha le sue regole, e come nella vita c'è chi si impegna davvero, chi imbroglia o "bara", chi decide sempre e detta le direttive e chi accetta e dice sempre sì, senza creare problemi.
Il Gioco è una cosa seria, ed è senza dubbio uno dei primissimi approcci al mondo e ai nostri simili: è qui che emerge la fantasia, il carattere, la forza, la perseveranza e l'arrendevolezza di ognuno di noi.
Per Merisio all'epoca erano sicuramente momenti di vita “puri”, come dettava proprio la poetica Neorealistica e la tendenza fotografica e reportagistica di quegli anni, per noi oggi diventano documenti assoluti di tutta una tipologia e un'essenza del gioco che in parte non esiste più, e in parte si è radicalmente trasformata, lasciando spazio come molta della nostra vita negli ultimi anni, ai nuovi mondi digitali.
Dalle partite a calcio in piazza fino ai semplici giochi sulla neve, ogni scatto è quasi sempre all’aria aperta, a contatto con la natura; l'atmosfera è quella in cui tutto quello che succede e accade, viene percepito e accettato, accolto, quasi come forma di gioco: dalla neve in città, al lago ghiacciato per pattinare, dalle botti utilizzate durante la vendemmia, al nascondino tra i trulli ad Alberobello, fino a un semplice ramoscello, tutto diventa occasione di gioco. Non esiste un quando e un dove: dalla processione della domenica delle palme alle Necropoli, da Piazza Navona a Roma, a Piazza San Marco a Venezia, dal cortile interno della Basilica di Sant'Ambrogio a Milano, il gioco prende forma, in maniera spontanea e quasi innocentemente dissacrante anche in luoghi oggi considerati icone dell'arte e della storia, quinte impensabili oggi per scene di questo tipo.
Per Pepi Merisio “Fotografare significa documentare ciò che succede in un determinato momento, senza attendere fatti spettacolari. Perché lo spettacolo è la vita stessa e non bisogna forzare la vita. Fotografare significa essere sinceri con ciò che vediamo”.
E il gioco allora non è solo quello dei bambini ma anche quello degli adulti colti durante i passatempi classici, oggi relegati ai nostri anziani, ancora testimoni di queste abitudini e di questi giochi semplici: la tombola, le partite a carte nelle osterie, il girotondo, o la cavallina in maschera.
Come ha scritto Cesare Colombo, grande fotografo scomparso di recente e grande amico di Pepi Merisio “In Pepi, nelle sue fulminee (ma non casuali) occhiate ci appare vivissima una convinzione: i bambini ‘giocano’ come gli adulti vivono, e operano, come gli adulti lavorano, litigano, o si concentrano a pensare. Il gioco dei bambini è tale solo per noi, che ne abbiamo dimenticato tutta la serietà. In realtà si tratta di un vero allenamento alla vita... come lo è, su un altro piano, la scuola. Non a caso, ogni gioco che si rispetti è ispirato alla vita degli adulti, anche se le sue modalità vengono capovolte. Con una scelta inventiva che ogni volta ci meraviglia, e ci intenerisce. Le poche foto con i classici giochi riservati agli adulti (tombola, scacchi) ci confermano in questa opinione … La realtà, com’è noto, supera la fantasia: e sarà un recuperato fotogramma, il ricordo della nostra vita – appunto - come gioco, la vera fantasia che ci potremo permettere.”

Raffaella Ferrari

 

 


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