Un capolavoro del Seicento musicale italiano: l'Oratorio Jephte di Giacomo Carissimi

 

Con Giacomo Carissimi (1605-1674) l’oratorio latino, nato dallo sviluppo del mottetto dialogico di ambito controriformistico, raggiunge le più alte vette musicali e drammatiche. Si possono in esso riconoscere influssi diversi, dalla cantata latina alla “historia” biblica, alla lamentazione e alla nascente opera. Gli oratori venivano eseguiti ogni venerdì di quaresima, per lo più su commissione di mecenati che facevano capo all’Arciconfraternita del Santissimo Crocifisso in Roma. I soggetti erano tratti dall’Antico Testamento e, pur non essendo direttamente riconducibili al periodo quaresimale, ne condividevano tuttavia lo spirito penitenziale attraverso la drammaticità della narrazione.

Giacomo Carissimi
Giacomo Carissimi
La vita - Terzo figlio di un bottaio, Giacomo Carissimi si formò musicalmente lavorando prima presso la cappella della Cattedrale di Tivoli, come corista, dal 1623 al 1625, poi per altri due anni circa come organista, sotto la guida di Alessandro Capece e Francesco Mannelli. Nel 1628, giunto ad Assisi seguendo il vicario apostolico Getulio Nardini, era stato ingaggiato come maestro di cappella della Cattedrale di S. Rufino. Uno stato di servizio assolutamente nella norma. Quando fu assunto a Roma pare non avesse neppure pubblicato alcunché.
Carissimi si rese conto dell'occasione. Il Collegio Germanico offriva garanzie di una tradizione musicale illustre, anche se non molto antica. Fondato dai Gesuiti nel 1552, incorporò tra le proprie attività la musica solo dopo la riforma di Gregorio XIII nel 1573. Prima di Carissimi vi avevano lavorato autori come Tomás Luis de Victoria, Agostino Agazzari, Antonio Cifra. I discepoli del Collegio provenivano dalle migliori famiglie polacche, tedesche, inglesi, scozzesi, spagnole e anche italiane; la Basilica era frequentata abitualmente da cardinali, prelati, principi, ambasciatori.
Carissimi dimostrò la propria gratitudine verso chi l'aveva tanto generosamente prescelto. Per 44 anni, dal gennaio 1630 fino alla morte, prestò servizio ininterrottamente come didatta, direttore di coro, autore di musiche per le cerimonie e le festività del Collegio, delle chiese di Sant'Apollinare e San Saba, rifiutando altre offerte di lavoro. Nel 1643 rifiutò la successione a Monteverdi, a Venezia; disse di no anche all'imperatore (Ferdinando III o
Cristina di Svezia in un dipinto di Dumesnil, Versailles, Palazzo Reale
Cristina di Svezia in un dipinto di Dumesnil, Versailles, Palazzo Reale
Leopoldo I). Oltre il Collegio gesuitico, Carissimi accettò solo occasionali commissioni lavorando per case patrizie italiane e straniere, le corti di Francia e Belgio, forse di Austria e Germania. Non rigettò, invece, il titolo onorifico di Maestro di Cappella del concerto di Camera tribuitogli nel 1656 dalla regina Cristina di Svezia, giunta a Roma da pochi mesi.
La reputazione internazionale di Carissimi crebbe con la direzione a più riprese delle esecuzioni musicali di quaresima all'Oratorio dell'Arciconfraternita del SS. Crocifisso negli anni tra il 16550 e il 1660. Significative alcune note di diario del viaggiatore francese André Maugars:

I Musici più eccellenti gareggiano per farvi parte, e i Compositori di maggior valore brigano l'onore di farvi ascoltare le proprie composizioni, e si sforzano di farvi apparire ciò che hanno di meglio nel loro studio. Questa ammirevole e affascinante musica non si fa che i Venerdì di Quaresima, dalle tre fino alle sei [...] le voci cominciano con un Salmo, in forma di Mottetto, e poi tutti gli strumenti eseguono una bellissima Sinfonia, le voci poi cantano una Historia del Vecchio Testamento, nella forma di una commedia spirituale.

Val la pena precisare che nella prima metà del XVII secolo, quando nelle fonti documentarie ricorre il termine oratorio riferito alla musica ( si va a sentir l'Oratorio ) si intende genericamente la produzione musicale che accompagna gli esercizi spirituali, ma non un particolare genere musicale. Il primo caso documentato di uso tecnico del vocabolo in riferimento a una specifica composizione appare in una lettera scritta nel 1640, dal poeta e musicista dilettante romano Pietro Della Valle (1586-1652) e inviata al didatta e teorico fiorentino Giovanni Battista Doni.

L’oratorio Jephte, considerato uno dei grandi capolavori del genere, rievoca la storia di questo condottiero degli Israeliti che, per propiziarsi la vittoria sugli Ammoniti, fa voto di immolare in sacrificio a Dio la prima persona che gli verrà incontro dopo la vittoria. Gli si presenta la sua unica figlia e la gioia del successo si trasforma repentinamente in tragedia e in un accorato lamento che accosta, in stridente contrasto, la vittoria di Israele con la morte della vergine: “In laetitia populi, in victoria Israel et gloria patris mei; ego sine filiis virgo, ego filia unigenita moriar et non vivam”. A questo lamento risponde, in chiusura, uno struggente coro a sei voci.

Il testo è tratto dal Libro dei Giudici, cap. XI, con aggiunte di fonte ignota, ma forse dello stesso Carissimi. Eccolo nella traduzione di Angelo Chiarle:

Narratore [Contralto] Poiché il re dei figli di Ammon aveva sfidato in battaglia i figli di Israele e non aveva voluto prestar fede alle parole di Iefte, lo Spirito del Signore si posò su Iefte e, dopo aver marciato contro i figli di Ammon, fece un voto al Signore dicendo:

Iefte [Tenore] Se il Signore avrà consegnato nelle mie mani i figli di Ammon, chiunque mi verrà incontro per primo uscendo dalla mia casa, offrirò lui al Signore in olocausto.

Narratore [Soli e Coro] Si mosse dunque Iefte contro i figli di Ammon, per combattere con la forza dello Spirito e la potenza del Signore contro di essi; e squillavano le trombe, e risuonavano i timpani, e la battaglia fu ingaggiata contro Ammon.
[Basso] Fuggite, ritiratevi, empi, perite, genti; soccombete con la spada in mano, il Signore degli eserciti si è levato in battaglia e combatte contro di voi.
[Coro] Fuggite, ritiratevi, empi, andate in rovina e nel furore delle armi siate dispersi.
[Soprano] E Iefte colpì venti città di Ammon con un colpo troppo forte.
[Coro] E in mezzo agli ululati i figli di Ammon furono umiliati davanti ai figli di Israele.
[Basso] Mentre però Iefte ritornava vincitore nella sua casa, correndogli incontro la sua figlia unigenita cantava con timpani e danze:

Pagina originale dello Jephte
Pagina originale dello Jephte
Figlia di Iefte [Soprano]Inneggiate con i timpani
e salmodiate sui cembali, un inno cantiamo al Signore e mettiamo in musica un cantico. Lodiamo il Re celeste,
lodiamo il Principe della guerra, che ha reso vincitore il condottiero dei figli di Israele.

Compagne [Due Soprani] Cantiamo un inno al Signore
e mettiamo in musica un cantico per Lui, che ha dato a noi la gloria e a Israele la vittoria.

Figlia di Iefte
Cantate con me al Signore, cantate popoli tutti, lodate il Principe della guerra, che ha dato a noi la gloria e a Israele la vittoria.

Compagne [Coro] Cantiamo tutte al Signore, cantate popoli tutti, lodiamo il Principe della guerra, che ha dato a noi la gloria e a Israele la vittoria.

Narratore [Contralto] Quando Iefte, che aveva fatto il voto al Signore, vide sua figlia che gli veniva incontro, per il dolore e le lacrime si stracciò le vesti e disse:

Iefte Ahimè, figlia mia! Ahimè, m'hai tratto in inganno, figlia unigenita; anche tu parimenti, ahimè, figlia mia, sei stata ingannata.

Figlia di Iefte Perché io te, padre, ho tratto in inganno, e perché io, figlia tua unigenita, sono stata ingannata?

Iefte Ho fatto la mia promessa solenne al Signore che chiunque mi fosse venuto incontro per primo uscendo dalla mia casa, avrei offerto lui al Signore in olocausto. Ahimè, mi hai tratto in inganno, figlia unigenita; anche tu parimenti, ahimè, figlia mia, sei stata ingannata.

Figlia di Iefte Padre mio, se hai fatto un voto al Signore, ritornato vincitore dei nemici, ecco sono la tua figlia unigenita: offri me in olocausto per la tua vittoria. Questo solamente, padre mio, concedi alla tua figlia unigenita prima che io muoia...

Iefte Che cosa potrà consolare la tua anima, che cosa potrà consolare te, figlia destinata alla morte?

Figlia di Iefte Lasciami andare, affinché per due mesi io me ne vada in giro per i monti, affinché con le mie compagne pianga la mia verginità.

Iefte Va' figlia, va' figlia mia unigenita, e piangi la tua verginità.

Narratore [Coro] Andò via allora sui monti la figlia di Iefte e piangeva con le compagne la sua verginità, dicendo:

Figlia di Iefte Piangete colli, piangete monti, e per l'afflizione del mio cuore ululate.

Eco [Due Soprani] Ululate.

Figlia di Iefte Ecco, morirò vergine e non potrò per la mia morte esser consolata dai miei figli. Gemete selve, fonti e fiumi, lacrimate per la morte d'una vergine.

Eco Lacrimate.

Figlia di Iefte Ahimè, quale sofferenza insieme alla letizia del popolo, alla vittoria di Israele e alla gloria di mio padre; io vergine senza figli, io figlia unigenita morirò e non vivrò! Inorridite rupi, stupite colli, valli e caverne di orribile suono riecheggiate.

Eco Riecheggiate.

Figlia di Iefte Piangete, figli di Israele, piangete la mia verginità, e per la figlia di Iefte unigenita con un canto di dolore lamentatevi.

Coro Piangete, figli di Israele, piangete vergini tutte, e per la figlia di Iefte unigenita con un canto di dolore lamentatevi.


Dal punto di vista drammatico questo oratorio si divide in tre parti: la scena della battaglia, la festa per la vittoria, la tragica conclusione. A ciascuna di queste corrisponde un diverso carattere musicale, secondo una retorica largamente condivisa all’epoca: i cambi di tonalità da maggiore a minore e viceversa, l’uso di pause in funzione espressiva, il prolungarsi al canto di note dissonanti con il basso continuo, l’uso di intervalli aspri, per lo più diminuiti o tritoni.
Dal punto di vista della forma musicale lo Jephte è, come l’opera coeva, un susseguirsi di recitativi, cori e arie che rappresentano i personaggi del dramma: Historicus (il narratore), Jephte, Filia. A costoro si aggiunge l’Echo, la risposta delle montagne al lamento della vergine.
E’ un’opera profondamente unitaria in cui la recitazione gioca un ruolo decisivo; ed è proprio questa profonda compenetrazione tra musica e azione drammatica a renderlo un capolavoro.

 

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