Un'arte quasi dimenticata: l'antica ceramica veneziana

 

di Francesca Saccardo*



tratto dalla brochure dell'iniziativa, per gentile concessione del CdQ n.1

 

Ceramica: un materiale antico quanto l'uomo. I primitivi, plasmando la terra, ottenevano oggetti utili alla vita quotidiana, ma già sentivano l'esigenza di aggiungere a queste modeste stoviglie qualche decoro (generalmente inciso o impresso con un rudimentale strumento), per renderle più gradevoli e insieme esprimere la propria creatività. Ceramiche variopinte e raffinatissime furono prodotte dagli antichi popoli medio-orientali, nei territori che furono la culla della nostra civiltà. Se poi consideriamo i popoli che in passato abitarono la nostra penisola, dai Paleoveneti agli Etruschi, dagli antichi Greci ai Romani, osserviamo che un'abbondante e caratteristica produzione fittile accompagnò ognuna di queste culture. Anche a Venezia, la città del Leone, fiera conquistatrice di vasti territori in Oriente e in Occidente, non poteva mancare una fiorente attività ceramistica, che si sviluppò per una lunga stagione, dal Medioevo al XVII secolo, per estinguersi miseramente nell'epoca napoleonica dopo un periodo di crisi durato più di un secolo. Oggi l'esistenza di quest'arte, nonostante i numerosi studi degli ultimi vent'anni, è ancora poco nota non solo alla gente comune, ma anche agli storici dell'arte, in stridente contrasto con la fama mondiale di cui gode, ad esempio, la produzione vetraria muranese. Questa dimenticanza è dovuta probabilmente al fatto che l'antica tradizione ceramica veneziana agli inizi dell'800 si è del tutto perduta e solo in anni molto recenti alcuni moderni bochaleri hanno tentato timidamente di riproporre le forme e le decorazioni dell'epoca rinascimentale.

Glossario

L’arte antichissima della ceramica, le cui origini risalgono ai primi insediamenti stabili di agricoltori nel passaggio dall'età mesolitica all'età neolitica, comprende varie tecniche di produzione di oggetti in argilla sottoposti a una o più cotture. Il termine, che contraddistingue anche gli stessi prodotti ceramici, è derivato dal greco keramos ("argilla", "vaso"), ma è entrato nell'uso corrente solo nel secolo diciannovesimo. Dal latino "figulus", piccolo recipiente di terracotta, deriva invece l'espressione "arte figulina", riferita alla lavorazione dei vasi.




frammento di piatto con leone marciano, ceramica graffita a fondo ribassato, Venezia, seconda metà del XVI sec.


Le diverse qualità di ceramica sono classificate secondo le argille impiegate per l'impasto, il rivestimento e le tecniche di fabbricazione:
- la TERRACOTTA: argilla cotta a 900°-1000°C priva di rivestimento ovvero rivestita solo di vetrina piombifera (terracotta invetriata);
- la MAIOLICA: terracotta rivestita di smalto bianco o colorato e decorata e quindi sottoposta ad una seconda cottura, compresa tra 920°-940° C;
- la TERRAGLIA: un impasto di argilla chiara, quarzo e feldspato rivestita di vetrina piombifera;
- il GRES: un impasto compatto, bianco o colorato e ricavato da argille di roccia sedimentaria ricca di silicio;
- la PORCELLANA: un impasto compatto, bianco, commistione di caolino, quarzo e feldspati.
Poiché la terracotta è in genere porosa, il prodotto ceramico richiede un rivestimento in funzione impermeabilizzante. In origine allo scopo si levigavano e brunivano i pezzi, ma in seguito si ebbero rivestimenti e coperte vitree; una vernice composta di sabbie silicee e ossido di piombo (vetrina piombifera), o un composto di piombo accordato con lo stagno (smalto stannifero), o con un velo di terra bianca (ingobbio).
I colori si ottengono con diversi ossidi metallici. Le tonalità verdi con l'ossido di rame, quelle gialle con l'ossido di ferro, mentre l'ossido di cobalto produce gli azzurri, e l'ossido di manganese i bruni.
Le tecniche di foggiatura si svilupparono dalle più semplici modellature della creta con le mani e la spatola su stampi di vimini, cotte su fuochi all'aperto, alla modellatura col tornio usata già in antico in Cina, Babilonia, Assiria ed Egitto, alla stampatura con forme di terracotta e, più recentemente di gesso, fino alle moderne stampature a colaggio.
La tecnica "Raku", oggi largamente praticata dai modellatori, ha invece origini orientali: nasce per mano di Chojiro, ceramista giapponese vissuto nell'epoca Momoyama (XVI sec.), ed è da sempre legata alla produzione di ciotole per la cerimonia del tè (cha-no-yu). E' infatti per Sen Rickyu, maestro dello cha-no-yu, che Chojiro iniziò ad utilizzare la tecnica che poi verrà chiamata "Raku". Da allora in poi Raku è diventato anche il cognome della famiglia di ceramisti discendenti di Chojiro che da 15 generazioni porta avanti la tradizione del Raku in Giappone. La tecnica di lavorazione prevede una seconda cottura che serve a vetrificare il rivestimento. Il pezzo, una volta raggiunta la temperatura di fusione dello smalto, viene estratto dal forno e lasciato raffreddare rapidamente all'aria aperta. La ciotola è sempre eseguita a mano, senza l'ausilio di particolari strumenti: in questo modo le mani possono esprimersi liberamente trasmettendo all'argilla la sensibilità dell'artista.


Ritornando alle origini dell'attività figulina a Venezia, non sappiamo con esattezza quando sia iniziata una produzione di ceramica rivestita. I dati archeologici suggeriscono una datazione almeno intorno al secondo venticinquennio del XIII secolo, ma alcuni reperti lagunari sono forse più antichi di qualche decennio. Certamente nel 1301 anno a cui risale il Capitolare dell'Arte degli Scutelarii de petra, i ceramisti veneziani erano così numerosi da doversi riunire in corporazione. Questi vasai, che in epoca rinascimentale prenderanno il nome di Bochaleri, consideravano come santo protettore l'Arcangelo Michele, al quale avevano dedicato un altare nella Basilica dei Frari.



 

La tecnica della ceramica ingobbiata e graffita, la preferita fino all'epoca rinascimentale, giunse dalle lontane regioni bizantine, che da secoli mantenevano uno stretto legame politico e commerciale con Venezia. Probabilmente vi fu anche un trasferimento di maestranze, oltre ad un'abbondante importazione di stoviglie lungo tutto il XII secolo e oltre, come documentano i numerosi frammenti da Corinto, Cipro e dall'area egea rinvenuti nel territorio lagunare.




mattonelle in maiolica ispano-moresca, dalla chiesa di Sant'Elena, XV sec.

La tecnica della ceramica graffita consisteva nell'incidere il disegno con una punta sul pezzo rivestito da un bagno di argilla bianca (ingobbio). Seguiva la prima cottura e, completata la decorazione con i pochi pigmenti resistenti all'alta temperatura del forno (giallo ferraccia, verde ramina, bruno di manganese e, dagli inizi del XVI secolo, blu cobalto), si passava al bagno vetroso e alla seconda cottura, intorno ai 900° . Dopo le prime graffite "a spirale - cerchio", databili verso la metà del '200, compare la cosiddetta tipologia "San Bartolo", a partire dagli ultimi decenni del XIII secolo, caratterizzata da uno stile più elaborato, con motivi a raggiera, a stella, a quadrilobo, insieme alla raffigurazione di volatili ed alberi della vita. La definizione deriva da una chiesa del ferrarese, edificata nel 1294, che porta infissi una ottantina di bacini (ceramiche per decorazione architettonica), di fattura omogenea, appositamente commissionati per ornare la facciata. Un secolo più tardi, tra lo scorcio del XIV secolo e gli inizi del XV, nasce una nuova tipologia, la "graffita arcaica padana", che rivela una certa omogeneità di forme e decori nella produzione di diversi centri di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna e perfino del lontano Piemonte.
La graffita veneziana adotta nuovi motivi, ancora di tipo geometrico o fitomorfo fiori, melagrane, stelle, losanghe e soprattutto palmette, nella tipica disposizione entro settori o quartieri. Sono spesso raffigurati anche uccelli, con ali e piumaggio stilizzati alla maniera bizantina, mentre è raramente documentata la raffigurazione umana. Lungo il XIV secolo fu prodotto a Venezia anche ceramica ricoperta da uno smalto a base di stagno, la cosiddetta maiolica arcaica, prodotto più pregiato della ceramica invetriata e quindi meno diffuso. Le forme più comuni sono boccali piuttosto slanciati, dipinti a bande in verde e bruno, con motivi geometrico-vegetali entro fasce, ma non mancano anche piatti e scodelle. Il ritrovamento, nei primi anni novanta, di centinaia di scarti di fornace da uno sterro a Malamocco ha consentito di attribuire a Venezia la produzione anche di questa tipologia. Nella laguna sono state rinvenute anche alcune tipologie d'importazione di notevole interesse, perché molto rare nei ritrovamenti delle nostre regioni nord - orientali: protomaioliche del XIII - XIV secolo dalla Puglia e dal Meridione d'Italia, che oltretutto influenzarono la produzione locale; variopinte ceramiche dal Magreb, dall'Egitto e dalla Siria. Nel XIV - XV secolo giunsero dalla Spagna in grande quantità stoviglie con bei decoro in blu e lustro dai bagliori metallici, oggetti assai pregiati e graditi ai veneziani: queste maioliche, "ispano-moresche" costituirono infatti l'unica eccezione alle rigide leggi protezionistiche della Serenissima, che vietavano ogni altra importazione, a difesa dell'arte locale. I pavimenti di due cappelle della chiesa di Sant'Elena, oggi dispersi e in parte conservati al museo della Ca' d'Oro insieme ad altri pezzi di provenienza erratica, documentano anche la richiesta di mattonelle di produzione valenzana. Con ogni probabilità fu anche in relazione a questo fenomeno che lungo tutto il XV secolo i ceramisti veneziani decisero di interrompere la produzione di ceramiche smaltate a favore dei prodotti ingobbiati e graffiti, tra l'altro più compatibili con le materie prime locali.

Boccale in maiolica policroma, di area romagnola, XVI sec.
Boccale in maiolica policroma, di area romagnola, XVI sec.

Le maioliche importate dalla Spagna probabilmente risultavano anche più convenienti oltre che esteticamente più gradite, rispetto alla produzione autoctona. Le varie fasi di lavorazione della ceramica, sono ben illustrate ne "Li tré libri dell'arte del vasaio" del Cavalier Cipriano Piccolpasso, noto ceramista di Casteldurante, che in questo trattato, scritto a Venezia intorno alla metà del '500, svelava per la prima volta i segreti dell'arte, fino ad allora gelosamente trasmessi di padre in figlio. Le numerose incisioni riproducono l'interno di una bottega di epoca rinascimentale, la forma del tornio e del forno, degli attrezzi per modellare l'argilla e per infornare i pezzi, i disegni ornamentali caratteri stici delle varie tipologie e molto altro ancora. La stagione d'oro della ceramica veneziana corrisponde all'epoca rinascimentale: a partire dalla metà del XV secolo grande è la varietà di forme - piatti, scodelle, bacini, boccali, fiasche, etc., nei quali la rappresentazione umana fa ormai da protagonista: figure angeliche e profane, busti di giovani e dame in ricche vesti ed acconciature; si diffonde il genere amatorio, i "gameli" o doni di fidanzamento e di nozze con il ritratto della persona amata, talvolta con scritte inneggianti all'amore e alla bellezza, oppure con animali simbolici e benaugurati (il coniglio allude alla fertilità, il cane alla fedeltà, il cervo alla nobiltà di stirpe, il cerbiatto alla mansuetudine). La fonte d'ispirazione è costituita da modelli pittorici e da miniature, ma anche dal nuovo efficace veicolo delle incisioni su legno o rame (xilografie e calcografie). Intorno alla metà del '500 la tecnica del graffito si trasforma, arricchendosi di nuovi giochi chiaroscurali ed effetti di rilievo ottenuti mediante l'uso di una punta più larga: la graffila a stecca è decorata in semplice monocromia, con rosoni di ascendenza islamica che ricordano l'elegante traforo di un merletto, mentre la tipologia a fondo ribassato ha decori molto vari, ad esempio due paesi e due soggetti entro architetture, con busti anche caricaturali, animali, frutta e altro racchiusi tra una sona di quinte teatrali di gusto palladiano; il tipo a scritte dialettali di pietanze consiste in stoviglie simili ai nostri "piatti del buon ricordo", che forse erano usate come insegne di osterie.
All'alba del XVI secolo, dopo un secolo di abbandono, rifiorisce a Venezia la ceramica smaltata, meglio nota come maiolica. L'impulso fu dato questa volta dal breve dominio della Serenissima sulla Romagna e quindi su Faenza, noto centro di produzione ceramica. Maiolicari faentini si trasferirono a Venezia, vi giunsero anche le belle stoviglie della Ca' Pirota, con lo smalto azzurro "berrettino" di varia intensità, che la produzione locale subito imitò, dimostrandosi peraltro ricca di note di fresca originalità, come nel genere "a fiori e frutta", in vivace policromia, o nei decori monocromi a paesaggi, a foglie di vite, "alla porcellana" ed altri ancora. Il Cinquecento è l'epoca dei grandi maestri: Lodovico, lacomo da Pesare, e il famoso Mastro Domenico, il più noto ceramista veneziano, che fu proprietario di una fiorente



Frammento di catino, prima metà del '400

bottega negli anni '60-'70 del secolo. Dalla seconda metà del XVI secolo si fanno comuni nei ritrovamenti lagunari le scodelle in "stile compendiarlo", invenzione faentina influenzata anche dalla sobrietà richiesta dai dettami della Controriforma, nelle quali la decorazione consiste in una figuretta centrale santo o cherubino. Venere o putto-schizzata in sobria policromia su fondo bianco. Nel '600 la più bella produzione veneta (e probabilmente anche veneziana) in maiolica è rappresentata dalle cosiddette "candiane", che imitano i ricchi decori floreali delle ceramiche turche, importate da Iznik.
I ceramisti locali non furono in grado, tuttavia, di riprodurre il brillante rosso anatolico e spesso i colori presentano evidenti sbavature. Una versione più popolare di questo genere di stoviglie porta iscritto il nome di una religiosa e la data dell'ingresso al noviziato. L'epoca postrinascimentale corrisponde ad un periodo di decadenza dell'arte ceramica veneziana, e della tipologia graffita in particolare. La produzione si fa più abbondante ma più scadente: le forme diventano pesanti ed irregolari, il decoro sempre più corrivo, i colori slavati o grumosi. Agli albori dell'800 fu decretato lo scioglimento dell'Arte, ma già da diversi decenni questa si era pressoché estinta né, come abbiamo già osservato, vi furono ulteriori tentativi di riallacciamento all'antica tradizione.

 

* storica dell'arte del Polo Museale del Veneto, curatore della Sezione Ceramiche della Galleria G. Franchetti alla Ca' d'Oro.

 

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