Fiumi di versi. La distanza immedicata di Stefano Guglielmin

 
copertina del libro
Le Voci della Luna, Bologna, 2006 
(edizione bilingue con traduzioni in inglese a cura di Gray Sutherland)

Presentazione del volume: 
SpazioEventi Libreria Mondadori, 
lunedì 19 marzo 2007 ore 18,00

Sarà presente l'autore

Stefano Guglielmin non è un poeta “facile”, ma è un “poeta”. Cosa nient’affatto scontata, nell’odierna galassia microeditoriale di autori di versi; intendendo per poesia , oggi più di ieri, la capacità di investire la scrittura di molteplici azzardi significanti, evitando scorciatoie presuntive su piedistalli autoriali oggi spesso posticci, per ritentare sul foglio la via di una ricomposizione armonica delle parti, in grado di sviare sulle proprie suggestioni il nudo urto della decrittazione del senso. Quando poi fra le righe del curriculum letterario di Guglielmin troviamo anche un Primo Classificato al Premio Lorenzo Montano, che nel panorama dei premi letterari rappresenta il concorso forse più qualificato a cogliere le suggestioni in progress dell’officina poetica contemporanea, non desta sorpresa se la sua ultima fatica poetica, La distanza immedicata (Le Voci della Luna, Bologna, 2006), si presenta come un’opera di grandi ambizioni, con un’articolazione interna strutturata su più livelli simbolici. Non si tratta infatti di testi più o meno tematicamente affini o stilisticamente omogenei, su cui l’autore abbia ricucito a valle i pattern di sezioni semantiche coerenti, ma di un incastro millimetrico di percorsi, che dalla macrostruttura del contenitore alla microstruttura grafica del testo si prefiggono di offrire al lettore tracce convergenti di avvicinamento, sull’allegoria-guida di un'acqua eternamente scorrente; filo di sintesi simbolica estensiva, a trama multipla, fra identità e rinnovamento, orizzontalità e caduta, indistinzione di forme e definizione di confini; applicato, in una trasversalità di rinvii e affioramenti concreti, alla storia stessa dell’umanità, e in definitiva alle sorti della poesia. 
La raccolta si articola infatti in sette “capitoli”, cinque dei quali portano nomi di fiumi e il sesto (Dripping) di una tecnica dell’action painting che indica il gocciolamento dello spruzzo di colore sulla tela posata a terra; con ’ultimo, La riva / I nomi, ad offrire un possibile punto di approdo che accosta il margine fisico del lembo di terra affiorante dall’acqua alle minime unità del linguaggio portatrici di senso.
Stefano Guglielmin
Sulla struttura e i contenuti dell’opera non mancano, in rete, fecondi contributi critici (fra cui segnaliamo l'ampio saggio di Massimo Orgiazzi e l'acuta lettura di Fabiano Alborghetti). Guglielmin, se per temi e attitudini letterarie sembra autore piuttosto appartato rispetto alla “media poetica” della sua generazione, dall’altra conta centinaia di pagine web che in vario modo parlano della sua poesia; blogger attento e raffinato, l’autore non si ritrae al confronto coi lettori, lasciando qua e là tracce significative, anche da dietro le quinte , della sua poetica. Fra cui ci ha colpito, accanto a rilievi di merito, un’idea di poesia come luogo stratificabile in livelli differenti di “valore”, sulla base dell’investitura programmatica del suo autore. Cosicché un componimento precedente alla raccolta come “Sponsor River”, che fa catodicamente il verso al capolavoro di Edgar Lee Masters, con strofe della vitalità e lo spessore della seguente:

“ [...]
esattamente il verso in volo dei colussi
quel tuffo che affama il bianco delle tazze
quando
le frolle briciole si sfanno e la famiglia
sbroncia il sonno con la lima”
[...]”

un testo fulminante come questo, dicevamo, (dove pare riverberare con precisione di dettagli l'eco dell’Ecce Video di Valerio Magrelli) è concepito dall’autore come divertissment di seconda fila, a malapena degno di affioramento, rispetto a una poesia “alta”, come quella de La distanza immedicata:

“sono convinto che questa sia poesia minore, ma mi piace farla conoscere, anche per mettere in luce una parte di me che rimarrebbe altrimenti nascosta. Diverso il discorso del testo in word, che appartiene a La distanza immedicata che uscirà alla fine di luglio per le edizioni Le Voci della Luna

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Interno
Insomma, nel laboratorio poetico di Guglielmin sembra contare il trattamento estensivo del materiale, il cesello del disegno complessivo cui si subordina ogni dettaglio, con un'autopercezione dell’esito scrittorio come aderenza a differenti “parti di sé”, di maggiore o minore rilievo; chiave che privilegia una ragion d’essere poetica a monte sull’esito della sua lettera e un'opportunità stilistica di sistemazione dei materiali. Compito della poesia “vera” per Guglielmin sembra quello di tentare di volta in volta un avvicinamento agli interrogativi insolubili sul “Senso” originario della vita e della storia, presso i bordi-rive del nulla; operazione condotta con ogni risorsa-rigore di forma e schieramento complessivo di forze, rispetto a cui la raccolta ambisce a farsi, più che scialuppa provvisoria, sagoma rompighiacci, autoinclusiva nella propria carenatura di senso, preparata agli urti senza lasciare in giro, o nella fantasia del lettore, troppe scaglie di vernice multicolore. 
Sul piano linguistico, i testi ci sembra privilegino un lavoro di scavo in senso verticale, reiterato sulle singole unità lessicali, e più in superficie, il tactus di uno stringente incalzare ritmico, sulla sostanziale assenza di rime e assonanze interne; ogni elemento tende a rapprendersi nei propri fonemi, isolando un proprio cono d’ombra o riplasmando in essi un senso ricorrente di vertigine, cui concorre a colpo d'occhio l’accostamento di versi polisillabi e monoverbi. Come in questo incipit corsivo di La riva / i nomi

a capo dei nomi scavi
ancora nei polmoni di dio
cieca per troppa luce
e aperta ad una lingua mortale
slabbrata ai margini dei suoni
come debussy o la voce
che resta abbandonata all’aria
nascendo

Qui la lettura non può prescindere dal contesto: il “tu” cui si rivolge il poeta (la vita stessa?) ricorre infatti nella sezione a comporre un’intonazione complessiva che oltrepassa i confini del singolo testo; e la scelta lessicale si attesta a verticalizzare, appunto, l’orlo di un’insistita vertigine sull'abisso del nihil del segno-senso (con accenti di sapore zanzottiano, più evidenti nel componimento riportato nella pagina successiva, con un io scorporato dal soggetto assai vicino alla Prima persona di Vocativo). Diverso è il tono quando il singolo testo assume su di sé il compito di illustrare – perlustrare le tracce indiziarie dell’operazione complessiva, più aperto ad eredità ermetico-simboliste, come il componimento che precede e introduce la prima sezione, Oceano e Teti:

poesia era l’enorme
vuoto, la fitta rete d’uova
del diplodoco a mezz’acqua
quel brulichio dal fondo
che saliva, dopo, strisciando
fino al topo e alla crosta
d’uomo in terraferma
col suo pelo, la lingua-mano
il fare grosso del respiro
seppellendo i morti, adorando
in poco tempo il lampo, la
madre, l’area del pentagono
 
l’agonia

 
Raramente ci è capitato di leggere, condensata in pochi versi, una parabola simbolica-ottica così compiuta e convincente sul senso archetipico della poesia, la sua contiguità biologica alla molecola che risale dall’acqua per produrre vita (ci viene in mente l’ “Anguilla” di Ennio Cavalli) e, con la vita, la lingua-mano dell’uomo che dice – esplora il mistero del mondo. Fino all’irruzione fatale del pentagono, simbolo di Satana e della guerra, e dell’agonia, come lotta finale contro la morte, elevata qui alla posta in gioco di una sopravvivenza oltre il lampo bifido della natura matrigna e dell'arma da fuoco, che può darsi, appunto, nella persistenza della parola e della poesia.
 
Roberto Ranieri

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI), dove vive e lavora come insegnante di lettere. Laureato in filosofia, oltre a La distanza immedicata ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del Gruppo Fara, Bergamo 1985, premio “poesia giovane”), Logoshima (Firenze Libri 1988) e Come a beato confine (Book editore, Castelmaggiore 2003, premio Lorenzo Montano) ed il saggio Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, Verona 2001). Un suo racconto breve è pubblicato su AA.VV., La lente chiara, la lente scura (Empiria, Roma 2002, premio A.M.Ortese). Fitta e interessante è la sua partecipazione a riviste, tra le quali si ricordano: “Atelier”, “YIP. Yale Italian Poetry”, “Il Segnale”, “L’Ulisse” e altre ancora.


Ventirighe

Un assaggio di lettura

da: Oceano e Teti

 
3
 
se pretendi il salto
e l’elmo o quella forza
che dia il frutto
chiaro della mano
se reclami l’opera e l’intero
se scrivi a caso o spiovi
fino alla pozza o al buio
se incidi ed espelli se sei terra
cioè pane cioè bocca e cieco
t’infuochi se sei palmo
sospeso tra nero e astro o punto
se sei punto o covo
io che in me batti e sporgi fuori
e parli e vedi e scampi
al vuoto ‹‹dove comincia - chiedi -
dove finisce io dove finisco
se sono salto ed elmo e palmo
se parlo e ovunque muoio? >>
 

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