Mi racconto... Ti racconto Storie e ricette del nostro mondo

 
Copertina del libro
Recensione di Francesca Sartori


Storie e ricette del nostro mondo

a cura di Reza Rashidy
in collaborazione con Casa della Cultura Iraniana
Prefazione di Massimo Montanari
Coop Editrice Consumatori, 2007
 
 
14 interviste per affrontare il tema dell’immigrazione da una prospettiva diversa. Reza Rashidy propone un volume in cui mettere in luce non solo i problemi dell’attuale onda di nuovi abitanti, più o meno nascosti, che si è stanziati negli ultimi anni in Europa, ma i problemi e gli sviluppi delle onde migratorie che negli anni hanno caratterizzato il popolamento di nuovi territori, in un fenomeno di post colonialismo che non sembra essersi minimamente affievolito nel tempo e anzi è diventato origine di quelle che oggi chiamiamo “culture”. Si vuole ricordare come la tipicità di sapori, prodotti, musiche, arti sia in fondo non così originale e pura come certi ambienti protezionisti vorrebbero far credere, ma sempre e comunque fusione tra sensibilità, storie e memoria differenti.
 
Si parla degli italiani, di ciò che il nostro stesso popolo nei decenni ha portato nei paesi di accoglienza, e non sempre si trattava di “taralli e vino”, più spesso mafia, disordini, accanto a povertà ed emarginazione. Si parla ancora e soprattutto di quella che al giorno d’oggi è l’accoglienza fredda e timorosa dei paesi d’arrivo, in cui l’economia chiede a gran voce l’utilizzo di nuova manodopera disposta a orari pesanti e salari minimi, per tutta quella serie di impieghi che la cittadinanza autoctona, ormai sempre più appartenente ad un certo borghese, rifiuta di fare. E allora ben vengano operai, manovali, badanti, colf; ma non appena si tocca il dolente tasto dell’integrazione tutto questa accoglienza comincia a sfaldarsi e alla necessità di forza lavoro nuova, si sostituisce la paura dello straniero, di essere attaccati al cuore delle proprie radici.
 
L’identità e lo scambio sono alla base dell’intera struttura del testo. È infatti un primo sguardo ai grandi movimenti migratori, da continente a continente, a rendere chiaro come il concetto di purezza razziale e culturale non esista affatto nella realtà e che invece tutte le caratteristiche che aiutano ad identificare un popolo non siano altro che un melting pot piuttosto eterogeneo d’influenze, che nel tempo ha unificato stili di vita, credenze, culti di popoli molto diversi tra loro. Dunque quale punto di partenza ideale se non proprio la cucina? Il sapore, che richiama alla memoria la terra, le tradizioni, il gusto e le usanze di genti ed etnie differenti, diventa qui veicolo di conoscenza che da un lato sottolinea un punto di partenza e dall’altro raggiunge una nuova definizione, spingendo ancora avanti la sperimentazione e l’unione. Il cambiamento è la molla e viaggia nelle due direzioni, portando sempre qualcosa e sottraendo nulla, per quanto la maggior parte delle volte gli incontri tra culture non siano pacifici bensì drammatici, quando non critici. Il viaggio degli uomini così corre su binari a volte pericolosi e traballanti, in cui il rischio dell’incomprensione e, conseguentemente, dell’emarginazione resta sempre in agguato. Ma il viaggio non si arresta perché l’emigrazione, differentemente da quanto si pensi comunemente, non è una scelta facile ne voluta, ma quasi sempre una costrizione: il tentativo più estremo di emanciparsi e ricostruirsi una vita, partendo da condizioni disperate nella propria terra d’origine. Il viaggio è già duro di per sé, ma niente a confronto con l’ostilità spesso riservata ai nuovi arrivati, generalmente convinti dell’utopia di tornare indietro un giorno. Ma la realtà è che le generazioni successive, le vere vittime senza patria, non sentiranno il bisogno del rientro alla patria d’origine: ibridi prodotti di due società in contrasto anche se ormai indissolubilmente legate, dimenticheranno presto la memoria collettiva della propria gente, sentendosi però, purtroppo, tristemente, ancora stranieri nel paese in cui vivono.
 
Storie quindi che portano inevitabilmente l’amaro in bocca della nostalgia, della paura, della rabbia. Ma in fondo storie – vere – di speranza. La parte centrale del volume lascia in parte in un angolo le riflessioni su fenomenologia, significato e conseguenze dell’immigrazione, portando in primo piano la parole dei protagonisti del fenomeno. E le loro narrazioni, accanto ad una brevissima e introduzione ai loro paesi di provenienza, raccontano un’Italia (ma non solo) che molto spesso sfugge all’attenzione, un’Italia nascosta che vive, lavora, suda ma ancora viene relegata in un cantone senza diritti civili. E in assenza di diritti diventa immancabile l’assenza di doveri...
 
Largo quindi ad un nuovo linguaggio comune! Un nuovo modo per incontrarsi e conoscersi e apprezzarsi e “assaporarsi” a vicenda... Ogni intervista si accompagna ad alcune ricette tipiche e in ognuna di esse non soltanto l’aroma lontano di paesi sconosciuti, ma ormai il ricordo di gusti provati, quando durante un viaggio quando in un ristorantino etnico sotto casa, e da questi sapori una nuova possibilità di comunicazione. Il mondo si amplia: ma mentre alcune frontiere cadono, altre barriere sorgono dal nulla a creare nuove divisioni. Magari, partendo da un nuovo piatto, o “aggiungendo un posto a tavola”, arriverà nel tempo anche l’integrazione.
 
 
Il curatore
Reza Rashidy nasce e compie gli studi fino al diciottesimo anno di età a Teheran. Nel 1 968 arriva in Italia e nel 1976 si laurea in Architettura presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia (I.U.A.V.). Nel 1978 si trasferisce ad Algeri e lavora per l'Ente Statale di Pianificazione Territoriale. Nel 1979 torna a Teheran dove collabora come giornalista all'ANSA e come operatore culturale all'Istituto Italiano di Cultura. Ha svolto numerose ricerche in Italia tra le quali uno studio su La crescita economica e l'urbanizzazione in Iran: A Teheran ha svolto per diversi anni un'intensa attività di traduttore di saggi e libri. F stato tra i principali fondatori dell'Associazione di Amicizia Italia - Iran. Dal 1986 risiede in Italia dove si occupa di questioni relative all'immigrazione e all'intercultura. Attualmente è laureando al Master di Immigrazione e Trasformazioni Sociali presso l'Università di Ca' Foscari di Venezia. Ricopre vari incarichi nel mondo dell'associazionismo degli immigrati ed è componente di diverse Consulte per l'Immigrazione.
 
 
Per saperne di più:
L'evento 
Sabato 5 maggio, ore 17 e ore 19
Incontro con gli attori e gli autori del libro 
Incontro con i sapori

Centro Culturale Candiani



macchina da scrivere
Ventirighe


Un assaggio di lettura

« [...]...Ed è interessante scoprire che la polenta si mangia in Italia ma anche in Romania, in Russia, in Congo; il riso, cucinato nei modi più vari, lo si ritrova nelle ricette di tutti i continenti e l'insalata russa si fa nello stesso modo in Romania, Moldavia ed Iran!
Cannella, curcuma, curry, cardamomo, zenzero, prezzemolo e menta, pepe e peperoncini, acqua di rose e acqua di fiori d'arancio, alloro e timo, miele e yogurt, zafferano, sesamo e semi di papavero, tahina, sommaco e agresto, coriandolo e melograno... profumi e sapori che nei piatti hanno un posto importante: ogni cucina ha le proprie combinazioni preferite, tutte da scoprire, perché la cucina globale e quella locale possono coesi­stere (...) dando origine a un inedito modello di consumo che alcuni socio­logi hanno proposto di chiamare «glo-cale». Perché le identità, oltre a essere mutevoli nel tempo, sono multiple .
In molte tradizioni culinarie c'è l'abitudine di proporre tutte le vivan­de, ad eccezione dei dolci, contemporaneamente, lasciando ai convitati la scelta di servirsi seguendo le preferenze e la propria gola.
È per questo che non abbiamo suddiviso le ricette secondo l'ordine tradizionale di antipasti, primi piatti e così via, a cui siamo abituati in Ita­lia. Personalmente, ho spesso proposto un buffet con diversi piatti, assaggi che creano una festa di colori e danno agli ospiti il piacere e la curiosità di poter scegliere secondo il proprio gusto e la propria ispirazione.Più tradizionalmente posso suggerire come antipasti tutti i boranì del­le ricette persiane, la bstilla marocchina o le empanadas argentine e cile­ne, le fataya senegalesi, i varénichi ucraini, i moin-moin o dodo nigeriani, la causa rellena o il cebiche peruviani o la salata boeuf o i sarmale rumeni... un viaggio per gustare le culture altre, stando nella propria casa. [...]»

(brano tratto da Mi racconto... Ti racconto a cura di Reza Rashidy, Coop Editrice Consumatori 2007 Bologna, pag.32)

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