Teatro (in)stabile di strada. Incontro con Marco Gobetti

 
Voglio un pappagallo
Marco Gobetti

Un uomo di 40 anni esce di casa, verso l’imbrunire, trainando un carretto. La destinazione è una piazza o un luogo generalmente ampio, un bacino che al contempo permetta alla carovana dei passanti di fluire e rifluire dal luogo stesso. Nessuna chiusura, nessuna centralità. Quest’uomo sceglie un perimetro immaginario accostato ad un muro; dà respiro al carretto liberandolo del trasporto che a sua volta va a comporre uno scenario scarno: una lampada, una sedia, una latta vuota, qualche indumento. Da qui, dal nulla, prende avvio lentamente la sua narrazione fatta di gesti e parole e fili di un discorso che monta col trascorrere del tempo e dei passanti. 
L’uomo, Marco Gobetti, torinese, è un artigiano del teatro. Autore e attore attivo dal 1994, ha fondato la compagnia “Il barrito degli angeli – Marco Gobetti” nel 2005 debuttando con la prima versione di Voglio un pappagallo– Matthew Smith: Il p(r)ezzo della vita di un uomo.
Parallelamente alla sua attività teatrale istituzionale ha dato così inizio ad un progetto di teatro stanziale di strada, memore del teatro medievale alternativo allo spettacolo sacro e, più ampiamente, della tradizione europea dello jongleur, il portavoce (ma anche voce ex novo) della cultura popolare che a partire dal VI secolo andò a sostituire i termini come mimus, scurra e histrio. Ce ne parla il diretto interessato. 

«L’idea della stanzialità, e di dar vita a Teatro Stabile di Strada®, si nutre di una scelta poetica e politica al contempo, se pur distintamente. La poetica rispecchia la volontà di operare una vivificazione dell’atto teatrale che parta dalla drammaturgia e dalla narrazione, per poi investire il rapporto con il pubblico e il luogo della rappresentazione. Quella politica, invece, riguarda la altrettanto forte volontà di dimostrare che “Teatro” può essere un’entità esente da logiche di serrata commercializzazione e di legame alle strutture politiche, logiche che inevitabilmente alterano la natura dell’Incontro che avviene a teatro. Ma questa resta naturalmente una convinzione personale, non mi interessa attaccare frontalmente il sistema. Più che altro cerco di lasciarvi una mia traccia dall’interno, operare invece che polemizzare. E questa traccia non è una teoria estetica o una particolare prassi tecnico-attoriale, ma bensì piuttosto la ricerca di un “accadere”che si manifesti tramite io che narro e le persone che si fermano ad ascoltare.»

Voglio un pappagallo
Foto di scena di fronte al Teatro Carignano

C’è dunque una partecipazione attiva dei tuoi spettatori?
Non proprio. Non porto in giro un talk show ne tantomeno una conferenza. Porto una storia, una narrazione fatta di ricordi, suggestioni e rimandi alla contemporaneità che al suo interno lascia delle maglie aperte all’improvvisazione. Mettiamola così: c’è una parte rigida fatta di canzoni, filastrocche e recitativi che si può definire il nucleo strutturale, quello che si recita “a memoria”. Sotto questo nucleo scorre il senso che lo spettacolo porta con sè e che rappresenta, per metafora musicale, il tema su cui si innestano sempre nuove partiture verbali. Nuove perchè provengono dal rapporto tra azione mia e reazione degli spettatori. Alcune di queste improvvisazioni, poi, si cristallizzano andando ad arricchire il nucleo e così proseguendo, di stanzialità in stanzialità. Sottolineo una cosa: il pubblico, le persone, sono parte necessaria quanto lo sono i luoghi. Io da solo non sono sufficiente a quello che voglio si realizzi.


Ossia?
L’Accadere di cui parlavo prima. A rischio di essere banale o ingenuo, ciò che perseguo è il darsi di un evento comunicativo che si riveli in corso e non dato a priori. Il teatro, o meglio un teatro avviene quando uno o più attori si incontrano con un pubblico in uno stesso spazio; è il modo più antico – non per questo anacronistico, anzi sempre innovativo e contemporaneo proprio perché vive degli uomini con cui avviene – ed essenziale per ricercare il “fatto magico e sociale” di cui parlò Gian Renzo Morteo a proposito del teatro contemporaneo.
L’uscire dai luoghi istituzionali del teatro e operare per strada, gratuitamente, è il modo tramite cui cerco questo fatto magico per cui più persone assieme diventano tramiti e destinatari di una parola che esprima una socialità o simpatia, nel senso etimologico greco di partecipazione comune ad un sentimento. 

Voglio un pappagallo
Marco Gobetti, foto di scena

La tua sembra quasi una volontà pauperista.
Un cittadino usufruisce o meno del teatro nella misura in cui si scontra con difficoltà di accesso al medesimo e nella misura in cui riesce – grazie a proposte esterne e capacità ed interesse propri – a superare quelle difficoltà.
Ogni cittadino è dunque un potenziale spettatore, ma spesso non lo diventa perché è scoraggiato o addirittura ostacolato. Penso alle politiche scellerate di certi teatri stabili, al costo dei biglietti, alle produzioni con budget miliardari che gridano vendetta al cospetto di quello spettatore potenziale che sempre più spesso ha il conto in banca in rosso e sa che, per la crisi del suo mantenimento in vita, nessuna Istituzione prevede sovvenzioni e quando le prevede centellina briciole gloriandosi di averle elargite: allora può pure non avere voglia di andare a vedere uno spettacolo che è costato centinaia di migliaia di euro, se non altro per rabbia. Per citare solo uno degli aspetti scoraggianti di un sistema che non funziona: per non entrare nel merito dell’assistenzialismo sovente scriteriato, che per nulla valuta e si misura con la qualità e l’entità dell’attività degli operatori teatrali assistiti. Ma analizzare il sistema che non funziona è atteggiamento, sì, imprescindibile e doveroso, ma assolutamente inutile se non si trasforma in propositività.

Come dicevi prima, quindi, contaminare e non attaccare frontalmente.
Non credo che si possa e si debba tentare di rovesciare un sistema solo perché non funziona – tra l’altro per qualcuno funziona: il problema è che funziona per pochi -, credo che in questo caso ben valga il detto “Gutta cavat lapidem”, che un sistema si debba semmai contaminare. E per contaminare occorre proporre (proporre agendo, ovviamente: non solo dicendo).
Manca - da parte nostra - l’umiltà di ammettere che il teatrante non è solo un artista, ma è pure e soprattutto un uomo che vuole comunicare con altri uomini e per farlo deve recuperare un’identità artigianale. Io devo capire e mai dimenticare che artista lo divento all’atto dell’incontro con il pubblico ed è solo grazie al pubblico che il mio spettacolo può dirsi tale e tutto ciò che faccio per arrivare a quell’incontro deve essere volto a fare sì che l’incontro stesso possa diventare proficuo.

Tu hai parlato di gratuità, io di pauperismo. Scusa la domanda, ma come ti mantieni?
(ride) Giusta domanda. Oltre a Teatro Stabile di Strada®, lavoro come attore presso altre compagnie e tramite la mia. Nell’aprile 2007 ho avuto anche il piacere di interpretare la parte di Alej nel film “ San Pietroburgo”, di Giuliano Montaldo. Per quanto riguarda Teatro Stabile di Strada® ricevo l’ospitalità da parte dei comuni che accettano la mia iniziativa. Non chiedo compensi artistici né ai Comuni stessi né agli spettatori. Per rispettare la tradizione degli artisti di strada, tengo un simpatico cappello in cui chi vuole può lasciare un libero apprezzamento. Una volta ho trovato un buono pasto, un’altra un dollaro ma va benissimo così. Lo spirito che accompagna questa stanzialità non spartisce alcunchè con il lucro.
Come ho espresso prima è una volontà di ricerca libera, gratuita, comune.

 



a cura di Simone Raddi

 
 
 

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